Una Centoventisei rossa. Palermo 1992, Via D’Amelio. L’antefatto di una strage

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Un modellino di Centoventisei rossa telecomandato corre sul palco, in lungo e in largo. Un uomo e una donna si rincorrono simulando “acchiappa acchiappa” o “nascondino”. Il gioco è per contrasto l’incipit lieve di “Centoventisei”, valida drammaturgia tratta dal racconto di Claudio Fava e Ezio Abbate, grazie alla maestria registica di Livia Gionfrida, coadiuvata da un cast ineccepibile. La vicenda scava dietro le quinte di un evento terribile, indagando i retroscena dell’efferato crimine, a cui gli autori alludono senza mai esplicitare nomi e fatti, ricorrendo a un espediente che salvi l’argomento “mafia” dal trito rituale, ma senza riuscirci, perché la narrazione non sfugge agli stereotipi già lungamente percorsi in lungo e in largo anche in collaudate fiction dal già conosciuto sapore amaro, che alcune situazioni ai limiti del grottesco non stemperano, se non accentuandone il gusto. L’operazione di svelamento dell’orrida esecuzione all’ombra di Cosa Nostra, viene condotta a partire dal particolare apparentemente meno significativo, il furto della Centoventisei rossa che, carica di tritolo, esploderà in via D’Amelio falciando la vita del giudice Borsellino e della sua scorta. Proprio questo furto mette in moto riflessioni, paure, sospetti. La natura di quel crimine, ancora insoluto peraltro, viene indagata con l’immaginazione di chi vuole scrutare dietro le quinte su elementi marginali, pedine oscure a cui fu commissionato il furto, inconsapevoli strumenti di morte, senza tuttavia aggiungere nulla di nuovo a ciò che sappiamo o presumiamo di sapere di quel mondo malavitoso che li nutre e contiene.

Pensiamo all’originalità e alla profondità de “La banalità del male”  di Hannah Arendt, ma anche a Marco Bellocchio in “Buongiorno Notte”, “Esterno notte”, “Il Traditore”, opere in cui il regista ha cercato le ragioni di una diversità, senza partecipazione o giudizio, semplicemente raccontando, con occhio lucido e apparentemente neutrale, l’occhio di chi vuole conoscere, perché i cercatori di verità non possono sottrarsi alla fascinazione della divergenza, e sanno evitare la solita retorica dell’inevitabile destino di chi nasce in ambienti corrotti  grondanti miseria materiale e morale dove l’uomo-automa  non può scegliere, come l’automobilina telecomandata  della scena iniziale.

“Centoventisei” in palco al di là della tristemente nota storia di mafia, reso denso e coinvolgente dalla regia, è riuscito a restituire l’emozione di un crimine indimenticato, attraverso gli occhi e la vita privata degli esecutori del furto, Gaspare detto Gasparo e Fifetto, senza mai pronunciare la parola “mafia” o “Borsellino”. L’odore della mafia e della strage annunciata si avvertono nelle descrizioni che i personaggi in scena fanno del loro vissuto intriso di morte e degrado. Cosima, la giovane e avvenente moglie di Gasparo è incinta di otto mesi, per la terza volta. L’hanno segnata i primi due aborti, lei crede punizione divina delle azioni criminose del maturo consorte. Così proibirà al marito di commettere d’ora in poi, fino alla nascita del figlio, altri crimini, e non per ragioni morali, ma per salvare il frutto del loro amore, inchiodata ossessivamente al suo destino di madre, lontana dalla  graduale presa di coscienza delle “donne di mafia”.

I tre derelitti raccontano la loro misera vita tra una gita al mare, un assassinio, un furto, mentre interagiscono nello spazio multicentrico con dialoghi serrati alternati a vivaci performance, condotti con perizia drammaturgica, infiorando l’azione con colorite inflessioni e movenze tipiche di quel sottobosco palermitano a cui attingono i malavitosi, pescando nella torbida esistenza dei diseredati della vita, incapaci di uscire dalla violenza del loro mondo, pur desiderandone un altro più semplice e tranquillo. Bloccati per sempre tra l’infamia e la morte sono inesorabilmente vittime e carnefici, perché “…a Palermo ci sono due specie di uomini, quelli che uccidono e quelli che muoiono” dirà  la manichea Cosima, disperata portatrice di vita, speranza e morte, affidata all’intensa Naike Anna Silipo, che affianca con grande energia Davide Coco, l’algido Gasparò, e Gabriele Cicirello, giovanissimo balordo malvivente,  in preda a sogni di sesso e di relazioni impossibili con Moana Pozzi e Pietrina, la proprietaria dell’auto rubata. Non ci sarà l’esplosione, non ci sarà nulla che dichiari ciò che accadde. Mentre cala la tela su un finale inatteso lo sportello oscillante della Centoventisei rossa, appeso a due ganci da macellaio, danza davanti ai nostri occhi mentre i personaggi depongono garofani, suggellando la memoria di un dolore che si rinnova, composto e ineludibile, per questa umanità corrosa, per questa guerra devastante senza vincitori né vinti, per non dimenticare.

CENTOVENTISEI

di Claudio Fava ed Ezio Abbate
drammaturgia, scene e regia Livia Gionfrida
con David Coco, Naike Anna Silipo, Gabriele Cicirello
assistente alla regia Giulia Aiazzi
disegno luci Alessandro Di Fraia
produzione Teatro Stabile di Catania – Teatro Biondo Palermo 

 

Al Teatro Verga di Catania fino a Domenica 7 Maggio

Una Centoventisei rossa. Palermo 1992, Via D’Amelio. L’antefatto di una strage


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