Giornalismo sotto attacco in Italia

All’attacco, spunti contro la deriva autoritaria

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Penso che dobbiamo chiamare all’allerta democratica generale. Penso che le paure che avvertiamo con sempre maggiore intensità abbiano riscontri fattuali e meritino una riposta dalla politica. C’è una narrazione eversiva della Destra e ci sono pacchetti legislativi che danno corpo a questa narrazione, come il pacchetto sicurezza ora in discussione, l’ennesimo. Provo a mettere in fila alcune dichiarazioni dei leaders della Destra e porle in relazione alle prossime misure del governo sul tema “sicurezza”.

“C’è una strategia di eversione dell’ordine democratico. Stiamo registrando un innalzamento del livello dello scontro che, pur con delle varianti, richiama dinamiche squadristiche e terroristiche del nostro passato” (Matteo Piantedosi), “Gli agenti di polizia non hanno le mani troppo libere, le hanno troppo legate” (Giovanni Donzelli), “Per questa gente qui non basta la galera e l’obbligo di cauzione per chi scende in piazza” (Matteo Salvini), “È tentato omicidio, i magistrati non esitino” (Giorgia Meloni). E poi i richiami alle Brigate Rosse e alla necessità di leggi speciali, la richiesta di impunità per le azioni degli agenti e, ancora, lo squadrismo mediatico nei confronti di tutte le voci diverse dal richiamo agli anni ’70, verso chiunque abbia provato a stare dentro una cornice di legalità costituzionale. Nonostante la ovvia, condivisa e doverosa condanna verso il pestaggio di un agente, chiunque abbia dissentito dalla linea ufficiale del Governo è stato messo nell’album di famiglia della sovversione. Se eri in piazza, eri fuori legge. Questo il tam tam politico mediatico della Destra. In tutto questo grumo narrativo c’è l’unica eversione. Vado al punto: quello che sta mettendo in pratica la Destra è un altro tassello di un progetto di erosione delle regole democratiche e della convivenza civile basata sul riconoscimento politico del dissenso e del conflitto come strumenti di emancipazione e trasformazione. Inizio elencando gli articoli della Costituzione violati dalla narrazione e dalle misure della squadra meloniana:

Articolo 17 (Diritto di riunione e manifestazione), Articolo 21 (Libertà di manifestazione del pensiero): è evidente lo squadrismo mediatico pianificato, l’uso dei social e di piattaforme digitali politicamente orientate per diffondere una narrazione che mira a criminalizzare intere aree del dissenso (come centri sociali, sindacati e partiti).  Inoltre esponenti del governo cercano di dare indirizzi alla magistratura sulle priorità repressive (concentrandosi su specifiche aree politiche e sociali). Articolo 13 (Libertà personale) e Articolo 27 (Presunzione di innocenza): la valutazione da parte del governo di misure come il fermo preventivo o modifiche al codice penale per limitare la libertà personale prima di una condanna definitiva, sono una violazione dei principi di libertà e del diritto alla difesa.

Lo “scudo penale” annunciato per le forze di polizia dopo le violenze di Torino e rilanciato in vista del prossimo ddl Sicurezza costituiscono una violazione degli articoli Articoli 3, 24 e 112. Art. 3 (Principio di Eguaglianza), Art. 112 (Obbligatorietà dell’azione penale), Art. 24 (Diritto di difesa)

 

Questo piano è in gran parte precedente alle violenze di Torino, utilizza gli scontri che hanno coinvolto una parte minoritaria dei manifestanti, per criminalizzare il dissenso, la possibilità stessa di agirlo democraticamente, direzionando il paese verso una rottura costituzionale; è una rottura che mette l’Italia in scia con il progetto suprematista trumpiano e con la Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti per il 2025, un documento che impegna gli USA a “coltivare la resistenza” all’interno dei paesi europei, appoggiando partiti di estrema destra per indebolire l’UE. Lo stesso piano punta a favorire l’elezione di leaders che condividano la visione di una “Europa delle Nazioni” piuttosto che di un’integrazione europea, vista come un ostacolo agli interessi americani.

