L’Odissea del figlio di Ulisse, ovvero come crescere con un padre lontano. ‘Vorrei essere figlio di un uomo felice’ di e con Gioele Dix

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L’Odissea incomincia raccontando la vicenda dell’eroe eponimo in medias res, ossia ”partendo da un punto qualunque della storia”: soluzione che, eludendo qualsiasi preambolo didascalico ed entrando subito nel vivo dell’argomento, sottintende una assoluta padronanza della materia narrativa e una maturità artistica da parte dell’autore (o degli autori) quasi insospettabili in età così arcaica (l’opera risale al IX-VIII sec. a. C.).L’entrata in scena di Ulisse, come avverrà per es. anche con Edipo nella tragedia di Sofocle, è procrastinata ad arte – abile espediente inteso a creare, in questo caso con raffinata maestria, attesa e interesse nell’animo del lettore.

In apertura di poema il ventenne Telemaco, figlio del divino Odisseo, “superiore agli altri uomini per ingegno e intelligenza”, versa in una situazione difficilissima, di grande vulnerabilità, che comporta quotidiane umiliazioni, alle quali lo espone l’assenza (sempre più ingombrante) del padre e lo spettacolo indecente offerto dalla protervia dei Proci (i pretendenti alla mano di sua madre Penelope, stimata ormai vedova), che la fanno da padroni a casa sua, appropriandosi impunemente dei beni del re lontano.

“Il patrimonio mi vien divorato, vanno in malora i fertili poderi. La casa è piena di nemici che sgozzano continuamente pecore in gran numero e buoi: sono i pretendenti di mia madre, hanno un’arroganza che sorpassa ogni misura”, dirà a Menelao. Telemaco sempre più spesso si ritrova a sedere “tra i Proci afflitto e triste, pensando al padre valoroso, se mai tornasse da qualche parte e li disperdesse via da quella casa, i pretendenti…”.

Gioele Dix si è esibito, nella sera del 22 luglio, al Teatro Maggiore di Verbania in un monologo ispirato appunto alla cosiddetta Telemachia (i primi quattro libri dell’Odissea, trascurato prologo all’azione principale, che canta il passaggio dalla fanciullezza alla maturità e le peregrinazioni per via di terra e di mare alla ricerca del padre perduto da parte di Telemaco). Nella narrazione delle varie traversie del giovane, antesignana di tanto moderno Bildungsroman (il cosiddetto romanzo di formazione, del quale saranno celebri esempi, fra gli altri, il Candido di Voltaire, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Johann Wolfgang Goethe, Le confessioni di Jean-Jacques Rousseau…), l’attore e regista milanese ha colto analogie profonde con la propria esperienza personale di figlio. La storia del peregrinare di Telemaco in terra straniera (Pilo e Sparta) nel tentativo di raccogliere notizie del padre disperso, si alterna, nel recital, alla rievocazione, sempre vibrante e commossa, del genitore dell’attore, uomo di notevole rilevanza sociale, figura paterna “ingombrante – anche lui – per la propria assenza”, scomparso due anni fa, al quale Gioele Dix fu legato da un difficile quanto intenso rapporto.

Tutti i figli, del resto, suggerisce il narratore, debbono fare il viaggio, se non altro interiore, compiuto da Telemaco alla ricerca delle proprie origini perdute; ciascuno di noi è costretto, prima o poi, ad accettare l’eredità che gli viene trasmessa, anche se questa talvolta si traduce in un destino amaro e infelice, ma tanto più necessario per questo. Telemaco è chiamato dunque dalla dea Atena (vigile voce della coscienza) a uscire finalmente dall’ombra della nativa isola di Itaca, nella quale è nato e cresciuto, e a prendere coscienza di sé in un viaggio fitto di insidie e incognite che lo porterà prima a Pilo, poi a Sparta (Lacedemone), e nel corso del quale, attraverso le parole di coloro gli sono stati amici- ultimi, stremati superstiti di una generazione di eroi al tramonto, bruciata da una guerra inutile e lontana – comincerà a conoscere il padre e, insieme, a comprendere il proprio ruolo e il senso della propria vita; a situare la sua stessa esistenza nello scacchiere della Storia: solo lontano da casa il giovane potrà infatti rendersi consapevole di quale sia il posto che sarà chiamato a occupare nel mondo. Soprattutto, imparerà che spesso delle ferite inferte ai padri soffrono non meno i figli: elemento che, per quanto Ulisse sia partito per la guerra di Troia quando lui era ancora in fasce, contribuisce a legare indissolubilmente i loro ingrati destini.

