Giornalismo sotto attacco in Italia

Le ragioni del NO di Nello Rossi e Armando Spataro

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Nello Rossi e Armando Spataro sono due magistrati ormai in pensione che non hanno mai lesinato analisi, critiche e riflessioni, anche quando erano in servizio. Ci tengono a sottolinearlo, ben coscienti di quale sia la posta in gioco nel referendum cui saremo chiamati a votare il prossimo 22 e 23 marzo. Non si tratta, infatti, solo della modifica di sette articoli della Costituzione ma di un cambio di sistema, di una rivoluzione regressiva che investirebbe, qualora venisse confermata dal voto popolare, tanto la magistratura e la sua autonomia e indipendenza quanto soprattutto la cittadinanza, che si troverebbe ad avere a che fare con giudici assai meno propensi al garantismo e all’ascolto, in particolare nei confronti delle fasce sociali più svantaggiate. Senza dimenticare i pericoli connessi alla possibile evoluzione del quadro politico, con lo spettro del premierato che incombe e il rischio di avere, in futuro, un Presidente della Repubblica profondamente indebolito e, quel che è peggio, eletto dalla sola maggioranza, al pari di altri organi di garanzia essenziali per il buon funzionamento della democrazia. Una democrazia di nome ma non di fatto, dunque, fondata su un disequilibrio dei poteri e su un’onnipotenza del governo (chiunque lo detenga) a danno dell’opposizione.

Di tutto questo e di molto altro ancora, Rossi e Spataro ne parlano con noi nelle rispettive interviste e in un saggio intitolato, per l’appunto, “Le ragioni del NO. La posta in gioco nel referendum costituzionale” (Editori Laterza), analizzando cosa significherebbe avere due CSM (uno per i magistrati giudicanti e l’altro per quelli requirenti) in cui la componente togata sia scelta col sorteggio, un’Alta Corte disciplinare e un PM lontano dalla cultura della giurisdizione e trasformato, di fatto, in un avvocato dell’accusa, cui diventerebbe quasi necessario porre un argine mettendolo sotto l’egida dell’esecutivo e abrogando, di conseguenza, l’obbligatorietà dell’azione penale.

Con garbo e competenza, entrambi ci spiegano perché sia meglio evitare tutto questo.

Nello Rossi

Dott. Rossi, insieme ad Armando Spataro ha scritto per Laterza un saggio intitolato “Le ragioni del NO”. Quali sono? E, stando al sottotitolo, qual è “la posta in gioco nel referendum costituzionale”?

Come sta progressivamente emergendo nella campagna referendaria, la posta in gioco è straordinariamente alta. Il destino del pubblico ministero. Il grado di effettiva indipendenza dei giudici. La capacità del governo della magistratura di salvaguardare l’autonomia del giudiziario. Quanti si affannano a sostenere che nel “testo” della riforma costituzionale non ci sono rischi e pericoli per l’indipendenza del giudiziario vengono smentiti quotidianamente dall’inquietante “contesto” nel quale il disegno riformatore è immerso. Un “contesto” di ripetute aggressioni verso ogni decisione sgradita e di continue intimidazioni nei confronti dei magistrati, nel quale i membri del governo fanno a gara nel manifestare la loro pretesa di obbedienza nei confronti di giudici e pubblici ministeri. Al punto che la premier Meloni non esita a formulare imputazioni a mezzo stampa….

Voi parlate del rischio di un “voto al buio”. Qual è, a suo giudizio, la mancanza di chiarezza nel quesito proposto dal governo e nella campagna dei sostenitori del SÌ?

Nella scarna legge di riforma costituzionale vi sono molte lacune e perciò molte incognite su quella che sarà la futura fisionomia istituzionale del governo della magistratura. Sarà la legge ordinaria a stabilire il “numero” dei componenti togati dei due Consigli e le “procedure” da adottare per il sorteggio. E qui cominciano le domande, ad oggi senza risposta.  Sarà garantita – e in che termini? – una qualche parità di genere tra i consiglieri togati?  E ancora: sarà possibile realizzare una composizione del Consiglio che nella sua componente togata rispecchi i diversi territori del Paese, con tutte le loro innegabili peculiarità, o si rischieranno tutti i potenziali squilibri derivanti dall’estrazione a sorte dei togati? Le incognite riguardanti i consiglieri togati crescono quando si volge lo sguardo ai meccanismi di scelta dei consiglieri laici. Nulla è detto nel testo approvato dalle Camere sulle “dimensioni” dell’elenco di professori ordinari e di avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune dal quale dovranno essere estratti a sorte i componenti laici dei due Consigli superiori. Se si trattasse di un paniere “ristretto” ciò significherebbe alterare, per i soli membri laici, la logica del sorteggio, accentuando l’asimmetria tra togati e laici già derivante dal sorteggio “secco” adottato per i primi e “temperato” voluto per i secondi.  Vi è poi il silenzio del legislatore costituente sulle maggioranze parlamentari necessarie per l’approvazione dell’elenco dei sorteggiabili compilato dal Parlamento e sulle modalità delle votazioni (per singoli nomi o a pacchetto?).  Se per tale approvazione non fosse prevista, nella legge ordinaria, una maggioranza qualificata, la componente laica dei Consigli potrebbe essere interamente determinata dalla maggioranza di governo, con un gravissimo vulnus agli equilibri istituzionali e all’indipendenza della magistratura.  Un rischio, questo, che avrebbe potuto essere definitivamente scongiurato solo dalla previsione, nel testo di revisione costituzionale, di maggioranze qualificate per l’elezione dei componenti laici del Consiglio superiore.

