32 anni dopo Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota e Dario D’Angelo, assassinati a Mostar est il 28 gennaio 1994, ci ricordano che il nostro è un mestiere necessario, anche se non sempre siamo in grado di onorarlo fino in fondo: come antidoto ai depistaggi e alle rimozioni collettive, come appello alla responsabilità di ciascuno e ciascuna nel costruire un mondo dove l’odio non sia l’ultima parola, come strumento per rispondere all’ingiustizia, all’indifferenza, al tentativo sempre più diffuso di deumanizzare gli altri. Attraverso la Fondazione nata dopo la loro morte ci ricordano — come dice sempre Beppe Giulietti — che si può usare il dolore per allargarlo a quello degli altri e trasformarlo in azione. Attraverso il Premio promosso dalla Fondazione ci ricordano che nel buio i diritti umani e la democrazia muoiono e dove non c’è la democrazia spesso c’è la guerra. Ci ricordano anche che — come spesso sottolinea Vittorio Di Trapani — non siamo stati capaci di rendere effettivo quel “Mai più!” pronunciato 32 anni fa, perché colleghe e colleghi continuano a morire e negli ultimi anni sempre di più: questo ci chiede un supplemento di impegno a servizio della sicurezza delle inviate e degli inviati. Ci ricordano che per dare gambe alla speranza ci vuole coraggio, che non è incoscienza o mancanza di paura, ma la capacità di superarla per una causa giusta. Ci ricordano che per fare questo mestiere occorre empatia, la stessa che serve per restare umani.

