A Roma, con allegra familiarità ma senza alcun disprezzo li chiamano buiaccari, o almeno li chiamavano quando ancora c’erano quei buchi di trattorie, senza alcuna pretesa, in cui ci si affollava tra i vapori dei fornelli per gustare il cibo di una cucina fatta in casa, alla buona, ma capace di sfidare ogni confronto. Adesso il buiaccaro è stato sostituito dai fast food dove riscaldano a microonde piatti precotti da scegliere in fotografia. La fine di un’epoca.
I locali che sono riusciti a sopravvivere alla concorrenza si sono trasformati in trattorie prese d’assalto dai turisti, o si sono autopromossi a ristoranti a la page.
Mutando lo scenario ci spostiamo a Parigi, anni Sessanta. Una giovane coppia di provinciali, passeggiando per le Halles, il quartiere dei mercati generali, adocchiano un bistrot “apparentemente uguale agli altri, ma più invitante per via dei prosciutti e dei salami appesi in vetrina”. L’insegna Chez l’Auvergnat, è modesta, ma non il locale, diventato nel tempo un ritrovo chic, senza aver perso nulla dell’accogliente atmosfera originaria:
“I tavoli della prima sala erano ancora vecchi tavoli di marmo con i piedi di ghisa, il banco un classico bancone di stagno.”
I due giovani avevano deciso di cominciare con gli insaccati ed “erano sbalorditi alla vista della grande varietà di salumi esposti sul carrello che veniva accostato al loro tavolo”.
Auguste aveva rilevato l’umile osteria, il suo bistrot, come preferiva chiamarlo, “con i suoi risparmi e un po’ di soldi che il fratello gli aveva prestato nel 1913, senza immaginare che l’anno dopo lo avrebbero spedito al fronte”. Dove ora appare l’impeccabile cucina a vista, dietro una parete di cristallo, c’era in origine la camera da letto dell’oste e sua moglie.
Ora auto di lusso si fermano accanto al marciapiede, e da una Rolls Royce scendono ambasciatori e invitati in smoking. Alle pareti spiccano tre Utrillo, che il vecchio proprietario aveva ottenuto per pochi spiccioli, in cambio di un prestito che un collega non era riuscito a restituirgli.
Ci siamo calati nell’ultimo romanzo di Georges Simenon uscito da Adelphi, che non è un giallo in senso tradizionale, e neppure un caso poliziesco da affidare al commissario Maigret, ma nella narrazione viene ugualmente a crearsi una tensione crescente che ci tiene inchiodati. Il racconto prende lo spunto da un viluppo quotidiano, ordinario e quasi banale, che chissà quanti di noi hanno conosciuto di persona o almeno sfiorato: immenso Sim, creatore di storie eterne, non datate, non circoscritte a un’epoca o a un luogo, ma sospese nell’iperuranio di casi umani.
Auguste era arrivato a Parigi appena quindicenne, ma s’era fatto strada presto, acquisendo una piccola osteria scalcinata “e facendosi arrivare dal paese le specialità dell’Alvernia, per esempio quelle grandi pagnotte grigiastre che erano esposte in vetrina”. La clientela dei mercati generali non aveva tardato a crescere, attratta dalle buone pietanze e dal vino sincero, ingolosita dalle leccornie che Auguste e Eugénie riescono a preparare in cucina.
La coppia ha tre figli maschi, e quando gli affari cominciano a filare per il verso giusto, si trasferisce a vivere in un paio di camere sopra l’osteria. Man mano la locanda si trasforma, si amplia, diventa un locale trendy ricercato da intellettuali, artisti, professionisti di grido, palati fini, intenditori facoltosi della tout Paris. Meta obbligata e alla moda di chi in quel quartiere popolare si gloria di scoprire gli angoletti più pittoreschi ed esclusivi.
Antoine, il figlio di Auguste, prende le ordinazioni e consiglia con discrezione i suoi ospiti: “Per cominciare galantina di maialino al latte, qualche fetta di salame dell’Alvernia e sfoglia ripiena di Sain-Flour. A seguire un cosciotto di agnello alla Brayaude accompagnato da uno Chanturgue rosso dal leggero retrogusto di viola”.
Auguste, è un personaggio molto agréable, alto, massiccio, cordiale, sempre disposto ad alzare il calice insieme ai clienti affezionati. Pur avendo ormai notevolmente accresciuti sia l’impresa sia l’abitazione ai due piani superiori, lui non è mai cambiato, fedele alle sue origini umili di gran lavoratore. Ogni giorno si alza all’alba per scegliere dai banchisti del mercato, suoi conoscenti da tempo immemorabile, le migliori provvigioni per la giornata; e alla chiusura, a ore sempre più piccole, non sale a dormire fino a quando anche l’ultimo utensile non è stato collocato al proprio posto. Invecchia serenamente, soddisfatto di sé, benché dei suoi tre figli solo il secondo, Antoine, gli sia rimasto accanto nella gestione del ristorante, organizzando la sala, servendo ossequioso ai tavoli, e ritirando la sera l’incasso della giornata da sistemare in cassaforte. Ma pur sempre in posizione subordinata al padre, uno stipendiato alla medesima stregua del personale di sala o di cucina.
