Giornalismo sotto attacco in Italia

La par condicio sul Referendum: chi l’ha vista?

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La legge 28 del 22 febbraio 2000 (la cosiddetta Par condicio) è in vigore da quando il decreto del presidente della Repubblica che ha convocato il referendum confermativo sul testo della (contro)riforma della giustizia è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Parliamo dello scorso 14 gennaio.

Mancano ancora i previsti Regolamenti che spettano all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e alla Commissione parlamentare di vigilanza. Oggi è prevista la specifica riunione dell’Agcom e la settimana prossima quella della Vigilanza.

I testi sono importanti per la definizione, ad esempio, degli spazi delle apposite tribune, nonché per chiarire in maniera precisa le differenze tra programmi di informazione e spazi dedicati alla comunicazione politica. Servirebbe una particolare attenzione ai social, dove vigono consuetudini alterne a seconda dell’oggetto o del protagonista della presunta violazione. Di che si parla? Passa qualsiasi cosa ma, se si spiegano le ragioni del No alla consultazione referendaria, si rischiano misure restrittive e censura. Il caso del video dello storico Alessandro Barbero è clamoroso e dovrebbe invitare a mettere un po’ di ordine democratico nella rete, dominata da una semi-ideologia anarco-liberista.

Certamente, è alquanto bizzarro che intercorra così tanto tempo tra l’inizio del periodo protetto e il varo degli articolati attuativi. Tuttavia, la legge-madre è in vigore. Però, sembra che i pur non molti articoli siano dimenticati o rimossi. Colpa e dolo forse convivono, con atteggiamenti talvolta sgradevolissimi.

Siamo in una stagione orrenda, in cui il diritto è sopraffatto dalla forza: Trump docet. E, in sedicesima, tale clima si riverbera persino sulla questione in esame. Eppure esiste la normativa. Gli articoli 1 e 2 dettano i principi generali, chiarissimi sulle pari opportunità tra i soggetti in campo. Ciò significa che, pur in mancanza dei Regolamenti, in questa fase il clima mediale deve tenere conto della delicatezza dei problemi su cui si è chiamati ad esprimersi, che riguardano il rispetto delle indicazioni della Costituzione. Il clima mediale vale non meno dei conteggi quantitativi dei tempi di notizia e di parola per Il Sì e il No. Riguarda, ad esempio, la strisciata quotidiana sull’omicidio di Garlasco costruito a mo’ di atto permanente di accusa contro i magistrati e i loro errori. Nell’ultima stagione è riemersa con molto clamore la linea editoriale volta a riscoprire i Cold case, arrivando con disinvoltura a ricomprendere pure l’attività della procura svizzera sulla tragedia di Crans-Montana. Sul femminicidio di Chiara Poggi, tra l’altro, si è superato ogni limite di decenza, ben oltre il vecchio dibattito sui processi televisivi e i loro limiti.

L’ossessiva reiterazione dei dibattiti -con ospiti svariati e qualche volta di non verificata professionalità- sembra assumere i contorni del depistaggio, mentre sono in corso aggiornamenti delle indagini. Ecco, dunque, perché la par condicio appare un libro dei sogni.

Passiamo al punto di maggiore rischio. Si tratta delle disposizioni dell’articolo 9, che recita: «Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni». Impersonale, già.

E, così, come classifichiamo le notizie della e sulla presentazione del libro del ministro Nordio? Un esempio di una tendenza, visto che le varie Telemeloni abbondano di esternazioni di componenti del governo o in generale- della sfera politica: non strettamente legate a fatti ed eventi di evidente urgenza o a racconti sui doveri di ufficio.

Nei giorni scorsi tre personalità del costituzionalismo italiano – Agostina Cabiddu, Vittorio Angiolini e Roberto Zaccaria – hanno annunciato la volontà di circa cento professoresse e professori di aderire al consiglio scientifico del Comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. È una notizia. E chi l’ha vista?

 

(pubblicato su Il Manifesto)


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