Giornalismo sotto attacco in Italia

Nido di Vespa nella caduta della Rai

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Nell’osservatorio sulle comunicazioni (n.4/2025) dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si leggono dati interessanti, che ci illustrano lo stato di salute (meglio, a che punto è la notte) del sistema comunicativo italiano.

Se guardiamo alle vicende televisive, si sobbalza sulla sedia. L’ascolto del giorno medio della Rai tra il 2021 e il 2025 è sceso del 23,2% e nel prime time del 24,1%. Un crollo, del resto, prevedibile, perché la destra che ha preso il comando del servizio pubblico non sa organizzare il flusso televisivo: ‘o ccaffé non è cosa per te’, per citare l’indimenticabile scena iniziale di Natale in casa cupiello, in cui Eduardo De Filippo ci offre un criterio di interpretazione generale. E la Rai non sfugge a simile approccio.

Per agire nella e con la scatola magica servono ingredienti, a partire dalla qualità del racconto e dalla cura dei palinsesti, contraddittori rispetto all’ardore propagandistico di cui è intrisa la giornata del video tinto di nero, dall’ossessione della Garlascheide a Telemeloni.

La bella televisione, intendiamoci, non è di sinistra. Tuttavia, per una strana congiunzione degli astri, le culture della destra non ci pigliano.
La televisione, per essere in grado di correre lungo la mediana tra il rigore intellettuale e la valorizzazione del pop, richiede sottotesti capaci di realismo ma pure di ironia, di una visione del mondo accompagnata dall’esplorazione coraggiosa dei desideri della società. E richiede una grande cura nei programmi di informazione, da tenere lontani dai megafoni di partito. La mitica Telekabul diretta da Sandro Curzi non sfuggiva alla esibizione delle opinioni, ma nel contempo dava voce all’incipiente entrata in scena della Lega di Bossi e alla parabola del Msi che stava transitando verso Alleanza nazionale.

Ora, Report – che ha il record delle querele – (con Presa diretta e ben poco d’altro) svolge un’attività di inchiesta che scontenta i poteri costituiti, di qua o di là che siano.

La premessa è doverosa, affinché le considerazioni su quanto successo nella puntata dello scorso lunedì di Cinque minuti di Bruno Vespa (con tutte le scuse all’autore della sigla omonima, Maurizio Arcieri) non sembrino una mera invettiva. Lo sgomento di fronte alla sgradevolissima durezza preconcetta esibita contro il portavoce di Europa Verde e dirigente dell’alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli è tale da ridimensionare a peccato veniali altri episodi di faziosità costanti. Insomma, non basta il cartellino giallo. Si rende necessario quello rosso. Il troppo è troppo.

Bruno Vespa è il re di una autonoma monarchia verso la quale i vertici della Rai non hanno possibilità di interlocuzione, o sembra arrivato il momento di assumere qualche iniziativa di autotutela della credibilità del servizio pubblico.

Vespa, la cui professionalità non è in discussione al di là di tutto, pare ormai aver abbattuto ogni limite. Non si può invitare un ospite – chiunque sia – sottoponendolo ad una gragnuola di attacchi. Tra l’altro, simile stile aggressivo non è premiato dal pubblico. Torniamo ai dati dell’Osservatorio dell’Agcom, per comprendere che l’eccesso punisce le audience. Non sarà un caso se la serata di celebrazione dei trent’anni di Porta a porta (1996-2026), pur svolta a mo’ di un matrimonio reale, abbia ottenuto uno striminzito 7% di share.

È bene che, se si hanno a cuore le sorti dell’azienda pubblica, si faccia il punto sulla situazione dell’offerta della Rai, che si regge sull’inerzia lunga delle fiction.

Se l’intervento in materia del consigliere di amministrazione Roberto Natale è stato puntuale, si attende qualche risveglio delle stesse forze di opposizione, che non devono arrendersi di fronte alla riforma della governance bloccata al Senato e alla Commissione di vigilanza impedita nei suoi lavori dall’ostruzionismo della maggioranza di destra.

Insomma, il caso di Bruno Vespa è la punta di un iceberg inquietante, è un nido di Vespa che evoca il noto thriller di Agatha Christie e le avventure di Hercule Poirot.

Qui servirebbe almeno un po’ di ordine democratico, chiedendo scusa ad Angelo Bonelli.


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