Antoine è sposato ma non ha prole, la coppia è sterile. È ingrigito accanto ad Auguste, per il quale rimane il figlio prediletto. Gli altri due sono rimasti prudentemente alla larga da quell’attività che richiede impegno, passione, sacrificio costante, e non conosce orari, né feste, né vacanze. Il primogenito, Ferdinand, inclinato allo studio, è diventato un giudice istruttore, completamente assorbito dal lavoro e dalla propria famiglia. L’ultimo, Bernard, è invece uno scapestrato, alcolizzato, che bazzica attorno al mondo dello spettacolo non combinando mai nulla di buono, e sopravvive andando spesso e volentieri a batter cassa al ristorante, dove Antoine non gli nega mai un aiuto per gli improbabili affari che si inventa a casaccio.
Gli anni sono trascorsi veloci, ed anche Auguste è invecchiato, ma con decoro, non troppo dissimile da quella foto in bianco e nero, ingiallita, dove lui dietro il bancone di zinco appare in maniche di camicia con la moglie un po’ defilata dietro. La sua amatissima Eugénie, che ha perduto quasi del tutto la memoria e trascorre le giornate nella loro camera matrimoniale, seduta alla finestra, assistita da una fantesca che la imbocca per mangiare. Tuttavia i due coniugi dormono ancora insieme, uno accanto all’altro, tenendosi la mano.
Auguste è un padre padrone, e gestisce gelosamente gli introiti del ristorante che cominciano ad essere davvero cospicui. Nessuno sa dove li tenga in deposito o li investa e nessuno deve metter bocca. Soltanto una volta, di fronte a una mite richiesta di Antoine, dopo averci riflettuto sopra, firma un pezzo di carta in cui esprime la volontà che, alla propria morte, l’attività venga trasferita al figlio. E la morte arriva davvero, del tutto inaspettata; quella sera stessa, dopo aver bevuto cordialmente un ultimo bicchiere con la giovane coppia di provinciali, vacilla, si appoggia a una sedia e poi crolla al suolo trascinando con sé tavola e tovaglia, fulminato da un colpo apoplettico. Quando sopraggiunge di corsa il medico di famiglia non c’è più niente da fare. Auguste, passato a miglior vita, viene disteso nel suo letto. La moglie, che non si rende conto di niente, viene spostata nella stanza della domestica. Ed ora che accadrà?
Se prima i fratelli erano in paciosa e comoda ammirazione di Antoine che sgobbava come un mulo non avendo altra vita che quella del ristorante; adesso d’un tratto la sua dedizione si profila come ambigua ai loro occhi interessati. Su Fernande, la donna che Antoine ha sposato e che siede alla cassa del ristorante, hanno sempre storto il naso, ritenendola una poco di buono. Emergono intrattenibili sospetti, antichi rancori, e cresce tumultuosamente un acido livore suscitato dall’avidità per la successione. Ferdinand e Bernard, pur così lontani tra loro, si coalizzano contro il mezzano che non ha nulla da nascondere, onesto fino all’inverosimile, rispettoso, sollecito con i genitori; il vero artefice di quel ristorante di rango, di quel miracolo imprenditoriale, senza voler in nulla sminuire le capacità di Auguste. Chez l’Auvergnat senza Antoine sarebbe rimasta una trattoria di second’ordine; e nessuno ha idea di che cosa succederà, ben presto, quando dovrà sloggiare dai locali che occupa, perché tutta le Halles è in procinto di essere abbattuta, azzerata, per far posto al nuovo volto di Parigi: “i padiglioni smontati come giocattoli; sarebbero crollate per prime le facciate delle case, i pavimenti, le scale, rivelando su pezzi di muro la carta da parati con le tracce dei mobili”.
I funerali di Auguste si celebrano tra due ali di spettatori silenziosi e un diluvio di fiori e corone, le vetrine sbarrate, l’ingresso del portone addobbato a lutto.
“Era proprio lui quello dentro il carro funebre che si intravvedeva ogni tanto a una curva? Per Antoine, forse anche per gli altri, lui non era soltanto morto. Non esisteva più. Al suo posto non restava niente dietro di sé. C’era stata un tempo la ragazza di sedici anni dai biondi capelli arruffati, di cui lui aveva tenuto la fotografia nel portafoglio per tutta la vita. C’era stato quel bistrot alle Halles. Con le salsicce, i prosciutti, le enormi pagnotte, di cui il vecchio stava mostrando orgoglioso la fotografia a una coppia nel momento in cui era stramazzato trascinando con sé tovaglia, piatti e posate. E c’erano stati dei figli, prima Ferdinand, Antoine e poi Bernard, che l’uno dopo l’altro avevano gattonato nella segatura davanti al bancone di stagno. … E adesso tutti e tre dentro quella macchina muti, senza niente da dirsi, senza osar aprir bocca, perché il vecchio Auguste era morto e loro erano diventati degli estranei”.
L’autore svela pagina dopo pagina la lotta sorda per l’eredità. E la vicenda non finisce bene, però neanche male: il lettore non ha nulla da temere. Deve soltanto lasciarsi sbalordire dalla prodigiosa abilità dello scrittore, da come riesca a calarci dentro un ingranaggio familiare che ci è completamente estraneo ma che ci parrà di conoscere a menadito.
Qualcuno, come me, ritroverà perfino nel volto di Antoine, nel suo atteggiamento, nelle qualità umane, quel ristoratore particolarmente caro di cui alla fine si diventa amici per inevitabile empatia. Personalmente ne ho conosciuti alcuni a Roma, potrei nominarli uno ad uno. E a voi, chi viene in mente?