Cosa comporterebbe la separazione dei CSM e il sorteggio dei suoi membri? Perché sostenete che ciò indebolirebbe la magistratura, assoggettandola di fatto al potere politico?

L’innovazione più dirompente e la vera chiave di volta della riforma è l’opzione del sorteggio dei membri dei due Consigli superiori separati. Con una totale inversione di segno rispetto alla Costituzione del 1947 si rinuncia alla selezione derivante dalle elezioni in nome della casualità, si rifiuta il “discernimento” in favore della cecità di una estrazione a sorte, si sceglie di cancellare il sistema fondato sulla rappresentanza, ritenuto inutile e dannoso, per far emergere casualmente dal corpo della magistratura i soggetti destinati ad amministrarla. Venendo meno l’investitura democratica e la rappresentatività dei membri togati, non più eletti ma sorteggiati, sarebbero minori la legittimazione e il peso istituzionale dei due organi di governo autonomo che sostituirebbero il Consiglio superiore unitario. E i primi a rimarcare il deficit di rappresentatività sarebbero proprio gli esponenti delle forze politiche che hanno voluto il sorteggio come metodo di provvista dei Consigli. Inoltre, la minore forza istituzionale dei due Consigli separati e dimidiati potrebbe recare con sé una diminuita capacità di difesa dell’autonomia e dell’indipendenza delle magistrature. I Consigli dei sorteggiati – nel cui momento genetico sarebbero assenti programmi, proposte, confronti su diverse idee dell’organizzazione giudiziaria – saranno ancora capaci di dar vita ad un governo efficace e lungimirante della magistratura? O ripiegheranno sul piccolo cabotaggio, divenendo modesti uffici di gestione del personale? Sotto altro profilo, l’opzione del sorteggio sembra destinata a riverberare i suoi effetti su tutto il circuito del governo autonomo delle magistrature. È infatti difficile ipotizzare che, ove i Csm venissero formati per sorteggio, potrebbero rimanere in vita Consigli giudiziari operanti nelle corti d’appello e un Consiglio direttivo della Corte di cassazione “eletti” dai magistrati. In forza dell’elezione, tali organismi risulterebbero effettivamente più legittimati dei Consigli superiori, di cui sono organi ausiliari. Con ogni probabilità, il sorteggio diverrebbe il metodo di provvista generale di tutti gli organismi che compongono il circuito di amministrazione della giurisdizione, esercitando su larga scala il suo effetto di depotenziamento istituzionale.

Cosa comporterebbe l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, ossia un organismo esterno rispetto ai due CSM chiamato a decidere le carriere e le eventuali sanzioni a carico dei magistrati?

Nell’introdurre l’Alta Corte disciplinare il governo di destra si è dimostrato fermamente intenzionato a dar vita ad un nuovo giudice speciale (in contrasto con il divieto di istituire giudici speciali dettato dalla Costituzione) che costituisse un “unicum” nel panorama degli organismi disciplinari. A questo scopo si è separata la giustizia disciplinare – affidata all’Alta Corte – dall’amministrazione della giurisdizione – rimessa ai due Consigli Superiori separati – dando vita ad una divaricazione tra “amministrazione” e  “ disciplina” che non ha eguali né per tutte le categorie di dipendenti pubblici né per le autorità di vigilanza e di garanzia ( Banca d’Italia , Consob , Autorità garanti)  né, infine, per corpi professionali  (avvocati e notai) affini a quelli dei magistrati.  Si dirà che la disciplina dei giudici ha un peculiare ed eccezionale rilevo pubblico che giustifica la distinzione rispetto ad altri corpi professionali pubblici e privati. Ma anche in quest’ottica resta incomprensibile, e soprattutto irragionevole, il differente trattamento riservato a tutte le altre magistrature, amministrativa, militare, contabile, per le quali il connubio amministrazione – disciplina rimane intatto.  Da questa palese discriminazione esce rafforzata l’idea che il governo e la sua maggioranza siano stati animati da un intento pregiudizialmente ostile e discriminatorio nei confronti dei magistrati ordinari, risparmiando altre magistrature che continueranno ad avere procedure disciplinari interne all’area dell’amministrazione. Inoltre, limitando il sorteggio per i membri togati dell’Alta Corte disciplinare solo ai magistrati che abbiano svolto o svolgano funzioni di legittimità, si attribuisce ai magistrati di Cassazione una posizione di relativo privilegio collegata allo status e non alle funzioni svolte. Un tentativo di far rivivere la gerarchia, ispirato dalla nostalgia di un passato nel quale gli ermellini della Cassazione – l’alta magistratura – governavano la bassa magistratura, dei gradi di merito.

Voi parlate espressamente dei rischi connessi a un disegno più ampio, che pone in correlazione riforma della giustizia, scomparsa del pensiero critico e premierato. Vedete davvero una matrice piduista in tutto questo? E quali sarebbero le conseguenze per il Paese?

Personalmente, preferisco guardare al presente piuttosto che indugiare su – pur gravi e pericolosi – progetti del passato. E nel presente vedo che se la mortificazione del potere giudiziario attuata dalla riforma venisse confermata dal referendum, si aprirebbe una autostrada per il passaggio a uno stadio successivo di involuzione autoritaria delle istituzioni: il premierato elettivo. Un progetto capace di realizzare una inquietante concentrazione di potere nella figura di un premier carismatico eletto direttamente dal popolo, in grado di disporre della “sua” maggioranza parlamentare e di esercitare una decisiva influenza nella formazione di fondamentali organi di garanzia come la Corte costituzionale e il presidente della Repubblica.

Armando Spataro

https://www.youtube.com/live/pMAFqPehp_Y?si=EdW434F9-_oZpr7U


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