Giornalismo sotto attacco in Italia

Ecco chi ha ucciso il servizio pubblico radiotelevisivo: la “prima” del nuovo libro di Vita e Bertoni sulla Rai

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Ci siamo: il libro che svela la condizione in cui versa la tv pubblica, la “principale industria culturale del Paese”, verrà presentato a Roma. “L’occupazione Dall’editto bulgaro a Renzi, da Draghi fino a TeleMeloni. Ecco chi e come ha ucciso il servizio pubblico” (Edizioni Paper first 2025) è il titolo del lavoro straordinario firmato da Vincenzo Vita, giornalista e profondo conoscitore del mondo della comunicazione che analizza ogni giorno dalle colonne de Il Manifesto e sul sito di Articolo 21, con Roberto Bertoni, un collega curioso e instancabile ma soprattutto un visionario che crede nel ruolo dell’informazione in un Paese in bilico. La presentazione si terrà domani (martedì 11 novembre) presso la libreria Mondadori di Roma (via Cola di Rienzo), alle 18.  Vincenzo Vita e Roberto Bertoni dialogheranno con Giuseppe Giulietti, coordinatore dei circoli di Articolo 21 e la giornalista Norma Rangeri.

E’ nn libro che non fa sconti, che mette a nudo gli scandali e gli sperperi di oltre un ventennio di televisione “deviata” e che vede in questo ultimo governo il suo punto più basso. Un viaggio dentro l’Italia peggiore che trova il suo specchio nella Rai i cui mali vengono da lontano ma sono stati molto acuiti e riguardano un elenco troppo lungo di anomalie che questo libro affronta, dal conflitto d’interessi alla progressiva scomparsa di volti, idee e linguaggi da una Rai sempre più simile a Mediaset e sempre meno servizio pubblico.

 

Di seguito un brano del libro, gentilmente concesso dagli autori

“Stiamo vivendo una stagione orribile, forse la peggiore della storia repubblicana. Mai, infatti, avevamo avvertito così forte il senso di spaesamento, come se, per l’appunto, ci fosse stato sottratto il nostro Paese, l’Italia che abbiamo conosciuto e amato per decenni, e fosse stato sostituito con un universo ostile. Già nel 2016, a dire il vero, Marco Revelli si era lasciato andare a un’amara riflessione su come ci stessimo trasformando e, undici anni prima di lui, Enzo Biagi aveva espresso il proprio malessere di fronte al tentativo, per fortuna andato a vuoto, della destra berlusconiana di smantellare la Costituzione redatta dai padri della Patria per sostituirla con una Carta a uso e consumo del potere, smantellando il delicatissimo sistema di pesi e contrappesi indispensabile per preservare gli equilibri di una Nazione che Moro definiva «dalle passioni forti e dalle istituzioni fragili». Mai, tuttavia, si era arrivati a questo punto, neanche negli anni tristi dell’editto bulgaro, delle censure e dei bavagli. Nel nostro piccolo, siamo stati testimoni diretti di quegli eventi. Articolo 21, l’associazione per la libertà d’espressione cui apparteniamo con orgoglio, è infatti figlia di quella  stagione. Fu addirittura precedente al 18 aprile 2002, il giorno in cui Berlusconi pronunciò a Sofia un discorso che, purtroppo, ha mutato per sempre il volto del servizio pubblico, minandone l’autorevolezza e la funzione storica. Beppe Giulietti, il Gruppo di Fiesole e tante amiche e amici, alcuni dei quali non ci sono più, avevano capito per tempo cosa sarebbe accaduto. Avevano capito, per dirla con Gobetti, che il berlusconismo non avrebbe costituito una parentesi, rappresentando piuttosto «l’autobiografia della Nazione», in ambito televisivo e non solo. La già menzionata «videocrazia», difatti, altro non è che un preludio della «discesa in campo», una sorta di dannunzianesimo catodico, un futurismo moderno che segna una cesura netta rispetto alla stagione precedente. Via la paludata rai democristiana, quella dei Bernabei e degli Agnes per intenderci, via le trasmissioni a sfondo pedagogico, a tratti ancora a metà fra il mezzo radiofonico e il teatro, via i grandi sceneggiati in stile Sandro Bolchi e spazio a un nuovo linguaggio, poi divenuto la cifra politica e sociale del personaggio Berlusconi. Una rivoluzione culturale, dunque, di matrice reaganiana, nel cuore di un decennio, gli anni Ottanta, caratterizzato da una tragica svolta che investì tutto l’Occidente, con la Thatcher e le sue misure ultra-liberiste in Gran Bretagna, il craxismo in Italia, il già menzionato reaganismo oltreoceano e le sole Francia e Germania a resistere, grazie a Mitterrand e Kohl, al nuovo statuto del mondo che andava affermandosi. Non a caso, vent’anni dopo, ai tempi delle guerre in Afghanistan e in Iraq, gli unici leader a tener testa a Bush e Blair, con Berlusconi e lo spagnolo Aznar nel ruolo di primi alleati, sarebbero stati il gaullista Chirac e il socialdemocratico Schröder, a dimostrazione che anche nel mondo globale ogni Paese ha una storia e tutto si tiene”.


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