Giornalismo sotto attacco in Italia

Pasolini e l’era del testimonial 

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Ormai parecchi anni fa, Annette Wieviorka scrisse un saggio intitolato “L’era del testimone”. Rifletteva sull’importanza dei diari tenuti dalle vittime della Shoah e su cosa sarebbe accaduto, a livello di analisi e verità storica, nel momento in cui fossero venute meno le testimonianze dirette dei superstiti dei grandi diluvi del Novecento, lasciando presagire una triste stagione di negazionismo e rimozione della verità storica per cedere il passo a ricostruzioni false e appropriazioni indebite di vicende e protagonisti che non possono in alcun modo essere considerati neutrali. Del resto, la storia, e più che mai quella del Novecento, non è neutra: presenta tratti urticanti, momenti feroci, orrori sui quali non si può sorvolare e che non possono essere derubricati a casualità o semplici incidenti. Quando si parla di un poeta come Pasolini, poi, la vicenda si complica ulteriormente.

PPP, infatti, è abrasivo non solo per la destra, che ha sempre disprezzato, condannandone la matrice fascista e il mancato disconoscimento del ceppo mussoliniano da cui discende, almeno nel nostro Paese, ma anche per la sinistra, con cui ha sempre avuto incomprensioni, scontri e dissidi, al punto che persino la gloriosa Unità degli anni Settanta, a suo tempo, aveva accreditato la tesi del “ragazzo di vita” come assassino di un uomo solo, controverso e incline a contestare l’ordine costituito, qualunque fosse il suo colore. Anche per questo, riteniamo davvero grave il tentativo della destra di appropriarsene in un convegno, trasformandolo in un baluardo del pensiero conservatore e celebrandolo non per il suo genio ribelle e anticonformista ma come simbolo di contrapposizione alla sinistra. Spiace doverglielo ricordare, ma Pasolini, pur essendo stato cacciato dal PCI di Pordenone in quanto omosessuale, era orgogliosamente comunista. È l’autore de “Le ceneri di Gramsci”, colui che chiede che la bandiera rossa ridiventi straccio e il più povero la sventoli, il cantore degli ultimi, dei deboli, degli esclusi, degli accattoni e delle prostitute, delle borgate romane abbandonate da Dio e dagli uomini e della riscossa popolare contro ogni ingiustizia. E, soprattutto, è l’autore di “Salò”, un capolavoro in cui ambienta nella città simbolo del crepuscolo del fascismo “Le 120 giornate di Sodoma” del marchese de Sade, mostrandoci l’eterno fascismo che aggredisce e infesta il nostro Paese nella sua essenza più vera. Non a caso, era odiato, denunciato e continuamente posto sotto attacco dai fascisti. Non a caso, scriveva espressamente nei suoi editoriali che il fascismo fosse rimasto come morbo e male oscuro dell’Italia, riprendendo il concetto gobettiano di “autobiografia della Nazione” e attualizzandolo. Non a caso, attribuiva ai rigurgiti neo-fascisti e alle complicità dello Stato le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia e del treno Italicus. “Io so, ma non ho le prove”. So cos’è questo golpe, so chi sono i mandanti, ne conosco le finalità e le possibili conseguenze: così affermava, riassumendo, questo intellettuale scomodo e non incasellabile, ponendo la sinistra di fronte alla responsabilità storica di aver abbracciato, di fatto, il demone del consumismo e di non aver fatto abbastanza per contrastare la carogna che si stava risvegliando e tornando d’attualità. E anche per quanto concerne le questioni etiche, come ad esempio l’aborto, quella di Pasolini era una visione evangelica, teologica, filosofica: nulla a che spartire con il conservatorismo retrogrado e trumpista delle destre attuali. Insomma, se proprio i nipotini di Almirante vogliono provare a esercitare un’egemonia culturale, si dotino di pensatori all’altezza e tentino la sfida. Non provino nemmeno per un istante, invece, a trascinare nel proprio campo personalità che con loro non si sono mai confuse e che, oltretutto, non possono difendersi.

Lo scriviamo mentre ricorre un altro anniversario, passato pressoché sotto silenzio: i cinquant’anni dall’omicidio di Piero Bruno, militante di Lotta Continua, studente dell’ITIS Armellini, un ragazzo di diciott’anni che il 22 novembre del ’75 trovò la morte mentre manifestava contro la barbarie in corso in Angola dopo la fine della colonizzazione portoghese. Armellini, ventisei anni prima di Carlo Giuliani, fu vittima della violenza di Stato: uno Stato che si era affidato alla Legge Reale, alla repressione sistematica del dissenso, alla possibilità, per gli agenti, di sparare pressoché in ogni circostanza, indiscriminatamente; uno Stato che non seppe aprirsi, non seppe dialogare e, quel che è peggio, non volle, come testimonia anche la vicenda ugualmente tragica di Pier Francesco Lorusso due anni dopo a Bologna.
“Io so”, per l’appunto. So e denuncio, avrebbe aggiunto Pasolini, che per questo venne assassinato, altro che ragazzi di vita e rapporti omosessuali finiti male!
Nel decennio che viene giustamente ricordato anche come uno dei più progressisti di sempre, grazie all’approvazione di tante riforme che hanno migliorato la vita di milioni di persone – dal divorzio all’aborto al Servizio Sanitario Nazionale, tanto per citarne alcune – forze reazionarie e pericolose tentarono in tutti i modi di sabotare ogni forma di crescita e di sviluppo, di politicizzazione e di presa di coscienza da parte delle masse. E oggi, mentre regna la spoliticizzazione (giusto per citare ancora Pasolini) e a votare si recano meno del 50 per cento degli aventi diritto, non possiamo accettare anche la trasformazione di PPP in un emblema della destra. L’oltraggio a una vita, a un pensiero e a una storia gloriosa non è, difatti, tollerabile nemmeno in quest’epoca controrivoluzionaria e segnata da una sorta di fascismo globale.
Che si cerchino così ossessivamente dei simboli, per qualunque cosa, a cominciare dal referendum sulla giustizia che avrà luogo in primavera, ci dice tuttavia che forse aver abbattuto le ideologie, demonizzandole e allontanandole come la peste dal dibattito politico, non è stata una grande idea. Una politica senza ideologia, infatti, è un posto sbagliato, in cui ai testimoni si sostituiscono, per l’appunto, i testimonial e tutto diventa pubblicità. Mai come in questo caso, ingannevole.

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