In questi ultimi anni una Sinistra diffusa, più sociale che politica, più civica che partitica, ha messo in campo una mobilitazione che è stata in grado di uscire dagli schemi novecenteschi delle battaglie campali. Questa Sinistra o non conosce quei codici novecenteschi, oppure, nella parte più “matura”, ci ha fatto i conti più di trent’anni fa scegliendo lo zapatismo e l’uscita dall’idea dell’assalto violento al potere per un altro potere. Quelle piazze sono libere dalle tentazioni mimetiche degli anni ’70 e esprimono una radicalità non ideologica: il blocchiamo tutto, dai porti, alle autostrade, ai luoghi di lavoro è stato il passo concreto e insieme evocativo di una solidarietà internazionalista e anticolonialista, in quelle piazze si è espresso un anticapitalismo che mi verrebbe da definire “spontaneo”, fatto dei tanti linguaggi delle organizzazioni sociali, ma soprattutto di sensibilità individuali, di pratiche personali, di scelte di campo del quotidiano. Un mondo che ha capito, che avverte, che sente intimamente, la relazione tra capitalismo e catastrofe ambientale e umanitaria. A bloccare i porti e le autostrade, a scegliere il boicottaggio contro le industrie e le imprese complici del genocidio, sono state anche persone che non erano mai scese in piazza prima, o che comunque non avevano mai esercitato quelle forme di disobbedienza, che hanno acquisito e diffuso l’informazione della relazione tra capitalismo e disumanizzazione, tra riorganizzazione dei nuovi rapporti imperiali e genocidio come strumento per reificarli.

Io penso che dobbiamo compiere diversi passi nella nostra resistenza; il primo è quello di passare all’attacco e uscire dall’angolo, dobbiamo denunciare il ventre molle della loro ipocrisia, metterli davanti ad una denuncia diretta e esplicita, devono scegliere se continuare su questa strada e inevitabilmente arrivare alla fine della democrazia, o fermarsi in tempo. Bisogna inchiodarli alla responsabilità di essersi fatti parte di un processo di fascistizzazione e di attacco alla Costituzione.

L’azione dell’esecutivo non configura più una semplice scelta politica, ma un vero e proprio attacco alla Costituzione. Il Governo deve rispondere di condotte che mirano a sovvertire l’ordinamento democratico e a menomare i diritti fondamentali dei cittadini.

Quando un governo utilizza la decretazione d’urgenza e la forza legislativa per smantellare i diritti di riunione, difesa e uguaglianza, sta operando una rottura del patto sociale. Denunciare il tradimento della Repubblica, questo è uno dei compiti che ci compete per uscire dall’angolo e agire un ruolo attivo nella lotta alla fascistizzazione.

L’altro passo riguarda la mobilitazione civile, che significa favorire i processi di autorganizzazione del conflitto, farsi concavi di fronte a intelligenze e saperi che in questi anni hanno rappresentato la nuova resistenza e aperto a nuovi immaginari. Non è un caso che uno dei più grandi movimenti degli ultimi trent’anni come quello per la Flotilla sia nato completamente fuori dalla politica organizzata. Di fronte allo scricchiolio delle democrazie (meglio una democrazia che scricchiola piuttosto che la fine di ogni garanzia. E’ banale, ma spesso nel dibattito minoritario sembra non esserlo cosi tanto) dobbiamo recuperare l’intelligenza di farsi popolo agita dagli equipaggi di terra durante l’opposizione al genocidio e dai cittadini degli Usa contro l’ICE, farci puntello della democrazia e fautori di nuove forme democratiche più avanzate, popolari e inclusive. Forme e architetture di resistenza che inevitabilmente devono confrontarsi con i livelli di diffusività del controllo sociale e di indirizzo politico nell’era del capitalismo della sorveglianza.

 

Il 28 marzo ci sarà una grande manifestazione a Roma. Il popolo si riprende la parola, contro i Re e per la democrazia e la giustizia sociale e ambientale.


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