Giornalismo sotto attacco in Italia

La democrazia muore nell’oscurità

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C’era una volta il Washington Post, il quotidiano che svelò al mondo i Pentagon Papers e, soprattutto, lo scandalo Watergate: due vicende destinate a mutare per sempre l’immagine mondiale degli Stati Uniti e a porre fine, nel caso della seconda, alla triste presidenza di Richard Nixon. C’erano una volta Bob Woodward e Carl Bernstein, che grazie alla loro inchiesta ottennero fama imperitura ma, più che mai, salvarono un Paese già allora in guerra con se stesso. C’era una volta la signora Katharine Graham, che di quel miracolo, giornalistico e culturale, ne era non solo l’editrice ma anche l’ispiratrice e il punto di riferimento.
C’era una volta la sacralità del giornalismo, che in America era effettiva, tanto che, ogni volta che mettevamo in discussione, non a torto, la superiorità morale di quel Paese, ci dicevamo che sì, avevano mille difetti e innumerevoli contraddizioni però almeno a quelle latitudini la stampa costituiva davvero il quarto potere. Insomma, c’era una volta la liberaldemocrazia, in grado di resistere a ogni attacco, a tutti i poteri e ai non pochi interessi che, naturalmente, ruotano intorno ai palazzi del potere di una capitale globale. Poi è arrivato Jeff Bezos, anno 2013, e con mister Amazon ha avuto inizio la scalata al potere dei tecnocrati multimiliardari, quel “tecnofeudalesimo” che Yanis Varoufakis ha saputo descrivere da par suo in un saggio mirabile. Da allora, di tutto ciò che abbiamo descritto in precedenza, è rimasto poco o nulla, al punto che nell’autunno del 2024 lo stesso Bezos ha impedito al suo quotidiano di compiere un endorsment in favore della candidata democratica Kamala Harris per non imicarsi il nuovo dominus della scena politica statunitense.
Era la prima volta che accadeva nella storia del giornale. Ora sono arrivati i tagli, i licenziamenti (almeno trecento persone), la chiusura delle sedi all’estero, l’eliminazione dello sport, della rubrica dedicata ai libri e di non poche corrispondenze; in pratica, è svanito l’immaginario di un quotidiano liberal e progressista, sempre connesso con le mutazioni di una Nazione in vorticosa evoluzione verso l’ignoto. Potrà ancora andare in edicola o, più probabilmente, essere scaricato sui nostri dispositivi digitali, ma il Washington Post che abbiamo letto, conosciuto e amato per decenni non esiste più. E anche la democrazia, negli Stati Uniti e non solo, non se la passa tanto bene, specie se si considerano i continui insulti di Trump ai corrispondenti accreditati alla Casa Bianca e la concentrazione di potere e ricchezza nelle mani degli oligarchi che gli hanno finanziato la campagna elettorale e ora ne sostengono l’operato per meri motivi d’interesse personale e aziendale.
Il dramma è che con il Washington Post, ridotto a essere l’ombra di ciò che era e incapace di riprendersi dopo il poderoso taglio di personale che gli ha inflitto il suo padrone, rischia di venire meno un’idea di democrazia, il concetto stesso di Occidente e con essi il nostro vivere civile. Non a caso, riteniamo che non sia stata attribuita la dovuta importanza alla denuncia del segretario generale dell’ONU Guterres, il quale ha parlato di un’istituzione che rischia il collasso, con la prospettiva, inedita e atroce, che possa addirittura chiudere i battenti, specie se davvero l’America di Trump dovesse sfilarsi per dar vita al Board of Peace, ossia a un’agenzia in netta contrapposizione con tutto ciò che le Nazioni Unite hanno rappresentato negli ultimi ottant’anni.
Mettere a tacere il dissenso, spegnere le voci contrarie, far evaporare la critica, mortificare sistematicamente chiunque osi porre domande, neanche troppo scomode, e fare scuola nel mondo: questo è il trumpismo, un demone che abbiamo il dovere di contrastare con tutte le forze democratiche e pacifiche a nostra disposizione, prima che sia troppo tardi, prima che ci divori, prima che anche la nostra già malandata democrazia possa essere travolta dai suoi effetti planetari. Non siamo lontani, occhio, e sarà bene far tesoro dell’insegnamento di un grande americano come il reverendo Martin Luther King, che ammoniva: “Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici ma i silenzi dei nostri amici”. Scegliamoci bene

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