Giornalismo sotto attacco in Italia

“La scienza non pensa mai da nessun luogo”: epistemologia femminista, saperi situati e responsabilità del presente. Intervista ad Elena Gagliasso

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“La visione da nessun luogo è un’illusione pericolosa”: con questa celebre affermazione, Donna Haraway smascherava uno dei pilastri più longevi dell’epistemologia moderna, l’idea che la conoscenza scientifica possa dirsi neutrale, universale, disincarnata. L’epistemologia femminista nasce precisamente da questa incrinatura teorica, da una critica radicale all’oggettività intesa come assenza di punto di vista, e dalla proposta — ben più esigente — di un’oggettività situata, responsabile, consapevole delle proprie condizioni materiali, storiche e simboliche.

Fin dagli anni Settanta, il pensiero femminista ha attraversato la filosofia della scienza come una linea di faglia, intrecciandosi con le riflessioni della sociologia critica, della storia delle scienze, dei movimenti ambientalisti e pacifisti. Non si è trattato soltanto di rivendicare una maggiore presenza delle donne nei laboratori o nelle accademie, ma di interrogare più a fondo come il sapere viene prodotto, da chi, per chi e con quali effetti sul mondo. In questo senso, l’epistemologia femminista ha contribuito in modo decisivo a ridefinire il rapporto tra conoscenza, potere e democrazia, anticipando questioni oggi centrali: la Citizen Science, l’etica della ricerca, la crisi climatica, l’impatto sociale delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale.

In Italia, una delle voci più autorevoli e lucide di questo percorso è Elena Gagliasso, filosofa della scienza, epistemologa, da decenni impegnata nel dialogo tra saperi scientifici, pensiero femminista e responsabilità civile della ricerca. La sua riflessione attraversa genealogie teoriche e pratiche collettive, mantenendo sempre uno sguardo vigile sul presente: un presente segnato, oggi più che mai, da nuovi oscurantismi, da attacchi istituzionali alla libertà accademica e da una crescente sfiducia nei confronti della scienza.

L’intervista che segue si colloca dentro questo orizzonte. Non è soltanto un bilancio storico dell’epistemologia femminista, ma una presa di posizione netta sul suo ruolo attuale: difendere il pensiero critico, ricostruire alleanze tra sapere e democrazia, immaginare forme di responsabilità condivisa capaci di reggere le trasformazioni sociali, tecnologiche e ambientali in corso. In un tempo di regressioni e semplificazioni, la parola di Elena Gagliasso restituisce complessità, profondità e — soprattutto — un senso esigente del futuro.

 In che modo l’epistemologia femminista ha messo in crisi l’idea di neutralità del sapere scientifico, e quali sono oggi, secondo lei, le sue sfide teoriche più urgenti nel contesto globale contemporaneo?

EG. L’idea della non-neutralità della scienza era nell’aria negli anni Settanta, proprio quando nasce il femminismo. L’avvio è dato dal mondo dei fisici e dei sociologi e delle sociologhe della scienza. In Italia con la scuola di Marcello Cini e nel mondo anglosassone con figure come Thomas Kuhn. La fisica ed epistemologa femminista Evelyn Fox Keller, forse la più importante antesignana del femminismo in epistemologia, era sua amica: un’influenza reciproca.

Così come le pioniere femministe del primo compendio Science and Liberation — Rita Arditti, Hilary Rose — lavoravano con le migliori avanguardie di biologi, sociologi ed ecologi critici come Barry Commoner, David Noble o Jeremy Rifkin. La società stava entrando nella scienza (nascerà la Citizen Science) e le studiose femministe fanno un azzardo interessante: inseriscono nell’attenzione alla non-neutralità di classe e di contesto sociale uno sguardo nuovo, quello del genere.

Sul genere e la scienza di Fox Keller viene tradotto in italiano nel 1985 e fa scuola. Dopo Chernobyl, l’attenzione allo specifico delle donne nella scienza dilaga: nascono gruppi di autocoscienza di ricercatrici che daranno vita all’Associazione Donne e Scienza, producendo libri, convegni, collettività prima impensabili.

Negli ultimi vent’anni, con pensatrici come Donna Haraway e Londa Schiebinger, si parla di “saperi situati”. Oggi però, dal 2025 — l’anno della persecuzione della ricerca e delle università negli Stati Uniti — le sfide più urgenti sono anche la difesa della scienza dalle falsificazioni, dal negazionismo, dalle persecuzioni. È una battaglia civile e politica contro il ritorno dell’oscurantismo, intrecciata alla difesa della democrazia.

