Da anni, davanti a ogni epurazione vera, tentata o soltanto annunciata, si ripete la stessa scena. Un volto sgradito lascia la Rai, firma con una rete commerciale , porta con sé autori, pubblico, linguaggio e prestigio. L’addio viene raccontato come una liberazione, spesso con buone ragioni. Di casi così se ne contano quasi una decina. L’addio produce però anche un effetto meno celebrato: il servizio pubblico perde un altro pezzo della propria identità e chi vuole normalizzarlo incontra un ostacolo in meno.
Con Report sta accadendo qualcosa di diverso. Sigfrido Ranucci è stato rimosso dalla conduzione. Il giudizio sui suoi comportamenti resta distinto: può essere discusso, criticato e giustamente sottoposto a tutte le verifiche dovute. Qui interessa la reazione di una redazione davanti a una scelta capace di stravolgere e snaturare il programma. Giornalisti interni, inviati e collaboratori hanno proclamato lo stato di agitazione, evocato lo sciopero e minacciato l’uscita collettiva. Quella minaccia cercava di impedire che rimanesse in palinsesto un involucro chiamato Report, svuotato della sua storia e del suo metodo.
La protesta ha già aperto una prima breccia. La Rai è stata costretta a fare un passo indietro: al posto di Giulia Presutti c’è ora Claudia Di Pasquale, inviata storica sostenuta dalla squadra. Giulio Valesini e Bernardo Iovene, che avevano rifiutato l’incarico per protesta, hanno accettato di diventare capoautori. Ranucci resta fuori ma non ha nessuna intenzione di lasciare la Rai. La fisionomia del programma, almeno per ora, ha maggiori possibilità di sopravvivere. La lotta ha prodotto un risultato concreto. Sta qui la lezione politica di questa vicenda.
Un programma del servizio pubblico appartiene anche a chi lo ha costruito, al pubblico che lo segue, alla comunità professionale cresciuta attorno a esso. I vertici aziendali dispongono dei palinsesti e delle nomine; la memoria, la credibilità e il patto stabilito negli anni con i cittadini sfuggono al loro pieno controllo. Quando una redazione rivendica questa responsabilità, il potere scopre di avere davanti persone, storia e competenze. Le pedine, per loro natura, non scioperano.
Certamente, chi in passato ha scelto di andarsene aveva quasi sempre ragioni personali, professionali e anche etiche del tutto comprensibili: difendere la propria dignità e la libertà d’espressione, sottrarsi a un ambiente divenuto ostile, rifiutare compromessi ritenuti inaccettabili. Sarebbe quindi ingiusto e improprio parlare di defezioni, tradimenti o imbarcarsi in processi alle intenzioni.
Tuttavia è doveroso porsi una domanda scomoda. Chi ha raggiunto in Rai autorevolezza, notorietà e forza contrattuale assume verso quell’istituzione una responsabilità ulteriore? Nessuno può pretendere fedeltà a vita o il sacrificio di una carriera. Esiste però una soglia oltre la quale la decisione individuale acquista un significato pubblico, persino civile: andarsene può salvaguardare la propria libertà professionale; restare, finché vi sono margini, può difendere il lavoro di molti e, insieme, un bene comune.
Le reti commerciali hanno pieno diritto di reclutare i migliori professionisti e possono offrire più denaro, stabilità, una linea editoriale congeniale, perfino maggiore libertà.
Il problema riguarda la Rai. Ogni volta che un volto autorevole trasloca insieme al proprio programma, l’azienda pubblica perde pluralismo e la rete privata acquisisce un capitale che i cittadini hanno contribuito a formare. È una privatizzazione silenziosa di un bene pagato con i soldi di tutti.
Report indica una strada più faticosa. La redazione ha trasformato una vertenza personale in una questione collettiva. Ha respinto la logica del “si salvi chi può”, ha coinvolto sindacati e opinione pubblica, ha obbligato l’azienda a discutere la continuità editoriale del programma. Ha mostrato che le decisioni dei vertici non sono leggi di natura. Il vertice ha dovuto correggere il tiro: è già molto in un’azienda dove l’arbitrio si presenta spesso con il linguaggio neutro delle «esigenze editoriali e organizzative».
La Rai ha conosciuto pressioni e spartizioni sotto maggioranze di diverso colore; questa volta, però, si è superato ogni limite, per effetto di una legge scellerata che ha abolito ogni forma di collegialità nel Consiglio di amministrazione, attribuendo pieni poteri all’amministratore delegato.
Proprio questa lunga storia dovrebbe aver insegnato che l’autoesilio dei dissenzienti alimenta l’arroganza di vertici che tradiscono il mandato costituzionale sul quale si fonda la legittimità del servizio pubblico.
Ranucci potrà vincere o perdere la sua vertenza personale e giudiziaria. La redazione potrà incontrare altri ostacoli, tagli e tentativi di addomesticamento. Intanto ha ricordato una verità elementare: un programma non coincide con il suo marchio e una televisione pubblica non coincide con chi, provvisoriamente, la governa.
Le partenze eccellenti hanno oggettivamente lasciato la Rai più povera e più docile nelle mani di chi voleva ridurne l’autonomia. Report mostra che esiste un’altra possibilità. A volte, per restare liberi, bisogna restare. E lottare
