Il 35° Dossier Statistico Immigrazione 2025, curato dal Centro Studi e Ricerche Idos in collaborazione con l’Istituto di studi politici “S. Pio V”, si apre con un’immagine potente, evocata da Luca Di Sciullo: quella della caverna platonica. Come i prigionieri del mito, molti italiani “vedono dell’immigrazione solo caricature grottesche create ad arte da furbi manipolatori di luci”. Le ombre proiettate sui muri della comunicazione pubblica – talk show, social media, slogan politici – hanno sostituito la realtà empirica con un simulacro di paura e diffidenza. In questa immigrazione immaginaria si proietta la crisi identitaria di un Paese incapace di riconoscersi nel proprio umanesimo, e che preferisce individuare nel migrante un comodo capro espiatorio per mali strutturali antichi: la precarietà del lavoro, la debolezza dei servizi pubblici, l’invecchiamento demografico. Come ha scritto Hannah Arendt, “il rifugio nella menzogna è il primo sintomo di una società che ha smesso di pensare” (Le origini del totalitarismo, 1951). In questo senso, il dossier IDOS ci restituisce non soltanto una fotografia statistica, ma un ritratto morale dell’Italia contemporanea: un Paese in cui la manipolazione dei dati e l’abuso linguistico hanno costruito un discorso politico che confonde governo dei flussi con governo della paura.
Di Sciullo denuncia, con parole di insolita durezza per un rapporto scientifico, il “sadismo legislativo” di alcune recenti politiche migratorie: dai porti lontani assegnati alle ONG di soccorso, al prolungamento della detenzione amministrativa nei CPR fino a diciotto mesi. Non si tratta soltanto di scelte amministrative discutibili, ma di atti che implicano una regressione antropologica: una diseducazione alla compassione. La sofferenza dell’altro viene spettacolarizzata, normalizzata, infine resa funzionale a un consenso politico fondato sulla paura. La studiosa Judith Butler ha parlato di vite precarie (2004) per descrivere come il potere selezioni, attraverso il linguaggio e le politiche, chi merita di essere pianto e chi no. I migranti che muoiono nel Mediterraneo – oltre 33.000 negli ultimi dieci anni, ricorda Idos – sembrano rientrare nella seconda categoria: vite statistiche, non biografie. L’Europa, e l’Italia in particolare, hanno sacralizzato i confini più delle persone che li attraversano. Nel frattempo, “esultano i trafficanti e gli imprenditori senza scrupoli”, nota amaramente Di Sciullo. Le politiche restrittive, lungi dal ridurre l’irregolarità, la alimentano, consegnando manodopera vulnerabile alle agromafie e ai circuiti dello sfruttamento. È il paradosso economico dell’attuale paradigma securitario: reprimere in nome della legalità produce illegalità.
E allora occorre riformare per riconoscere: il Dossier non si limita alla denuncia. Propone, in sei punti concreti, una visione alternativa – “civile e degna dell’italianità autentica” – fondata su ciò che l’Italia ha espresso nei secoli di umanesimo giuridico e solidarietà civica.
Tra le proposte più significative, spiccano l’abolizione del “contratto di soggiorno” (strumento che lega il diritto a restare al capriccio del datore di lavoro), il ripristino del permesso di ingresso per ricerca di lavoro e la stabilizzazione dei corridoi umanitari come politica ordinaria. Sono misure che intendono restituire dignità e autonomia alle persone migranti, restituendo al contempo legalità al sistema. A queste, si aggiunge l’abrogazione dei CPR e la loro sostituzione con centri “aperti e protetti” per il reinserimento degli irregolari, non come atti di buonismo ma come scelta razionale di umanità efficace. In termini di politiche pubbliche, tali proposte disegnano un paradigma di governance integrata fondato su tre pilastri: riconoscimento, partecipazione e sostenibilità. Nel contesto di un’Europa attraversata da pulsioni sovraniste e da un “narcisismo identitario” (Bauman, Stranieri alle porte, 2016), il richiamo all’“italianità autentica” appare come un atto di resistenza culturale. Non si tratta di un nostalgico ritorno al passato, ma del recupero di una tradizione etica che affonda in Dante, in Mazzini, in Capitini: la concezione della cittadinanza come appartenenza morale prima che giuridica. Riformare la legge sulla cittadinanza, come ricorda il Dossier Idos, significherebbe sanare una frattura tra Italia legale e Italia reale: quella dei figli di migranti nati e cresciuti qui, ma ancora considerati “stranieri”. È in gioco la definizione stessa di un “noi”: “La cittadinanza – scrive Étienne Balibar – non è una frontiera da tracciare, ma un campo da allargare” (Noi, cittadini d’Europa? 2001).
Il Dossier Immigrazione 2025 restituisce dunque un paradosso rivelatore: mai come oggi disponiamo di dati precisi e verificabili sull’immigrazione, e mai come oggi il discorso pubblico ne è stato così distante. Il compito della politica, della ricerca e del giornalismo è rompere la caverna delle proiezioni e restituire ai numeri un volto umano. Solo così l’Italia potrà ritrovare quella “italianità autentica” di cui parla Di Sciullo: non la chiusura in un’identità difensiva, ma la capacità, tutta mediterranea, di riconoscere nell’altro una parte di sé. In un tempo che celebra il sadismo come forza di governo, compiere atti civili non è solo morale: è, ancora una volta, l’unico modo per restare umani.
