Giornalismo sotto attacco in Italia

Tra l’esangue Mercosur e l’ectoplasmatica Ue comandano gli Usa

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I nazionalismi sovranisti creano contraddizioni che inesorabilmente li destinano allo scontro fratricida o alla subordinazione del più debole al più forte. La fu libertà di mercato che issarono a loro vessillo è stata buttata ostentatamente dai più nel cassonetto degli stracci vecchi. Dopo firme e controfirme, seguite ad oltre due decenni di estenuanti negoziati, l’accordo commerciale di libero scambio tra Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) e UE (Unione Europea) è stato bloccato per l’ennesima volta pochi giorni addietro dall’assalto dei coltivatori del nord Europa scesi in piazza a Bruxelles con i trattori. Praticamente in contemporanea, Argentina e Stati Uniti hanno sottoscritto un Accordo Reciproco di Commercio e Investimento (ARCI), che collide in via di principio e snatura di fatto quello con l’Europa. Poiché il grande paese sudamericano è parte maggiore del Mercosur e l’intesa con Washington non costituisce una generica diversificazione dei partners commerciali, lesionando bensì mortalmente la stessa struttura doganale creata con gli altri tre soci confinanti ma politicamente lontani. La tempistica dell’accordo testimonia inoltre della buona fede del governo di Buenos Aires e delle sue reali intenzioni.   Dazi, prescrizioni economiche e imposizioni finanziarie, portaerei, marines, covert-operations (tutta roba vecchia -merita ricordarlo- pur coincidendo ancora con l’era delle super-tecnologie) stanno precipitando dagli Stati Uniti sull’ America Latina, dall’alto di un’onnipotenza che procede per azzardi come in una sfida sregolata al tavolo di poker. Da una presunta “fine della Storia” alla solita storia del cortile sotto casa (vedi nota dottrina Monroe) da ripulire d’ogni ospite indesiderato a cominciare dai cinesi di Xi, dai loro finanziamenti di porti, dighe e swap, con la scusa maliziosa della globalizzazione e della libera apertura dei mercati. “Nessuna interferenza politica, il presidente Trump mi ha mandato qui per favorire gli affari e il suo amico Milei”, spiega l’ambasciatore degli Stati Uniti a Buenos Aires, Peter Lamelas, un imprenditore dell’industria sanitaria di origine cubana. Negli USA, del resto, il perimetro delle istituzioni e della politica è sempre stato presidiato dalla società degli affari. Business as usual, si ripete: il respiro degli affari ossigena il senso comune. Da simili scosse sismiche non poteva che derivarne lo sconquasso di un subcontinente che nell’alternarsi di successi e fallimenti non ha tuttavia mai raggiunto una sufficiente compiutezza. Il governo Milei, che quanto a estemporaneità riesce a volte ad apparire ingenuo e malizioso nello stesso tempo, nega che l’accordo sia “un trattato di libero commercio”. Né gli importa che questa sua disperata affermazione vada a sbattere contro normative storiche, dal GATT (General Agreement Tariffs&Trade), all’ OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e in particolare allo spartiacque del criterio di “nazione più favorita”. Rivendica il diritto di organizzare il proprio import-export e perfino alcuni aspetti finanziari oltre a prezzi e tariffe, proprietà intellettuale dei brevetti, sussidi statali, regolamentazioni ambientali e di lavoro,  indipendentemente da un impegno come il Mercosur sorto esplicitamente nel 1991 per coordinare le iniziative commerciali dei quattro soci, al fine di costituire una maggiore forza negoziale libera da vincoli politico-ideologici contingenti (quali quelli costituiti dai rispettivi governi nazionali). Le polemiche esplose nel Mercosur puntano alle divisioni sorte tra i grandi allevatori bovini dell’Argentina. Insoddisfatti dei numerosi e rigidi vincoli a cui li sottopone l’accordo, che lascia invece del tutto liberi i loro omologhi statunitensi. Viene denunciata perfino un’osservazione grafica: nell’accordo i doveri della parte argentina ricorrono quasi un centinaio di volte, quelli della parte statunitense non più d’una dozzina. Ma in Brasile, socio determinante del Mercosur, al timore per le sorti dell’unione doganale si aggiunge e probabilmente primeggia quello che l’intesa commerciale tra gli Stati Uniti di Trump e l’Argentina del suo fervente seguace Milei sia anche e soprattutto una manovra per isolare il governo di coalizione guidato dal socialdemocratico PT, il partito dei lavoratori di Ignacio da Silva. Esponente di punta dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e il grande fronte del Sud del mondo), leader della prima economia sudamericana, Lula rappresenta l’ostacolo che più preoccupa Trump nel suo dichiarato progetto di dominazione del subcontinente. Lula vi si oppone apertamente e del resto non ha avuto scelta. Il tycoon di Mar-a-Lago ha spazzato via fin da subito ogni spazio diplomatico. E’ intervenuto pubblicamente e con ostentata prepotenza in difesa dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato al carcere e interdetto dai pubblici uffici da tribunali brasiliani per aver promosso il violentissimo assalto al Congresso e al palazzo presidenziale di Brasilia nel gennaio 1923. Estremo tentativo di opporsi alla vittoria elettorale di Lula. La sfida è rinviata al rinnovo presidenziale del prossimo ottobre. A misurarsi con l’attuale capo dello stato ormai ottantenne e nuovamente candidato, sarà con ogni probabilità uno dei due figli di Jair Bolsonaro, Flavio, sostenuto da Washington.
(Nella foto il presidente argentino Milei)

 


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