Giovedì 16 aprile, alle ore 11, al tribunale di Roma (aula 13, salvo cambiamenti dell’ultima ora), è attesa la sentenza del processo per diffamazione contro Roberto Saviano, querelato dal ministro Matteo Salvini.
Matteo Salvini contro Roberto Saviano, dunque. O meglio, il ministro Matteo Salvini contro Roberto Saviano. È il 2018, quando Salvini querela lo scrittore su carta intestata del Viminale «in quanto ministro dell’Interno». Un atto duro, compiuto nella veste formale di capo del Viminale e non in quella di leader politico, che mette il giudice nella scomoda situazione di dover dare torto o ragione non a Salvini ma al ministro dell’Interno (che peraltro Salvini non è più).
La vicenda è diventata uno dei casi studio di CASE, la Coalizione contro le SLAPP in Europa, un’alleanza di oltre 120 ONG che monitora le azioni legali strategiche contro il diritto di informazione e la libertà di espressione.
Le parole pesano.
Nella querela per diffamazione a mezzo stampa sono elencate diverse affermazioni dello scrittore che, secondo Salvini, vanno oltre il diritto di critica e la fisiologica polemica politica. Su tutte, a scatenare l’ira di Salvini, è stata l’espressione “ministro della mala vita”, citazione di Gaetano Salvemini con cui Saviano lo aveva definito, replicando alla minaccia del ministro dell’Interno di togliergli la scorta.
La retorica populista è, ed è sempre stata, famelica di nemici. Per Matteo Salvini questo si è tradotto in: togliere i migranti dall’Italia, togliere i Rom dalle strade, togliere la scorta a Roberto Saviano.

Ed eccoci arrivati alle parole maggiormente “incriminate”: «Le parole pesano, e le parole del Ministro della mala vita, eletto a Rosarno (in Calabria) con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia».

Il paradigma salveminiano.
«Non trovando nel Nord una solida e permanente maggioranza, Giolitti andava a fabbricarsela nel paese dei terroni». Queste parole di Salvemini sono la sintesi perfetta dell’espressione da lui coniata: «ministro della mala vita». Un’espressione nata durante le elezioni generali del 1909 quando Salvemini – candidato nella sua Puglia – deve difendersi dai mazzieri, che sostengono il candidato giolittiano Vito De Bellis con intrighi, legnate e colpi di arma da fuoco. Un’espressione che riassume tutte le responsabilità di una politica che – oggi come allora – “sbarca al Sud” per cercare voti, con il piglio coloniale di chi si confronta con i terroni solo per ottenerne qualcosa, e il beneplacito dei signori-baroni-politici di sempre, signorotti locali e gentiluomini d’ogni specie.
L’abitudine a fabbricare il consenso «nel paese dei terroni» l’Italia non l’ha mai persa. È ancora questo lo schema con cui la politica costruisce consenso, maggioranze, potere.
È innegabile che la Lega di Matteo Salvini abbia dovuto trasformarsi da secessionista e anti-meridionalista a nazionalista e patriottica. Perciò, la sfida di Salvini è stata transitare un partito anti-meridionalista nelle regioni meridionali.
Operazione difficile, eppure riuscita anche grazie allo spostamento dell’asticella dell’intolleranza un po’ più giù: dai terroni agli immigrati. Nella patria del capitalismo criminale, la criminalità viene attribuita all’arrivo dei migranti. E la retorica dell’ex anti-meridionalista, convertitosi al fervente nazionalismo, ha funzionato: “folgorato sulla via di Rosarno”, nel 2018 Salvini viene eletto senatore in Calabria.
Il processo.
Dopo un inizio lento ed estenuante, con diverse udienze disertate da Salvini per “impegni ministeriali” – e quindi rinviate – il ministro si è finalmente presentato in aula il 25 giugno 2025, testimoniando perlopiù con dimenticanze e omissioni.

Poi, il 17 dicembre, è stato il turno di Matteo Piantedosi, oggi successore di Salvini agli Interni e all’epoca dei fatti suo capo di gabinetto. E quindi un’accelerata verso la sentenza. Complice, probabilmente, il rischio di prescrizione.
Le parole pesano. Otto anni dopo, sapremo quali parole pesano di più.