Lei ha spesso riflettuto sul rapporto tra conoscenza, potere e soggettività. Come si declina oggi questa triade alla luce dei nuovi femminismi e delle trasformazioni sociali e tecnologiche in corso?

EG. Con strumenti già affinati nel passato, ma con aperture coraggiose verso un nuovo che avanza spesso in modo regressivo. Si oscurano pratiche di Citizen Science nate proprio grazie alle epistemologhe critiche e alla sociologia della scienza di fine secolo. Sono incriminati i movimenti climatici giovanili e quelli dei popoli nativi, in cui le donne sono il tessuto connettivo della governance globale.

Il rapporto tra conoscenza e potere va oggi irrobustito: richiede un apprendimento ulteriore del contesto mutato. Come osserva Sheila Jasanoff, “la rabbia contro la scienza ricorda una rabbia religiosa fondamentalista”, ma è anche un momento di apprendimento.

L’epistemologia delle scienze nasce in un contesto fortemente androcentrico. Le pratiche scientifiche contemporanee hanno interiorizzato le critiche femministe?

EG. La presenza delle donne, soprattutto nelle scienze del vivente, è oggi capillare. Non sempre consapevolmente femminista, ma frutto di una massa critica generata da mezzo secolo di lotte. Penso a glaciologhe, oceanologhe, climatologhe, epidemiologhe ambientali. Penso a figure come Gro Harlem Brundtland, decisiva per la COP di Parigi, e al recupero storico di scienziate del passato grazie a studiose come Cristina Mangia e Sabrina Presto. La società è entrata nella scienza, e le donne ne abitano le articolazioni.

Nel dibattito pubblico attuale, il femminismo è spesso oggetto di semplificazioni o polarizzazioni. Dal suo punto di vista, quali categorie concettuali sarebbero oggi indispensabili per restituirne la complessità teorica e politica?

EG. Forse non cercherei vere e proprie ‘categorie concettuali’. Che finirebbero per continuare ad essere binari rigidi anche se di tipo diverso, magari rovesciato: ci serve la messa in discussione proprio del pensiero categoriale in quanto tale. E la capacità di osservare quanto accade concretamente nelle ‘forme di vita’ (e di ricerca) in corso. Certamente impreviste dal primo femminismo solo cinquant’anni fa. E serve ragionarci su, unendo esperienze passate e competenze nuove in atto.

Come legge, da epistemologa, il riemergere di discorsi antifemministi o “post-femministi”? Si tratta di una reazione culturale, di una crisi del pensiero critico, o di una ridefinizione dei conflitti simbolici?

EG. La reazione del sociale alla presenza di donne consapevoli e autorevoli va messa in conto e non riguarda solo la scienza, ma tutte le articolazioni dell’intero tessuto sociale. Il simbolico cambia cambiando molte altre articolazioni. Una conversione antropologica come quella avviata dal femminismo decenni fa non è indolore per chi perde privilegi secolari.

Così direi che il ‘discorso’ antifemminista in realtà più che un discorso argomentato è spesso un rigurgito (di rabbia, di risentimento, di vittimismo, di rivalse). La conflittualità, e lo vediamo nel quotidiano, nelle aggressioni, nei numeri dei femminicidi, e anche molto meno drammaticamente nelle prevaricazioni professionali e private, è il prezzo che va messo in conto e affrontato con oculatezza. Richiede un surplus di vigilanza, di lungimiranza, saper scegliere gli alleati credibili, saper solidarizzare tra generazioni diverse e tollerare fasi carsiche e a volte passi indietro. 

 In che modo il pensiero femminista può ancora offrire strumenti efficaci per interpretare fenomeni contemporanei come la crisi ambientale, le disuguaglianze globali o l’intelligenza artificiale?

EG. Standoci: forte e chiaro. Toglierei l’’ancora’! Al contrario, oggi l’attenzione ambientalista, la competenza nelle scienze climatiche e della biodiversità ‘è donna’. Giornaliste scientifiche acute, ricercatrici nell’IPCC, e nomi di donne femministe tra i libri più attuali sull’Antropocene. 

Anche il tema del risvolto di genere negli algoritmi dell’IA è al centro di proposte interessanti. Così come l’attenzione di genere nella decodifica dei Big Data è presente nello sguardo di giovani femministe come Donata Columbro. 