Si parla dunque moltissimo di Ulisse (meglio detto: Odisseo) già prima che questi faccia la sua comparsa: cosa che avverrà soltanto nel Libro Quinto. Eppure, senza comparire ancora in prima persona, egli è il protagonista incontrastato anche dei primi quattro canti: l’ombra della sua assenza incombe ovunque nelle parole di Telemaco, dei Proci “baldanzosi e superbi”, del saggio Nestore a Pilo, dell’eroe biondo Menelao e della bellissima Elena a Sparta…

La Telemachia è il resoconto di un’educazione (o auto-educazione) che la dura esperienza di vita impartisce al giovane in un lasso di tempo estremamente ristretto (40 giorni), contrassegnato però da incontri intensi, straordinari, con alcune delle personalità più autorevoli fra gli Achei. Che alla fine i Proci meditino di ucciderlo in un proditorio agguato è un primo, serio indizio della avvenuta maturazione di Telemaco: la sordida macchinazione sta a indicare che i pretendenti alla mano di sua madre hanno imparato infine a temerlo; che il figlio del legittimo sovrano è diventato un uomo degno del padre e costituisce ormai per loro una concreta minaccia. Con o senza l’aiuto di Odisseo, del quale è ancora ignoto il destino -o meglio: che si presume scomparso fra “le rapaci procelle marine” lungo la rotta del ritorno-Telemaco, incalzato dalla dea Atena, si è indotto a sfidare apertamente, in pubblica assemblea, gli usurpatori che spadroneggiano nel palazzo, ed è pronto a una definitiva resa dei conti con i nemici della sua famiglia: “Voglio vedere se riesco a mandarvi addosso le tristi dee della morte. […] Forse Zeus ve la farà pagar cara, e allora morireste invendicati qui dentro la mia casa.”: suprema vergogna nell’elementare, primordiale visione omerica.

Risoluto ad affrontare nel viaggio il proprio destino di uomo, per amaro che possa rivelarsi, a tutti coloro cui si rivolge per conoscere la sorte cui è andato incontro il padre (ove mai essi la conoscano), rivolge la medesima preghiera: “Tu però non addolcire niente per riguardo a me o per compassione, ma contami le cose con esattezza, proprio come hai visto.”

Il discorso di Gioele Dix sui rapporti fra padre e figlio presenta pure risvolti religiosi (l’ebraismo rientra nell’eredità di famiglia dell’attore): ogni padre e ogni figlio si attendono sempre qualcosa l’uno dall’altro, un qualcosa che potrebbe anche non arrivare, allo stesso modo in cui non si soddisfa (non si è finora soddisfatta) nel concreto l’eterna attesa del Messia da parte del popolo ebraico. Questa, dell’attesa che vale per sé stessa, al di là della sua soddisfazione – o mancata soddisfazione – è un’altra dimensione, che Dix non manca di rilevare. Padre e figlio possono restare uno accanto all’altro anche per delle ore senza rivolgersi la parola: nella sua ineffabilità, il silenzio accomuna altrettanto spesso che non divida.

Restano peraltro insoluti, nel parallelo Telemaco-Gioele Dix, alcuni nodi. Nel caso del poema omerico ci troviamo in un clima religioso profondamente diverso da quello monoteista in cui è cresciuto l’attore, e queste differenze, senza nulla togliere alla meravigliosa universalità del poema, possono certamente dar luogo a qualche – apparente -contraddizione e sicuramente a diversi equivoci, abilmente sfruttati, in cambi di registro repentini, come fonte d’ispirazione per osservazioni e ironiche battute taglienti, che non risparmiano, fra gli altri, nemmeno il passo da cui è tratto il titolo del recital: così risponde infatti Telemaco ad Atena, “somigliante in tutto a uno straniero, a Mente signore dei Tafi”, che gli chiedeva se fosse per caso lui il figlio del “grande Odisseo, superiore agli altri uomini per ingegno e intelligenza”“«Mia madre dice che sono figlio di lui, ma io non lo so: nessuno riconosce da sé la propria origine. Ma io mi augurerei di essere il figliolo di un uomo qualunque, felice, che la vecchiaia raggiunge in mezzo ai suoi beni»”. Dix non resiste alla tentazione di terminare il suo commento alla sibillina dichiarazione del ragazzo in termini abbastanza drastici: “In pratica dà della zoccola a sua madre.”

Non mancano insomma, qua e là, accanto a pagine alte e commosse, sottolineature un po’ grevi; piccole, pleonastiche concessioni alle aspettative del pubblico meno esigente, nella ricerca di più facili e scroscianti applausi (che puntualmente arrivano). Anche l’ambiguità della situazione di Odisseo presso l’isola di Ogigia, dove l’eroe si tratterrà diversi anni, incerto se accettare l’offerta di immortalità che la dea invaghita gli rivolge, è delineata in termini non precisamente allusivi: “Di giorno si struggeva contemplando l’orizzonte dalla riva del mare, il pensiero rivolto alla fedele Penelope, al figlioletto Telemaco e all’amata patria; la notte trombava come un toro, in una grotta profonda, con la ninfa Calipso (gran gnocca)”. Avanzando l’ipotesi che Odisseo si fosse ormai stufato della pur bellissima dea: dopotutto, dopo sette anni anche Monica Bellucci verrebbe a noia…

