Con la rimozione di Sigfrido Ranucci, Report, per quanto mi riguarda, finisce qui. Non entro nel merito delle scelte relative alla nuova conduzione né alle ovvie polemiche che ne sono seguite: questione di rispetto, di umanità, di attenzione alla professionalità altrui e, se permettete, in alcuni casi, persino di amicizia.
La domenica sera ne approfitterò per seguire Che tempo che fa sul Nove: il servizio pubblico come dovrebbe essere, andato in trasferta per via della gestione meloniana e del silenzio complice di tanti, troppi che non hanno capito, a sinistra, che la libertà d’informazione non è un vezzo da radical chic ma la quintessenza della democrazia e dello spirito della nostra Costituzione.
Ora è necessaria una mobilitazione, il sostegno a tutte le azioni di lotta, in sede legale e non solo, ma soprattutto sono indispensabili dei segnali tangibili: non accettare più di andare ospiti in nessun programma del fu servizio pubblico, denunciarne l’avvenuta mutazione genetica ovunque sia possibile e resistere all’eterna tentazione del riflettore acceso davanti. Non si vive, infatti, di sola propaganda, non si legittima questo stato di cose, non si fa finta che sia normale ciò che non lo è affatto e non si continua a tollerare, sia pur implicitamente, l’intollerabile. Con meno di questo, chiunque dovesse guidarlo, il campo progressista avrebbe perso prim’ancora di lanciare la propria sfida.