 L’editoria delle donne ha storicamente svolto un ruolo fondamentale nella circolazione di saperi marginalizzati. Qual è, oggi, il suo valore epistemico oltre che politico?

EG. Parlare come donne sui temi che in passato non esistevano e che emergono all’incrocio tra anni di pensiero di genere e novità del presente, parlarne a nuove generazioni, dar voce a cosa queste nuove generazioni hanno da insegnare a quelle maggiori, è uno degli effetti più importati che trovo nelle nuove case editrici. Editrici e editori che crescono, si moltiplicano con una vivacità e una notevole professionalità.

Per rispondere sul valore epistemico e politico: sapere, poter sapere (un privilegio che, ricordiamolo, in molte parti le mondo le donne non hanno) è sempre congiuntamente epistemologia e direttamente o indirettamente politica. Si implicano a vicenda. 

Ritiene che l’editoria femminista contemporanea riesca a incidere realmente nella formazione dei canoni culturali e accademici, o rimanga ancora confinata a spazi “di nicchia”?

EG. Nei canoni culturali penso proprio di sì. La capillarità della diffusione delle vie culturali non passa solo necessariamente per l’accademia. Anche se esistono un po’ a pioggia docenti molto interessanti in merito.

Certo rispetto alla grande editoria queste case editrici hanno meno mezzi, ma oggi è anche il momento dei piccoli editori che, se capaci, hanno pur con mezzi minori buone possibilità di impatto e diffusione anche grazie alle nuove tecnologie.

Vale per tanti e secondo me ancor più per la piccola editoria femminista sostenuta da una intensa motivazione ideale.

 Che rapporto vede tra pratiche editoriali femministe e costruzione di nuove genealogie del sapere, soprattutto per le giovani studiose e ricercatrici?

EG. non saprei rispondere nettamente. Tanti sono gli ingredienti (proficui o velenosi) di questa nostra epoca e il darsi di una vera e propria ‘genealogia’ ha bisogno di una serie di contingenze più o meno facilitanti e del ruolo del caso. Non si progetta a tavolino. L’intenzionalità cosciente – già lo diceva Gregory Bateson – non è lineare. L’eterogenesi dei fini la riconosciamo sempre…insomma, vedremo tra un po’, ma intanto ci giochiamo la partita!

 In qualità di madrina di Feminism 9, quale significato attribuisce a una fiera dell’editoria delle donne oggi, in un contesto dominato dalla rapidità digitale e dalla frammentazione dei contenuti?

EG. L’ho vista crescere negli anni questa Fiera. Tra le prime edizioni e questa nona la disseminazione di contenuti ha mantenuto degli ancoraggi solidi, la profondità di analisi, la ‘visione’ femminista, oggi anche transfemminista, ha ampliato le scelte di tematiche e la profondità di riflessioni con autrici notevoli, traduzioni accuratissime di figure ispiratrici. Così, tra l’attualità e le riscoperte dal passato, è costantemente in crescita e il fiorire stesso di tante giovani case editrici ne è testimonianza.

Se dovesse indicare una responsabilità specifica dell’intellettuale femminista oggi, quale sarebbe, e come può essere esercitata concretamente anche attraverso eventi come Feminism 9?

EG. Servono forse due disposizioni apparentemente contraddittorie. Occorre il tempo, ampi colonnati di tempo, per leggere, sostare, spegnere il continuo rumore immersivo che ci circonda. Leggere e non divorare. Prendere appunti quando un libro è un incontro e non un semplice data base. Usarlo se serve come data base. Connetterlo con quanto magari già sappiamo, ed essere un po’ vergini per le novità che dona. Parlarne con altre (quanti sono i gruppi di lettura fioriti in questi anni un po’ ovunque?). Non so se questa è una responsabilità da ‘intellettuale femminista’: di certo, in un presente da qualche anno gravemente danneggiato, è una forma di cura delle nostre vite e di mutua condivisione.

Contemporaneamente, aggiungerei, evitare di dare un eccessivo valore all’intellettualità pura: anche il simbolico, anzi proprio il simbolico attecchisce sano solo su basi materiali buone. Parlo di funzioni non necessariamente solo intellettuali ma, proprio come da sempre il femminismo insegnava, da pratiche di relazione. Quindi corpi, materia, sentimenti. Una necessità di riscoperta di collettività agita, di ‘condividualità’ condivisa di cui questi giorni della Fiera possono essere testimonianza e insieme modello.


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