Voghera: un corteo contro la società dell’esclusione

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Spente le telecamere alla ricerca di scontri da banlieu padana – che non ci sono stati – si può ragionare su cosa rappresenta Voghera oggi? Voghera è un pezzo d’Italia, nel bene e nel male. Vale la pena di ripeterlo perché non è la punta di un iceberg o un inciampo della storia. È una cittadina un tempo benestante dove una parte della sua popolazione crede che si possano scaricare le colpe di questo suo impoverimento sui migranti.

Un amico che mi accompagnava durante il corteo per Younes El Boussetaoui stupendosi del mio stupore su tutti i negozi chiusi (come consigliato dalla sindaca) mi ha spiegato che molti sono chiusi da anni. Colpa dei migranti? Evidentemente no, le cause sono da cercare in uno sviluppo squinternato e ingiusto, ma la destra governa creando la narrazione degli invasori.

Ma quel colpo di pistola contro Younes El Bossetaoui da parte di un assessore leghista – dato rilevante per la storia, ex poliziotto – va visto insieme alla (quasi) assenza di vogheresi alla manifestazione di sabato. Una persona attiva nel campo dell’accoglienza, venuta da Milano per rappresentare la solidarietà verso la vittima, mi faceva notare che Younes El Bossetaoui incarnava il perfetto “problema”: straniero, con accenni di instabilità mentale, un marginale. Il welfare neoliberista non solo fatica ad occuparsi di queste categorie di persone, se può ne scarica il peso sul terzo settore, sulla carità. E se viviamo in un periodo di impoverimento diffuso, e se aumentano i casi di marginalità, e se continuano a disturbare…

Terza e forse più importante lezione dal corteo di Voghera. È stata una specie di gimcana irrazionale, che partiva, si fermava, tornava indietro, ripartiva: difficile dire quanti fossero. Dai mille ai duemila.

Un corteo con tutte le sfumature possibili del colore della pelle. Molti giovani, metà almeno donne, parecchi passeggini e abbigliamenti da struscio domenicale più che da corteo della sinistra incazzata. Questa è l’Italia. È già un mix di provenienze geografiche, slogan semplici, dirette streaming con i telefonini. C’erano le bandiere dei Cobas, di Rifondazione, dei Verdi ma, visto con gli occhi di chi ha seguito tanti cortei, a loro volta erano corpi separati dal nucleo centrale del corteo. Che erano migranti e figli dei migranti, che chiedevano giustizia e uguali diritti. Semplice, no? Questo è il dato che dovrebbe interessare chi fa comunicazione: chi ha partecipato al corteo di Voghera per Younes El Bossetaoui non chiedeva di essere rappresentato da nessuno. Ha preso parola per dire tre concetti semplici: assassino, uguali diritti, giustizia. Parole che poche, pochissime forze politiche hanno avuto il coraggio di dire davanti ad un uomo giustiziato in mezzo alla strada, nella provincia impoverita della Padania.


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