Ve lo ricordate il piccolo Aylan Kurdi, il bambino curdo-siriano riverso sulla spiaggia turca di Bodrum? Aveva tre anni, era il settembre 2015 e l’immagine di quel bambino con la magliettina rossa, morto annegato durante uno dei tanti viaggi della speranza e della disperazione cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, ebbe un impatto dirompente sull’opinione pubblica europea. Cancelliera tedesca era ancora Angela Merkel, la quale, approfittando dell’onda emotiva e dimostrando una lungimiranza politica sconosciuta alla maggior parte dei leader attuali, varò un piano d’accoglienza che condusse in Germania oltre un milione di siriani. “Wir schaffen das”, ce la faremo, divenne il suo motto, il simbolo di un’avventura politica durata sedici anni e destinata a restare nella storia della vicenda tedesca ed europea. L’ultima vera europeista, l’ultima statista, l’ultima sostenitrice di valori che un tempo davamo quasi per scontati, senza dimenticare gli aspetti controversi, ci mancherebbe altro (a cominciare dalla pessima gestione della crisi greca, cui l’allora potentissimo ministro delle Finanze Schäuble diede un contributo importante in senso negativo), ma gli aspetti positivi sono stati complessivamente superiori. Quanto meno, infatti, aveva una visione, come ce l’aveva ancora, almeno in parte, la già declinante Europa dell’epoca: un continente in crisi che, tuttavia, si ricordava un minimo le ragioni per cui fosse nata dopo il secondo conflitto mondiale. Ora è il vuoto, il silenzio, l’assenza, il cedimento continuo, il bellicismo insulso e fine a se stesso, il carrierismo sfrenato di una classe dirigente della quale ci vergogniamo dal profondo del cuore, il lobbismo che ha preso il posto della politica e la mancanza di senso storico dei cosiddetti “Millennials”, una generazione per lo più priva di cultura, competenza e passione civile. Scomparsi i nonni e andati in pensione i padri, ci troviamo a fare i conti con un gruppo compatto nell’affossare tutto ciò in cui abbiamo creduto per una vita, mettendo a repentaglio il principio sacro della pace e irridendo i pacifisti con definizioni e considerazioni che si commentano da sole. No, oggi nessun governante avrebbe il coraggio di compiere un gesto come quello compiuto, dieci anni fa, da Angela Merkel, per il semplice motivo che lei era una figlia dell’Est che aveva vissuto sulla sua pelle i diluvi del Novecento e le loro conseguenze mentre i successori, in Germania e non solo, altro non sono che i figli del benessere e della progressiva spoliticizzazione della società, convinti che tutto sia loro dovuto e che si possa giocare con i sogni e i sentimenti della gente a proprio piacimento. E il fatto che una simile tragedia avvenga per mano di personalità per lo più di genere femminile rende ancora più atroce il contesto, in quanto fino a qualche anno fa eravamo ingenuamente convinti che le donne, anche in posizioni apicali, sapessero mantenere l’umanità e l’istinto materno di cui noi uomini siamo sprovvisti. Non è così in questo caso; anzi, si stanno rivelando le peggiori.
L’Unione Europea sta morendo, dopo essersi snaturata, per stupidità, insipienza e masochismo, in una spirale suicidiaria che ha nelle auto-sanzioni alla Russia il picco della demenza e nel silenzio complice sui crimini di Israele la fine dei cosiddetti “valori occidentali” di cui pure i soggetti di cui sopra si riempiono continuamente la bocca.
Oggi Aylan farebbe, dunque, il paio con i bambini e le bambine di Gaza: resterebbe un nome senza volto, senza storia, senza nemmeno la dignità delle lacrime. È rimasta, insomma, giusto la Chiesa di Francescco e Leone, dei cardinali Zuppi e Pizzaballa e di alcuni preti di strada come don Vitaliano Della Sala e padre Alex Zanotelli: una delle poche istituzioni a non aver assecondato lo spirito del tempo. Un tempo barbaro e senza futuro.
