Si è svolto il 17 settembre un incontro nella sala Dar al-Nadwa di Beirut, luogo simbolico di dialogo e consultazione nato durante la guerra civile libanese, per commemorare il massacro di Sabra e Shatila. L’iniziativa, segnata da un forte valore politico e culturale, ha visto l’intervento di Ma’an Bashour, voce storica del pensiero anticolonialista arabo e punto di riferimento del dibattito panarabo contemporaneo.
Il discorso di Ma’an Bashour si è mosso lungo tre direttrici: memoria, denuncia e prospettiva. Ha aperto con un richiamo personale alla condivisione dei momenti difficili e alla fedeltà alla “giusta causa” della liberazione palestinese, trasformando il ricordo in un impegno collettivo di continuità della resistenza. “Siamo uomini che credono nella nostra causa, la giusta causa del nostro popolo, e continueremo fino alla vittoria. Non per me soltanto, ma per tutta la Palestina. Quando ci incontreremo a Gerusalemme, ricorderemo i martiri che hanno pagato col sangue la liberazione.”
Il cuore dell’intervento è stato il richiamo alla memoria di Sabra e Shatila. Per Ma’an Bashour, quel massacro non rappresenta soltanto un lutto storico, ma una lezione politica: dimostra l’inaffidabilità delle garanzie internazionali, l’impotenza dell’ONU e i rischi di un disarmo della resistenza che apre la strada a nuove stragi. In questa lettura, il sangue delle vittime diventa “spinta e nutrimento” per il cammino verso la libertà. “Crediamo che il sangue dei nostri martiri spinga il cammino verso la libertà. Non è possibile che il mondo sia libero mentre la Palestina è ancora sotto occupazione. E quale esercito? L’esercito del fascismo, quello che conoscete bene dall’Italia, dall’Albania, e che oggi domina la Palestina.”
Il discorso ha insistito anche sull’ottimismo della resistenza, che trasforma i sacrifici in investimento politico e morale. Ogni vita perduta – in Palestina, Libano, Yemen, Iraq, Siria – è parte del prezzo per la libertà. Bashour ha ricordato esempi storici: i venti milioni di morti sovietici nella Seconda guerra mondiale, i milioni di vittime algerine sotto l’occupazione francese, i vietnamiti. “Se questo è il prezzo della libertà, allora anche noi dobbiamo pagarlo.”
Passando all’attualità, Ma’an Bashour ha sottolineato che la resistenza palestinese non è più un fatto locale, ma ha innescato un “tufān” (inondazione) che diventa globale: “Oggi i popoli del mondo intero si muovono, issano la bandiera palestinese. La liberazione della Palestina è solo questione di tempo. Il mondo intero si sta schierando: i popoli da una parte, i governi dall’altra.”
Ma’an Bashour ha collocato la lotta palestinese all’interno di una dimensione universale della libertà. “Non è possibile che il mondo sia libero mentre la Palestina rimane sotto occupazione”, ha affermato, evocando l’immagine di un fronte globale che travalica confini politici e religiosi. Nel suo discorso, musulmani e cristiani, ebrei, buddisti e induisti, comunisti e democratici compaiono fianco a fianco a sostegno della Palestina. “Chi crede davvero nella propria fede deve credere nella libertà. Chi la nega non appartiene a nessuna religione.” I governi, accusati di inerzia o complicità, vengono contrapposti ai popoli che mantengono viva la coscienza.
Ma’an Bashour ha fatto poi riferimento alle delegazioni internazionali, e in particolare a quelle italiane, sottolineando come la loro presenza a Beirut nella memoria di Sabra e Shatila dimostri che “nel mondo c’è ancora coscienza, che c’è chi non dimentica. La vostra presenza qui è la prova che la Palestina non è sola.”
Un passaggio centrale ha riguardato il ruolo dell’Egitto, indicato come attore decisivo nell’attuale equilibrio regionale. Rievocando la guerra del 1973, Bashour ha ammonito che la calma del Cairo potrebbe trasformarsi in reazione se Israele dovesse proseguire con le politiche di aggressione ed espulsione. L’immagine scelta, “anche il Nilo, quando arriva il diluvio, straripa”, traduce in termini simbolici la possibilità di un cambiamento politico.
In una parte del discorso più personale, Ma’an Bashour ha richiamato la rivoluzione algerina, raccontando di un contadino analfabeta che, pur senza capire la lingua, percepiva “con il cuore” il messaggio di solidarietà trasmesso dalla radio. Un episodio che per l’oratore mostra come la causa palestinese non sia soltanto politica, ma appartenga al sentimento universale di giustizia.
La conclusione è stata un appello alla perseveranza nella resistenza e nella solidarietà internazionale, alla necessità di mantenere viva la memoria e alla convinzione che la vittoria della Palestina coincida con la vittoria della libertà di tutti i popoli. “La causa palestinese è uno dei nomi della giustizia universale. Non possiamo fermarci. Dobbiamo restare uniti, convinti del nostro diritto. Perché la vittoria della Palestina sarà la vittoria della libertà nel mondo.”
La sala Dar al-Nadwa, che da decenni ospita incontri, confronti e commemorazioni, ha confermato il suo ruolo di foro vivo di memoria e visione, in cui passato e futuro si intrecciano e in cui la questione palestinese viene riletta come nodo universale della libertà contemporanea.
