La cronaca di queste ore ci ha restituito l’immagine di un’Europa ferita e, ancora una volta, impreparata a fare i conti con il suo pericolo interno più radicale. Parliamo dell’attentato terroristico a Cracovia, dove un ragazzo di venticinque anni armato di fucile semiautomatico ha aperto il fuoco nel pieno centro della città lasciando dietro di sé un bilancio devastante di vittime, incluso il ritrovamento dei suoi familiari senza vita nella sua abitazione. Le autorità polacche, a partire dal primo ministro Donald Tusk, hanno parlato senza esitazione di atto terroristico e di matrice legata all’ultradestra e all’ideologia suprematista. Sul luogo dell’attentato si trovava anche una scolaresca italiana in viaggio d’istruzione, rimasta intrappolata nell’incubo del fuoco cieco dell’estremismo di destra, in un cortocircuito che ricorda le dinamiche di stragi come quella di Utoya di Anders Breivik. Ciò che è accaduto a Cracovia non è un fulmine a ciel sereno, ma il sintomo conclamato di un’emergenza globale. Da anni i report delle intelligence internazionali e nazionali — inclusa la Relazione annuale al Parlamento della nostra Intelligence (SICR) e le analisi di Europol ed enti europei — segnalano che il terrorismo di matrice suprematista e di estrema destra rappresenta una minaccia transnazionale strutturata e in costante espansione. A differenza delle organizzazioni jihadiste del passato, il terrorismo nero odierno si nutre di una galassia pulviscolare di chat, piattaforme di messaggistica criptate e subculture online in cui si glorificano i “santi patroni” del suprematismo armato: da Anders Breivik a Brenton Tarrant (l’attentatore di Christchurch). È una radicalizzazione che colpisce i giovanissimi in età da liceo. E l’Italia non fa eccezione: lo dimostrano i recenti e ripetuti blitz e arresti delle Digos in varie regioni italiane (da Como a Reggio Emilia e Siena), che hanno sgominato cellule di adolescenti radicalizzati sul web, in possesso di armi, manuali paramilitari e dediti all’apologia del nazifascismo e del terrorismo di estrema destra. Se l’allarme sicurezza è certificato dai massimi organi di sicurezza dello Stato, il vero rimosso è di natura squisitamente politica. Non possiamo eludere il retroterra del dibattito pubblico italiano: all’interno della coalizione di governo che guida il Paese, la forza politica di maggioranza relativa — Fratelli d’Italia — affonda storicamente le proprie radici culturali, genealogiche e politiche nel neofascismo e nel post-fascismo del Movimento Sociale Italiano (MSI) e del Fronte della Gioventù. Per non dimenticare l’attentato di matrice xenofoba di Luca Traini a Macerata, che all’epoca dei fatti era stato candidato della Lega. Questo background mai reciso né condannato ufficialmente pesa come un macigno sulla postura istituzionale della destra di governo. Il banco di prova di questa ambiguità è lampante di fronte alla cronaca internazionale. Se un attentato di matrice islamista o legato al radicalismo religioso colpisce il cuore dell’Europa, la reazione politica è immediata, totale, accompagnata da proclami di tolleranza zero e da una mobilitazione mediatica permanente. Di fronte a una strage di estrema destra come quella di Cracovia — sfiorata tragicamente anche da studenti italiani —, nel centrodestra italiano si registra un silenzio timido, quasi imbarazzato. Un silenzio che diventa corresponsabilità politica quando si continua a minimizzare la matrice nera del terrorismo contemporaneo, rifiutandosi di fare i conti con la radice ideologica dell’odio che arma la mano di questi giovani radicalizzati, sia che sparino in Polonia sia che inneggino a Breivik o Traini nelle chat protette delle nostre province. Finché la politica di governo rifiuterà di considerare l’estrema destra armata e il suprematismo come una priorità assoluta di sicurezza democratica — bloccata dai propri fantasmi identitari —, il Paese rimarrà politicamente disarmato di fronte a una delle minacce più letali del nostro tempo.
