La violenza maschile contro le donne non è una deviazione improvvisa dell’ordine sociale, ma uno dei suoi prodotti più persistenti. È un fenomeno che attraversa classi sociali, territori, generazioni, e che si nutre di rapporti di potere storicamente diseguali, di modelli culturali normalizzati, di silenzi istituzionali e di complicità diffuse. Ogni femminicidio non è soltanto un crimine individuale, ma un fatto sociale totale, che interroga il modo in cui una società costruisce le relazioni di genere, distribuisce autorità e riconosce – o nega – diritti e libertà. In questo quadro, la morte di una donna non è mai un evento isolato: è il punto di rottura di un sistema che continua a fallire.
Un’altra donna uccisa. Un’altra vita spezzata non da un destino crudele, ma da una violenza che ha radici profonde, sistemiche, culturali. Federica Torzullo aveva 41 anni, un figlio piccolo, una famiglia che oggi resta a fare i conti con un’assenza irreparabile. Il suo nome si aggiunge a una lista che si allunga con una regolarità spaventosa e che non può più essere liquidata come una sequenza di “tragedie”. Perché tragedia implica fatalità, imprevedibilità, inevitabilità. Qui, invece, siamo di fronte a un femminicidio.
Chiamare le cose con il loro nome non è un esercizio retorico, ma un atto politico e morale. Questo delitto non è un fatto isolato né un raptus improvviso: è il prodotto di una cultura che continua a tollerare, giustificare e minimizzare la violenza contro le donne. Una cultura che troppo spesso assolve chi uccide e interroga le vittime, chiedendo loro spiegazioni, prudenza, silenzio.
Il ritrovamento del corpo di Federica nell’azienda del marito, dopo giorni di angoscia e di speranza sospesa durante i quali l’uomo ha continuato a mentire e a fingere disperazione, squarcia ancora una volta il velo dell’ipocrisia collettiva. Non basta più esprimere cordoglio, non basta indignarsi per qualche ora, non basta riempire le piazze di simboli se questi restano gesti vuoti, scollegati da un impegno concreto. Panchine rosse, fiaccolate, scarpette: segni importanti, certo, ma insufficienti se non sono accompagnati da politiche pubbliche strutturali, da risorse adeguate, da responsabilità chiare.
La violenza maschile contro le donne non è un’emergenza improvvisa: è un fenomeno strutturale, radicato in rapporti di potere diseguali, in stereotipi che resistono, in un’educazione sentimentale e affettiva ancora largamente assente. È una questione che riguarda l’intera società, non solo le vittime. Riguarda le istituzioni, chiamate a investire seriamente in prevenzione, protezione e percorsi di uscita dalla violenza. Riguarda la giustizia, che deve essere tempestiva ed efficace. Riguarda il linguaggio dei media, che non può continuare a edulcorare l’orrore o a cercare attenuanti. O, peggio, a indicare la donna come corresponsabile della violenza che subisce.
Siamo stanche. Siamo arrabbiate. Siamo ferite. La cronaca delle ultime ore restituisce un sentimento collettivo che attraversa generazioni di donne e uomini consapevoli. La stanchezza di chi vede ripetersi lo stesso copione, l’ira di fronte all’inerzia, la ferita di un lutto che non è mai solo privato, ma sociale.
Ricordare Federica Torzullo significa allora assumersi una responsabilità che va oltre la commemorazione. Significa riconoscere che ogni femminicidio è una sconfitta dello Stato e della comunità. Significa pretendere cambiamenti reali, perché senza azioni concrete — e non solo simboliche — altre vite continueranno a essere spezzate. E questo, semplicemente, non è più accettabile.
Accanto all’indignazione e al dolore, si impone oggi una riflessione più ampia e radicale, che chiama in causa l’intera società. È in questa direzione che si colloca l’appello di Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, che invita tutte e tutti a “operare per cambiare cultura, politiche e derive contrarie ai diritti e alla libertà delle donne”. Non è un richiamo astratto, ma una presa di posizione netta di fronte a un contesto che, invece di contrastare la violenza maschile, rischia sempre più spesso di legittimarla. “Siamo tante a dire: non se ne può più”: una frase che risuona come un coro stanco, ma proprio per questo carico di urgenza. Perché la stanchezza non può tradursi in resa. Al contrario, deve diventare reazione collettiva. Ercoli indica con chiarezza una strada già percorsa altrove: credere alle donne, sostenerle concretamente quando decidono di liberarsi dalla violenza, costruire sistemi efficaci di protezione e prevenzione, come avvenuto in Spagna e in altri Paesi europei. Non si tratta di modelli irraggiungibili, ma di scelte politiche precise, fondate sul riconoscimento della violenza maschile come grave violazione dei diritti umani.
In Italia, invece, si assiste a un fenomeno opposto: un’ondata internazionale di misoginia e di sovranismo patriarcale che trova spazio nel dibattito pubblico e nelle istituzioni, normalizzando la disparità di potere tra uomini e donne. Quando un ministro della Repubblica si permette di definire una legge basata sul consenso come una norma “contro gli uomini”, evocando lo spettro delle false denunce e della “vendetta femminile”, non siamo più nel campo della legittima opinione politica. Siamo di fronte a una narrazione che delegittima le vittime e, di fatto, finisce per proteggere i potenziali autori di violenza. Questo, come sottolinea Ercoli, equivale a un supporto culturale alla violenza stessa.
Il problema, dunque, non è il singolo episodio né la singola dichiarazione, ma una cultura patriarcale che sta rinormalizzando l’asimmetria di potere, facendo terra bruciata attorno ai servizi, ai centri antiviolenza, alle istituzioni che dovrebbero sostenere le donne. È un processo lento ma devastante, alimentato da risorse, potere e ideologie che guardano a un passato autoritario e regressivo.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può che essere corale: serve un’alleanza reale tra società civile e istituzioni, un “dentro e fuori” capace di dialogare, di costruire politiche coerenti, di condividere una visione comune. È un percorso difficile, irto di resistenze e ostacoli, ma necessario. Perché l’alternativa alle politiche attuali — del tutto inadeguate — non solo esiste, ma va costruita giorno dopo giorno.
Ricordare Federica Torzullo, allora, significa anche raccogliere questo appello. Significa scegliere da che parte stare: dalla parte dei diritti, della libertà e della vita delle donne. Significa lavorare per un mondo migliore, consapevoli che nulla cambierà davvero senza un’assunzione di responsabilità collettiva, profonda e non più rimandabile.
La morte di Federica non può essere archiviata come l’ennesima notizia di cronaca nera. Deve restare una frattura aperta nella coscienza collettiva, un interrogativo che chiama in causa tutte e tutti. Perché una società che tollera la violenza, che la minimizza o la giustifica, è una società che la produce. Come ricordava Pierre Bourdieu, “la violenza simbolica è una violenza dolce, invisibile, esercitata essenzialmente attraverso le vie puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza”. È proprio questa violenza, sommersa e normalizzata, a preparare il terreno a quella più brutale e irreversibile. Contrastarla significa agire sul piano culturale, politico e sociale insieme, senza scorciatoie né alibi. Perché finché una sola donna continuerà a morire per mano di un uomo che pretende di possederla, nessuna di noi – e nessuno di noi – potrà dirsi davvero libero.
