“C’è ancora domani”, di Paola Cortellesi, Ita, 2023

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L’opera prima della Cortellesi è uno di quei film da giudicare con il bilancino, come per l’ultimo Scorsese, evitando inutili e, soprattutto, impossibili manicheismi. Apprezzare le grandi cose, e cioè almeno 5, 6 sequenze di valore ed una fase centrale che mostra una eccellente capacità narrativa, soprattutto visiva (vedi la scelta del bianco e nero e dell’opprimente ambientazione casalinga semi-espressionista, da “Kammerspiel”), ma anche sottolineare una impostazione di fondo paratelevisiva e didascalica ed un finale fortemente retorico, per non dire contraddittorio. Sarebbe stato, infatti, in linea con il resto del film, in chiusura, l’abbandono del marito da parte di Delia, così da dare alla figlia, che la biasimava per il suo subire le continue violenze del coniuge, l’esempio di un riscatto individuale possibile. Anche perchè il mieloso ricordo del giorno del matrimonio, ironicamente ed efficacemente giocato dalla Cortellesi su un piano antifamilista e anticlericale, aveva già spianato la strada in tal senso. Il non avere scelto questa soluzione, e l’affermazione dell’amica evoluta di Delia, relativa all’aver fatto bene a non farlo per i figli, è sembrato davvero contraddittorio, e diciamo pure grave. La Cortellesi ha preferito virare sull’emancipazione collettiva della donna sancita dalla prima volta al voto, ed in questo è sembrata davvero retorica ed anacronistica. Il problema oggi non è più collettivo, le leggi ci sono tutte. Rendere attuale un film “storico” come questo, e l’intenzione dell’autrice è chiara in questo senso, significa insistere fino alla fine sulla ribellione individuale di chi è vittima. Per il resto, lode alla capacità della regista romana di aver saputo mettere in scena un mix, a volte davvero efficace e duro (vedi la sequenza della veglia al suocero morto con tanto di meritati insulti ed improperi verso lo stesso, molestatore e violento) di dramma post-neorealista e commedia (anche all’italiana), con relative numerose ed evidenti citazioni che vanno da “Campo dè fiori”, di Mario Bonnard, 1943, a “L’onorevole Angelina”, di Luigi Zampa, 1947, da “Bellissima”, di Luchino Visconti, 1951, a “Una giornata particolare”, di Ettore Scola, 1977. Insomma, un esordio con alti e bassi, appesantito da un minutaggio davvero eccessivo, che se accorciato avrebbe contribuito a diminuire qualche didascalismo di troppo. A dare un filo comune in positivo a tutto il film è stata, invece, la bella interpretazione della Cortellesi, che ha beneficiato del suo ruolo di regista per non scadere negli eccessi macchiettistici e di prassi cui certi film mediocri, da lei non diretti, l’avevano costretta. Buon esordio, dunque, ma lasciamo fuori da ogni confronto o accostamento di valore, come qua e là è capitato di sentire o leggere, capolavori come “Bellissima”, “Io la conoscevo bene” e “Una giornata particolare”, se non vogliamo scadere nel ridicolo…

 


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