Emfa, la grande incompiuta

Un consigliere per i tempi di guerra

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Chi ha visto il Padrino di Francis Ford Coppola puo’ capire meglio l’espressione usata da Rober Stone, antico sodale di Donald Trump : Stephen Miller, nuovo capo staff nominato da Trump e’ un “war time consigliere”, un consigliere per tempi di guerra.  Dopo qualche timida apertura post voto Trump e’ tornato a fare Trump. Cacciata a male parole Suzie Wiles 69 enne veterana di  mille manovre( e parte del terzetto dei cosiddetti “adulti nella stanza” dell’amministrazione Trump: oltre a lei il segretario di stato Marco Rubio e il ministro delle finanze Scott Bessenth)pieni poteri al falco dei falchi: Stephen Miller. La sua biografia dimostra che Trump intende rispondere alla bocciatura elettorale con un’accellerazione delle politiche piu’ dure adottate fino ad oggi. Miller ne e’ l’incarnazione plastica. Cresciuto in California e’ il capofila della lotta contro migranti e diversi. Sua la politica di terra bruciata dell’ ICE, la famigerata polizia anti immigrazione. Suo l’obbligo di un  numero di deportazioni minime giornaliere che il corpo speciale ( reclutato fra molti degli assalitori al Campidoglio e gruppi di estrema destra)doveva compiere ad ogni costo. Sua la definizione di “ terrorista domestico” per Alex Pretti il contestatore ucciso dall’ice durante uno  dei molti rastrellamenti compiuti in spregio dei paletti  di magistratura e autorita’ locali. Alcune sue frasi celebri: “il potere del Presidente e’ sostanziale e non sara’ messo in discussione” . “I democratici non sono un partito ma  una organizzazione domestica estremista” , “l’america deve usare “hard power”(potere duro) nell’emisfero occidentale contro i suoi nemici”. Per avere un’idea di che cosa pensi la neoletta maggioranza democratica americana di Stephen Miller basta riportare il primo commento di Hakeem Jeffries neo leader democratico alla Camera dei rappresentanti:”Stephen Miller e’ un pericoloso xenofobo ed estremista senza scrupoli che ha le mani sporche di sangue americano. E’ un tumore che va estirpato”. Difficile pensare a un dialogo sereno fra repubblicani e democratici in questa temperie. Anche perche’ parallelamente alle parole di fuoco dei dem su Miller arrivano quelle entusiaste di un altro super falco , il ministro della guerra Peter Hegseth che alla notizia della nomina ha subito postato la foto di se stesso e Miller insieme con la scritta “patriots in control” patrioti al comando. E’ il segno della battaglia politica che sta per esplodere all’interno dei repubblicani. Steve Bannon, l’ideologo del primo Trump, lo aveva pronosticato :”in caso di sconfitta esplodera’ la guerra civile  dentro il nostro mondo per decidere il nostro futuro  politico”.  E i primi segnali sono gia’ cominciati ad arrivare dai republicani “all’antica” critici delle forzature del corso trumpiano.  Figure rilevanti come l’ex vicepresidente Mike Pence o  l’ex consigliere di Bush Carl Rove . Con addirittura voci sui possibili candidati di questo mondo repubblicano alternativo al trumpismo come  Ron De Santis (governatore di uno dei pochi stati sopravvissuti allo tsunami democratico, la Florida) o addirittura l’attuale segretario di stato Marco Rubio ( ma c’e chi suggerisce che Rubio, sicuro di una sconfitta repubblicana nel 2028 penserebbe di “saltare un giro “ per ripresentarsi nella corsa successiva alla Casa Bianca) . Di fronte a questi scricchiolii Trump ha deciso si rilanciare: altro che ammorbidimento, se abbiamo (avete) perso e’ perche’ non siamo andati abbastanza in fondo. Ora e’ il momento di farlo .  Una rotta di collisione frontale con la neo maggioranza democratica che gia’ sta affilando le armi. Il deputato democratico Roberto Garcia presidente del comitato per le inchieste congressuali, ha gia’ annunciato i filoni di inchiesta che intende avviare fin da subito. Quattro gli argomenti:1)corruzione del presidente e dei suoi familiari 2) atti illegittimi dell’Ice , la polizia antiimmigrazione 3) illegalita’ economiche e commistioni di interessi pubblico-privato (Musk in testa)4) desecretazione caso Epstein.  