Giornalismo sotto attacco in Italia

Parlare di pace senza avere paura è davvero possibile? Da dove iniziare per non perdere il filo?

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Una domanda che – pur suonando retorica – apre uno squarcio su una condizione umana e sociale che riguarda ciascuno di noi. La pace non è solo un accordo tra Stati: è un processo che nasce nel quotidiano, nei nostri quartieri, nelle relazioni familiari, nei gesti più semplici. Ma oggi viviamo in una società che troppo spesso sceglie l’indifferenza, l’isolamento, la paura. E così, mentre sventoliamo bandiere e gridiamo slogan, le nostre comunità si svuotano.

Non è solo lo spopolamento dei paesi o l’emigrazione dei giovani. È una povertà più profonda: povertà di senso, di legami, di futuro. Un vuoto che rischia di diventare nichilismo. Nietzsche lo ha raccontato con la metafora del funambolo: un uomo che cammina su un filo teso nel vuoto, sospeso tra l’animalità e l’umanità piena. Quel filo, oggi, sembra spezzarsi sotto il peso della solitudine e della confusione emotiva.

Quando la vita si spezza dentro casa

È fresco di cronaca un episodio terribile: un ragazzo poco più che ventenne ha ucciso la madre, pare dopo un rimprovero, forse per dissapori covati nel tempo. La tragedia si è consumata in casa, in una dinamica familiare che si è trasformata in un gesto estremo e irrimediabile.

Un fatto che ha lasciato senza parole, non solo per la violenza, ma per l’assenza di rimorso, per la freddezza con cui è stato raccontato. Come se fosse normale – in certe condizioni – che la vita di chi ci ha generato possa diventare eliminabile.

Mentre c’è chi si affretta a ricostruire morbosamente l’accaduto per guadagnare qualche like, altri si interrogano sulle vere cause: cosa ci ha resi così fragili? Quando abbiamo smesso di coltivare l’intelligenza emotiva, la capacità di reggere i conflitti, la responsabilità delle nostre azioni?

Un vuoto che si è allargato

Questi eventi, seppure estremi, parlano di un vuoto che non nasce dal nulla. Parla di giovani che non riescono più a gestire il fallimento, il rimprovero, la fatica del vivere. Parla di famiglie in crisi, di relazioni scollegate, di vite sempre più sole anche quando si è in tanti sotto lo stesso tetto.

È il segnale di una crisi educativa e culturale che ci ha lentamente privati della consapevolezza delle conseguenze. Una società che ci ha insegnato a reagire, ma non a riflettere. A pretendere, ma non a comprendere.

Ricostruire una cultura della cura

Serve una svolta. Serve parlare di pace anche dentro le mura domestiche. Pace come ascolto, come empatia, come rispetto. Bisogna tornare a educare alla fragilità, non come debolezza, ma come condizione umana che ci accomuna tutti.

Dobbiamo ricostruire legami: in famiglia, nei quartieri, nelle scuole. Non bastano le campagne contro la violenza se poi manca il tessuto quotidiano del “prendersi cura”. Serve presenza, non solo reazione.

Nessuno si salva da solo

Parlare di pace, oggi, significa anche questo: non voltarsi dall’altra parte quando vediamo segnali di malessere, non derubricare tutto a un “è colpa dei giovani”, o peggio, a un fatto isolato.

Serve una comunità che non abbia paura della complessità, ma che sappia affrontarla, con coraggio e con gentilezza.

Solo così il filo della nostra umanità potrà continuare a reggere. Perché la pace vera non è l’assenza di conflitti, ma la capacità di non farli esplodere nella solitudine e nell’incapacità di autodeterminarsi anche nei momenti più difficili. Soprattutto nei momenti più difficili.


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