A Caivano, il 9 gennaio, a margine del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato dopo gli spari contro la Procura generale di Napoli, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha risposto alle domande sulla commemorazione di Acca Larenzia. Lo ha fatto dentro un contesto ufficiale, davanti a prefetti, sindaci, autorità dello Stato. Non in un’intervista informale, non in una conversazione privata, ma nel luogo istituzionale in cui il Viminale esercita la sua funzione più alta. È qui che ha pronunciato una frase che non può essere archiviata come una scelta lessicale infelice ma va assunta per ciò che produce sul piano politico e simbolico. Quando afferma che lo preoccupa di più chi pratica violenza rispetto a chi compie saluti fascisti, il ministro introduce un criterio selettivo nell’idea stessa di legalità. Il punto non è una preferenza soggettiva, è l’atto di collocare alcuni illeciti in una zona di tolleranza implicita, come se l’apologia di fascismo potesse essere considerata una violazione secondaria. In quel passaggio prende forma una graduatoria tra reati che non appartiene al diritto e non può appartenere a chi è chiamato a farlo rispettare.
Il Viminale non è un dicastero come gli altri. È l’istituzione che custodisce il perimetro comune entro cui si muove la vita pubblica, un perimetro che deve restare super partes perché coincide con la tenuta della Repubblica. Parlare di sicurezza significa parlare di Costituzione, perché l’ordine pubblico non è una tecnica di gestione delle emergenze ma una responsabilità che deriva da una scelta fondativa, quella di escludere il fascismo dalla sfera del legittimo. Quando questa scelta viene relativizzata attraverso un confronto tra priorità, quando si suggerisce che alcune violazioni possano essere sopportate in nome di altre ritenute più gravi, si incrina il carattere stesso dell’istituzione che dovrebbe garantire l’eguaglianza della legge. Il riferimento ad Acca Larenzia rende tutto più concreto. Non si tratta di un episodio astratto, di un dibattito sulla memoria, di una disputa simbolica. Le commemorazioni che ruotano attorno a quel luogo sono da anni il punto di emersione di ambienti organizzati dell’estrema destra, di reti che non vivono soltanto di retorica ma di pratiche, di socialità militante, di addestramento paramilitare, spesso in palestre trasformate in spazi di aggregazione ideologica, di una continuità che dalle parole conduce ai fatti. In quelle stesse aree si sono registrati pestaggi, intimidazioni, aggressioni mirate. Separare i gesti dall’azione, l’immaginario dalla violenza, significa ignorare una dinamica che chi si occupa di sicurezza conosce da tempo. A rendere ancora più grave quella impostazione c’è un dato che lo stesso apparato dello Stato non ignora. Le informative dell’intelligence e le relazioni sulla sicurezza segnalano da anni l’estrema destra come area di possibile radicalizzazione, con connessioni tra propaganda, organizzazione e violenza e con profili che, in alcuni casi, rientrano nei monitoraggi sul rischio eversivo e terroristico. Anche per questo, ciò che viene liquidato come gesto o simbolo non è mai neutro. La questione allora non è cosa preoccupi di più in un determinato momento, ma quale idea di Stato viene trasmessa quando l’istituzione sembra accettare che alcuni reati possano essere messi in secondo piano. La sicurezza non è un elenco di priorità variabili, è una condizione che si costruisce nella coerenza tra norme, prassi e linguaggio pubblico. Ogni messaggio che introduce ambiguità sul confine della legalità produce uno spazio che viene occupato da chi su quell’ambiguità costruisce legittimazione. Dire che l’apologia di fascismo può essere relativizzata significa agire in contrasto con la Costituzione, perché quella apologia non è una semplice espressione di opinione, è un attacco all’ordine democratico. Non esiste una neutralità possibile su questo punto, tanto meno per il ministero dell’Interno. La funzione super partes del Viminale non consiste nel bilanciare sensibilità politiche, ma nel garantire che nessuna area di illegalità venga resa accettabile per consuetudine o opportunità. A Caivano il ministro ha parlato di sicurezza davanti alle istituzioni dello Stato. È da lì che bisogna partire per valutare il peso delle sue parole. Non come un’uscita episodica, ma come un segnale sul modo in cui viene concepito il rapporto tra legalità, Costituzione e fenomeni di estrema destra. La Repubblica non si difende attraverso graduatorie dei reati. Si difende mantenendo intatto il principio per cui ciò che attacca le sue fondamenta non è negoziabile. Quando questo principio viene indebolito nel luogo stesso che dovrebbe custodirlo, non è in discussione una frase. È in discussione il ruolo dell’istituzione che quella frase rappresenta.
