Chi l’ha vissuto sa. Sa cos’era il calcio che si giocava la domenica alle 14.30, sa cos’erano quelle maglie senza sponsor, sa cos’era la vera Coppa dei Campioni che si guardava in tv come si assisteva alla messa, sa cos’era il derby della Madonnina che tutti invidiavamo a Milano, sa cos’era la maglia azzurra e sa cos’era la staffetta tra Mazzola e Rivera.
Era un’Italia più ingenua forse, ma anche più autentica che leggeva i giornali dopo aver ascoltato la voce di Carosio in Tv o in radio. E sui giornali leggeva chi scriveva di calcio come se fosse letteratura, leggeva Gianni Brera, per esempio. E si animava sostenendo o criticando l’idea del “calcio all’italiana” che non poteva reggere la fantasia anarchica di Rivera e che aveva bisogno invece della corsa e dell’abnegazione di Mazzola. Erano calciatori che il mondo ci invidiava e i brasiliani non si facevano una ragione del fatto che non fossimo capaci di schierare insieme Mazzola e Rivera due talenti assoluti. Loro che negli anni Settanta giocavano con il 4-2-4. Quattro attaccanti tutti insieme. È vero ci batterono in finale. Ma in Messico la gara indimenticabile è stata Italia-Germania 4-3, anzi Italia – Germania Ovest 4-3.
Sandro Mazzola era il calcio in quegli anni, era il calcio della gente, il calcio per la gente. La gente che riempiva gli stadi e si arrampicava sul cemento per vivere le emozioni. No, nessuno si lamentava della pioggia, del sole, del freddo o del caldo. Nessuno sognava stadi salotto e il prezzo del biglietto non faceva a cazzotti con i salari.
Mazzola aveva calciato per la prima volta un pallone al Filadelfia. I custodi del campo si prendevano cura del bimbetto mentre il papà, Valentino, si allenava con il grande Toro. Dopo Superga, per mesi, dissero a Sandro che il papà era partito per un lungo viaggio.
Era schivo Sandro, non capiva sino in fondo gli occhi di chi lo guardava e non riusciva a parlare perché davanti aveva un mito. Era una persona semplice e gentile. Quei calciatori erano forti perché erano persone, prima. Uomini. Figli della guerra, l’ultima generazione di figli della guerra.
Era arrabbiato per come i ragazzini oggi erano avviati al calcio. Raccontava di suo nipote, di quando lo accompagnava agli allenamenti. Corsa, tattica e solo dieci minuti con il pallone. Ma come si fa a fare calcio senza pallone? Si innervosiva ricordando che lui giocava per strada o in parrocchia e non era costretto a spendere 400 euro per giocare, come succede ai bambini di oggi.
Il calcio ai suoi tempi era uno sport. E a nessuno veniva in mente di confonderlo con uno spettacolo, o peggio, con l’intrattenimento.
Ciao Sandro e grazie. Per il tuo calcio, per il nostro calcio.
