Giornalismo sotto attacco in Italia

Hashi Omar Assan ucciso in Somalia. Un altro tragico capitolo del caso Alpi-Hrovatin che sembra essere senza fine

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Tutti dicono “non credo nella giustizia”, ma è una frase sbagliata. Tu non puoi chiamare giustizia uno che applica la legge, il problema semmai è in chi applica la legge, il problema non è la giustizia.

Sono le parole di Hashi che più di tutte ci sono rimaste impresse, in maniera indelebile. La volta che le ha pronunciate è stato un anno fa, eravamo andati a trovarlo in Olanda dove si trovava in quel periodo. Si muoveva spesso fra Italia, Olanda, Svezia e il Corno d’Africa.
Quando un Pubblico Ministero apre un’indagine importante come questa, deve essere chiusa positivamente, anche se quella persona è innocente. Mi hanno accusato della morte di due giornalisti italiani, sono stato ingiustamente accusato di una cosa che non ho fatto.
A parlare è sempre Hashi, sarebbe tuttavia riduttivo definirlo un errore giudiziario, Hashi Omar Hassan è stato al centro di una vera e propria operazione di depistaggio. Più volte ci siamo detti che per arrivare alla verità e alla giustizia sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin la strada da percorrere è proprio quella del depistaggio, capire da chi è stato incastrato Omar Hassan, individuare l’origine del depistaggio. #NoiNonArchiviamo è il movimento nato dalla società civile, e del quale Mariangela Gritta Grainer ne è la portavoce, nato per continuare a chiedere che venga fatta piena verità sull’attentato di Mogadiscio del 20 marzo 1994. Oggi a Mogadiscio si è consumato un altro tragico capitolo di questa storia che sembra essere senza fine.
Fratello, come stai? – usava scrivere per messaggio quando passava per l’Italia – sono a Roma, ci vediamo? Hashi era così, un ragazzone di compagnia, cresciuto nelle celle di massima sicurezza delle carceri italiane, 18 anni in tutto, fra i fermi preventivi, le fasi dei processi e la condanna definitiva. Era legato a Mamma Luciana, così la chiamava e così lei, Luciana, la mamma di Ilaria, si faceva chiamare da Hashi. Lei non ha mai creduto alle accuse che a lui venivano rivolte e dal primo momento aveva definito Hashi un capro espiatorio. Solo dopo 18 anni però i fatti e la giustizia le hanno dato ragione, grazie infatti allo scoop di Chiara Cazzaniga e alla trasmissione Chi l’ha visto è stato possibile riaprire il processo e giungere alla piena assoluzione per non aver commesso il fatto.
Hashi aveva ricominciato una nuova vita, forse molto di corsa, frenetica, sempre in movimento e con vecchi rapporti ricostruiti, come quelli familiari, e tanti nuovi che amava coltivare perché doveva recuperare 18 anni che gli erano stati rubati, anche questo diceva molto spesso.

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