Giornalismo sotto attacco in Italia

Finisce l’era di Orban sconfitto da Peter Magyar. In Ungheria inizia una nuova era democratica. 

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Termina l’era di Viktor Orban, sconfitto, come previsto dai sondaggi, da Tisza, il maggiore partito di opposizione guidato da Peter Magyar, in una tornata elettorale che ha registrato un record di partecipazione. “Grazie Ungheria”, ha scritto Magyar che ha ottenuto la maggioranza dei due terzi in Parlamento con 136 seggi.  “Il risultato delle elezioni è chiaro, per noi è doloroso. Non mi arrendo, continueremo a servire la nazione dall’opposizione”, ammette Orban. Molti leader di destra avevano appoggiato Orban durante la sua  campagna elettorale: dall’americano Vance agli italiani Meloni e Salvini, alla francese Le Pen, allo spagnolo Abascal, alla tedesca Weidel.  Ma gli endorsement non sono bastati per evitare la caduta di Orban, così in Ungheria inizia una nuova era democratica.
Orban, l’uomo che impose il modello di “Stato-Partito”.

Nella metà degli anni Novanta, Viktor Orban diventa leader di un partito liberale, Fidesz, e con la sua ascesa prende forma la deriva verso un nazionalismo cristiano. Orban copia da Berlusconi, di cui è grande stimatore, l’idea di un partito organizzato attraverso “club”, come Forza Italia, che apre alla destra più estrema: infatti nel 1998 va al potere per la prima volta e si allea con gli antisemiti di Giustizia e Vita. Nel 2010, quando torna al governo, Orbán impone un modello basato su una forza politica centrale attraverso un grande partito, quella che poi sarà chiamato lo Stato-partito. L’anno successivo vince le elezioni con il 52% dei voti ma conquista, grazie a una astrusa legge elettorale che poi avrebbe cambiato altre decine di volte, oltre 2/3 del seggi in Parlamento. Quella maggioranza costituzionale è la clava con cui Orbán distrugge la democrazia ungherese. Tornato al potere, il premier vara il sistema di cooperazione nazionale, nel nome del quale controlla la Corte costituzionale e la Procura generale, entrambe affidate ad amici di infanzia. La Corte suprema viene sostituita da un sistema duale costituito dalla Curia e dall’Ufficio nazionale giudiziario, rispettivamente l’istanza di giudizio delle sentenze e quella che nomina e caccia i giudici. E tutto finisce nelle mani di fedelissimi di Fidesz. Ma anche l’intera rete dell’informazione, pubblica e privata, viene soggiogata. Quando cominciano i contenziosi con la Corte europea e gli altri organismi dell’Ue, inizia anche la vittimistica campagna di Orban. All’occupazione sistematica della sfera pubblica, Orbán affianca l’affidamento dell’economia privata ad amici e sodali. L’esempio più clamoroso è Lőrinc Mészáros, compagno di scuola di Orban, idraulico fallito, trasformato in pochi anni nel suo principale oligarca-prestanome cui sono stati affidati un quinto degli appalti pubblici e una holding che controlla 120 aziende: oggi Mészáros è l’uomo più ricco dell’Ungheria. Nei sedici anni del suo regno, Orbán si lega, com’è noto, a Putin e alla Cina. Ed è uno dei più antichi alleati di Donald Trump: da un decennio il popolo Maga avvia contatti sempre più serrati con gli alleati di Fidesz ai Cpac. Ma anche l’Europa dei governi è stata corresponsabile della sua inamovibilità, soprattutto negli anni in cui Orbán faceva parte del Partito popolare europeo.


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