Il narratore non nasconde nemmeno il suo stupore per quelle che a noi moderni sembrano stranezze, quando nonvere e proprie incongruenze, prima fra tutte la natura degli dèi, che a cristiani e monoteisti in genere pare davvero troppo ‘umana’. La suprema divinità marina Poseidone, ad es., perseguita Odisseo – che proprio via mare deve far ritorno a casa – non per elevati principi morali, come noi moderni cristiani (ed ebrei) ci aspetteremmo e pretenderemmo da un dio, ma per mero rancore personale: in un celebre episodio, l’eroe itacese aveva infatti accecato Polifemo, il ciclope (e mostro) suo figlio. Una ‘stranezza’ che merita, se non altro, il tentativo di una spiegazione. All’antichità classica erano sostanzialmente estranei i concetti di bene e di male, almeno così come da noi intesi, e il suo concetto di virtù e la sua scala dei valori erano molto diversi rispetto ai nostri. La sfera umana e quella divina sono nettamente distinte, ma in modo affatto diverso da quello a noi familiare. Gli dèi non hanno da temere la morte, privilegio che consente loro una libertà, spregiudicatezza e amoralità sconosciute agli eroi in carne ed ossa. Come scrisse Senofane: “Quanto presso gli uomini sono vergogna e biasimo, rubare, commettere adulterio e ingannarsi l’un l’altro, Omero ed Esiodo attribuivano agli dei.” In tempi più recenti Rivarol non senza fondamento asseriva che “i poeti ci hanno interessato maggiormente dando agli dei le debolezze umane, che non attribuendo agli uomini le perfezioni divine.”

Dix sottolinea spesso nel monologo l’ingenuità di certi passi del capolavoro omerico, e invita per es. lo spettatore a interrogarsi su quale dovesse essere il quoziente intellettivo dei Proci, che per anni si sono fatti gabbare da una donna che disfaceva la notte il sudario che di giorno tesseva per il suocero Laerte: pretesto e stratagemma che ai moderni appaiono decisamente inverosimili.

Un altro possibile esempio del fenomeno, contenuto sempre nella Telemachia ma non toccato da Gioele Dix, è la flagrante e inspiegabile contraddizione fra le parole di Elena prima e di Menelao poi a proposito della condotta e del – presunto – pentimento della donna per la propria colpa originaria, scintilla della guerra decennale. Probabilmente l’aedo (questo cantastorie dei tempi antichi), al pari dei suoi ascoltatori, non si poneva nemmeno, pirandellianamente, l’interrogativo su chi fra i due mentisse.

Il recital è inframmezzato di estemporanee digressioni – battute innescate dall’incursione improvvisa di qualche zanzara (non mancano mai zanzare in queste serate estive, e non può stupire che si accaniscano sul malcapitato attore, investito dal fascio di luce dei riflettori); ricordi apparentemente dovuti ad associazioni d’idee casuali; amene storielle con un legame molto tenue con il resto del discorso – con le quali talvolta esce, pur piacevolmente, dal seminato (la barzelletta su papa Ratzinger e i bambini africani affamati; la grigliata di carne solitaria nella sua casa in Liguria; una scena di malacreanza di ragazzini viziati al ristorante, incarnazioni viventi dell’odierno declino, quando non negazione, di qualsiasi elementare principio di rispetto; l’interpretazione de I borghesi di Gaber in apertura di sipario…).

Del tutto aderenti al tema oggetto dello spettacolo, e funzionali al discorso, invece, le calzanti e bellissime citazioni da Paul Auster (l’autore della Trilogia di New York) e da Valerio Magrelli, altrettante commosse rievocazioni della figura paterna. Non meno indovinato l’inserimento nel testo di un brano di Ghiannis Ritsos, nel quale compare un’Elena ormai anziana, la leggendaria bellezza inesorabilmente sfiorita, costretta ad affrontare come una qualunque mortale lo sfacelo del corpo e l’incombere della morte.

Il monologo si chiude con le pagine toccanti e indimenticabili del libro XVI, che non senza virile pudore canta l’anelato ricongiungimento tra il figlio e il padre tornato in incognito, come il più miserabile dei questuanti, nella natia Itaca, per consumare la vendetta contro i Proci usurpatori e riconquistare con la forzadelle armi il pieno diritto al trono.

Quello trattato da Gioele Dix in questo riuscito recital è, in definitiva, un tema cruciale che da sempre accompagna gli uomini in tutta la loro parabola terrena, e non è un caso che la complessità dei rapporti padre-figlio caratterizzi, sia pure in modi e stili diversi, anche altre grandi celebri figure archetipiche della letteratura mondiale come Edipo e Amleto. Soprattutto, con questo fortunato monologo, l’attore ci ricorda e ammonisce, anche sulla scorta della sua viva esperienza personale, che non si cessa mai di essere figli – neanche dopo la dipartita dei genitori per un mondo certamente migliore di questo.

Fonte: https://www.scriptandbooks.it/2021/08/04/lodissea-del-figlio-di-ulisse-ovvero-come-crescere-con-un-padre-lontano-vorrei-essere-figlio-di-un-uomo-felice-di-e-con-gioele-dix/


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