Giornalismo sotto attacco in Italia

Finalmente un duro colpo allo sfruttamento del lavoro precario, grazie ai magistrati 

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Finalmente! Si tira un sospiro di sollievo alla notizia dell’inchiesta della procura di Milano sullo sfruttamento da parte delle grandi compagnie di cibo a domicilio dei rider, i fattorini che con biciclette e monopattini consegnano pizze, pranzi e cene a casa, abitudine importata dagli Stati Uniti e esplosa negli anni del Covid.

Fa comodo, lo sappiamo. Risolve problemi, naturalmente. Tutto bene in un mondo normale, dove chi lavora guadagna il giusto, i clienti sono soddisfatti e le imprese vanno avanti. Niente di tutto questo. Ognuno di noi, anche se non usa questo tipo di servizio, vede continuamente correre sulle strade delle nostre città questi ragazzi, molti stranieri, sul proprio mezzo a due ruote anche sotto un diluvio, anche sotto i 40 gradi all’ombra, anche sotto la neve. 

Ma solo grazie a molte inchieste giornalistiche col passare del tempo abbiamo saputo che sono davvero i nuovi schiavi degli anNi duemila. Spaventosamente sottopagati, sfruttati, senza contratto di lavoro, senza riposi, senza festivi e governati da un implacabile algoritmo.

Ma da alcuni giorni i magistrati di Milano, città dove il servizio a domicilio è in assoluto il più diffuso, dopo mesi di silenziose indagini, hanno fatto scoppiare il bubbone. E cos’ il 19 febbraio la vicenda è arrivata sui media.

La Procura di Milano si è nuovamente occupata di food delivery e nello specifico dei rider di Glovo. A distanza di cinque anni da quando il pubblico ministero Paolo Storari aveva commissariato la filiale italiana di Uber Eats per sfruttamento dei rider e caporalato digitale. Ora si parla di Glovo. Come si legge nel decreto d’urgenza firmato dal pm il 5 febbraio scorso, la società che gestisce le attività di Glovo nel nostro paese, Foodinho srl, è stata messa sotto controllo giudiziario. Un provvedimento drastico che, di fatto, affianca al vertice aziendale il commercialista Adriano Romanò con il compito di rimettere in ordine una gestione del lavoro basata su forme di capolarato illecite nel nostro sistema giudiziario. Il decreto convalidato dal giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi, il quale ha stabilito che Glovo deve “introdurre un algoritmo […] capace di garantire (ai rider) un reddito compatibile con i dettami costituzionali“. Ai rider, secondo il gip, dovrebbe essere assicurato “un compenso minimo orario” secondo quanto previsto dai “contratti collettivi nazionali”.  La multinazionale “prende atto della nomina dell’amministratore ed è impegnata a fornire all’indagine in corso tutti i fatti e i dati rilevanti, che dimostreranno come i rider ricevano un compenso equo e pienamente conforme a tutti i requisiti di legge” e si dichiara disponibile a collaborare con le autorità.

Mentre i rider raccontano, tutti, dovunque li trovi, che il compenso massimo orario è di 3,70 euro, e che se non lavori almeno 12 ore non puoi mantenerti, spiegano che l’algoritmo se ritardi di 30 secondi ti stacca la consegna successiva, i magistrati stanno andando avanti e da ieri è sotto controllo giudiziario non solo la Glovo ma anche la Deliveroo e, fatto ancora più clamoroso e di cui potremmo vedere conseguenze eclatanti, sta analizzando i rapporti fra le società che distribuiscono il cibo e i loro danti causa (parliamo di nomi come Mc Donald’s, Burger King, Carrefour solo per citarne alcuni).

Ne parliamo da anni, i giornalisti hanno fatto inchieste, il sindacato ha fatto rivendicazioni,molti utenti consapevoli cercano di dare una buona mancia a questi non fattorini ma nuovi schiavi, altri urlano e si lamentano se sotto il diluvio la pizza non arriva bollente. Se non è una forma di capolarato questa cosa lo è? Quale occasione migliore per cercare di ottenere in Italia quel salario minimo che esiste in quasi tutti i paesi europei?

Eppure il governo ha rifiutato ogni approccio su questo. I rider, giovani e meno giovani (ci sono molti over 50 a Milano, a Roma, a Napoli, a Palermo) continuano a vivere in questa forma di moderna schiavitù che però, forse, è destinata a finire, non per meriti politici ma perché dei magistrati onesti si sono messi a fare seriamente il loro lavoro. Magistrati di procure e uffici giudiziari, Insieme. Sarà il caso di dargli una mano votando un bel NO!


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