Mentre in diversi luoghi specializzati si stanno elaborando strategie atte a frenare la crisi della carta stampata, sempre più dirompente, la destra italiana va controcorrente. Sembra che davvero i contropoteri infastidiscano la corte della Regina. Così come è in corso l’offensiva contro la magistratura attraverso l’attacco (artificiosamente mascherato nella lettera del referendum) all’autonomia dei Pubblici ministeri, ugualmente si muove la polemica contro l’informazione non omologata. Se persiste e si aggrava il ricorso alle cosiddette querele temerarie, sulle quali l’Italia è campione d’Europa, accompagnato da minacce e attentati ai cronisti esposti (vedi il caso inquietante di Sigfrido Ranucci), sotto traccia cova un vero e proprio impeto distruttivo, degno di Fahrenheit 451.
Il riferimento va ad una sequenza di atti sepolti nel latinorum della Legge di bilancio (n.199) varata nel dicembre scorso e del cosiddetto decreto Milleproroghe appena licenziato con il voto di fiducia dalla Camera. In concreto, nel testo della finanziaria sono stati attribuiti al comparto dell’editoria solo 60 milioni, assai meno di quanto serviva per sanare crisi ed evitare casse integrazioni a go go. La botta definitiva è arrivata con il mancato inserimento nell’ultimo decreto del credito di imposta: altri 60 milioni. Una ferita forte, forte essendo stata la promessa. Con l’aggravante dell’ulteriore decurtazione di 30 milioni nel Milleproroghe in favore delle spedizioni postali agevolate dei periodici nel secondo semestre del 2026.
Se in precedenti stagioni la Federazione degli editori (Fieg) aveva una rilevante capacità di moral suasion e partecipava alla costruzione di leggi e regolamenti, ora sembra sedere ai margini del tavolo decisionale. Se passiamo al sindacato di giornaliste e giornalisti (Fnsi), lo sgomento aumenta. Il contratto è bloccato da un decennio (dal 1° aprile 2016) e la Federazione si è vista costretta a organizzare un flash mob davanti al teatro Ariston nel giorno dell’apertura del Festival di Sanremo, dopo aver sollevato uno striscione di protesta alla conferenza stampa del 9 gennaio tenuta dalla presidente del consiglio e organizzata dall’Ordine dei giornalisti. L’inflazione ha eroso il 20% dei salari e sul versante del lavoro autonomo la spinta è persino alla diminuzione dei già bassissimi compensi. L’articolato sull’equo compenso forse è in cottura dopo un’avventura che dura dal 2012. Spesso leggi che appaiono giuste e di semplice applicazione navigano in mari ostili per anni. Per non dire dell’entrata in scena ormai dilagante delle intelligenze artificiali, contro cui le misure normative in vigore (a partire dal Regolamento europeo Digital Services Act in vigore dal febbraio 2024) – contestate dal circolo di potere di Trump – faticano a trovare applicazione.
Una boccata di ossigeno arriva dal disegno di legge (n.1444) proposto da diversi senatori (primo firmatario Walter Verini) dedicato alle edicole, la preziosa rete che regge le sorti di una caduta dei giornali senza precedenti. La chiusura di oltre il 30% dei punti vendita (la cifra è verosimilmente sottostimata) costituisce una ferita cui occorre porre urgentemente rimedio.
Quindi, il mondo dell’informazione è considerato una terra infedele dall’insorgente democratura, che è in rapporto di amorosi sensi con poche e scelte testate megafoni di Palazzo Chigi. Magistratura e testate sono considerate estranee alla semplificazione autoritaria che spira da oltre oceano e trova spazi fertili in Europa. L’Italia, pure esempio in passato di momenti carichi di prefigurante riformismo, oggi sta in coda nelle classifiche ed è osservata speciale della Commissione europea in merito alla mancata applicazione dell’European Media Freedom Act (Emfa). Come ha denunciato in un’interrogazione la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti, sembra che la lettera di richiamo (?) inviata da Bruxelles stia in qualche cassetto del dicastero retto dal ministro Giorgetti. Da un po’. Del resto, l’Italia è un paese di piccoli e grandi misteri.
(Da Il Manifesto)