Come si vede c’e molta carne al fuoco. Va detto che in caso di impeachment anche la neo maggioranza dem non avrebbe in numeri sufficienti per sollevare il Presidente  dal suo incarico (servono i due terzi). Ma le audizioni pubbliche delle varie commissioni potrebbero diventare una formidabile, prolungata campagna elettorale in vista della corsa alla casa bianca. E se il “ bersaglio grosso”(Trump) e’ protetto dai suoi privilegi costituzionali , piu’ aggredibili sono gli uomini vicini a lui. Primo fra tutti il ministro della guerra Hegseth. E’ in questo momento l’anello debole della catena. (“Cammina su uno strato di ghiaccio sottile”e’ l’espressione  usata piu’ di frequente qui a Washington) Iper esposto, supertatuato (sul petto ha inciso la scritta “deus vult” dio,lo viole) si e’ reso celebre per avere distribuito testosterone alle sue truppe , avere bandito (parole sue ) “trans e grassoni in divisa” avere discriminato le carriere di militari perche’ donne o afroamericani , avere ordinato ai suoi soldati di combattere “nel nome di dio”(ottenendo una presa di posizione contraria dei cappellani militari) e infine avere auspicato la trasmissione in diretta tv della fucilazione di un terrorista. Un elenco cosi’ imbarazzante che alcuni repubblicani (il deputato Thomas Massie per primo)hanno avviato loro stessi un procedimento di incriminazione per Hegsteh che’ e’ tra l’altro responsabile di una purga fra gli alti gradi del Pentagono che avevamo sollevato obiezioni sulla possibilità’ di una vittoria totale in tempi brevi sull’Iran sempre propugnata da Hegseth contro ogni evidenza.  Bisogna considerare che la nuova maggioranza democratica si insediera’ solo a gennaio, quindi una sostituzione di Hegseth con gli attuali equilibri parlamentari sarebbe piu’ agevole per i repubblicani. Fino ad oggi Trump ha sempre difeso il suo discutibile ministro ma non sarebbe la prima volta che il presidente sacrifica un suo fedelissimo. E c’e’ il precedente storico di George Bush che dopo la sconfitta del 2006 post guerra in iraq sacrifico’ il ministro della difesa Donald Rumsfeld.
>> In questo quadro teso si inseriscono i dossier internazionali. Il vicepresidente Vance , primo a dissociarsi dalla linea Trump sulla guerra in Iraq (ma solo dopo la sconfitta elettorale) gioca tutte le sue carte per una candidatura alla  Casa Bianca su un piano di pace con L’Iran. Prosegue ogni giorno i suoi contatti con Qatar, Pakistan e gli stessi iracheni, vuole mostrare al popolo Maga che la promessa di non impegnare gli Stati Uniti in guerre lontane (infranta  da Trump) verra’ mantenuta , sia pure in ritardo. Per questo bisogna triangolare con Cina e Russia e poi c’e’ la questione Ucraina dove il rapporto Trump-Putin resta sempre privilegiato e il ruolo dell’Europa (nella prospettiva Maga) sempre ancillare e subordinato. La neo maggioranza democratica e’ favorevole a una fuoriuscita dal pantano iraniano ma ostile all’intesa Trump-Putin e in prospettiva non vorrebbe tradire cosi’ palesemente l’Ucraina. Sara’ una partita difficile , soprattutto per l’europa. Con un esempio interessante che viene dal Canada. Il primo provvedimento concreto del nuovo Congresso americano riguardera’ l’abolizione dei dazi commerciali sul Canada. E’ una palese violazione delle prerogative parlamentari ( il congresso e’ titolato a decidere sui dazi) ma il fatto interessante e’ che ad appoggiare l’inizativa democratica sono molti deputati repubblicani di Stati come Maine e Michigan che vivono sul commercio con il vicino Canada e per  i quali i dazi sono un danno diretto per i propri cittadini. Un episodio che costituirebbe una vittoria clamorosa per il premier Canadese Mark  Carney uno dei pochi a opporsi “a schiena dritta” a Trump. Un esempio forse da tenere presente anche per il futuro dell’Europa nei difficili dossier internazionali che si trovera’ ad affrontare con un Trump azzoppato ma mai domo.

(Da Gazzetta del Sud)


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