Giornali senza giornalisti

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La crisi dei quotidiani ha anche un connotato fisico, visivo. Sotto casa ha chiuso i battenti una edicola, a 200 metri di distanza ha fatto la stessa fine una seconda. Una terza edicola superstite sopravvive a stento e grazie alla diversificazione.

Oltre ai giornali vende di tutto: libri, ricariche telefoniche, biglietti delle più svariate lotterie. Permette perfino il pagamento delle bollette di luce, gas, telefono. In questo modo si sono salvate dalla morte, per ora, circa il 60% delle 40.000 edicole italiane di un tempo.

La tragedia dei giornali causa danni a catena. I quotidiani e soprattutto i settimanali chiudono. Quelli che restano in pista sono lo spettro di se stessi. ‘Il Corriere della Sera’, la prima testata italiana, diffonde in media circa 260.000 copie al giorno, tra versione cartacea e digitale. ‘La Repubblica’, in seconda posizione, viaggia attorno alle 180.000 copie.

Un disastro. Negli anni ‘Ottanta le due “corazzate” dell’informazione italiana viaggiavano a gonfie vele: si sorpassavano a vicenda sulla soglia delle 600.000 copie al giorno. E, allora, c’era soltanto la versione su carta e non quella on line. Il giornale di via Solferino arrivava perfino a punte di 700.000 copie.

L’economia italiana, pur tra buoni tentativi di ripresa, è in picchiata dagli anni ‘Novanta ma l’industria dell’informazione ha vissuto e vive una tragedia doppia. La crisi dei quotidiani ha causato più di un dimezzamento delle vendite. Il Covid aveva fatto emergere un tentativo di riscossa poi naufragato. La carta stampata va malissimo, la connessa informazione on line non riesce a decollare (conta per circa il 25% sui ricavi complessivi), la pubblicità è evaporata in direzione delle grandi multinazionali digitali tipo Google e Facebook. Le televisioni (Rai, Mediaset, Sky, La7) reggono a stento tra mille difficoltà.

Mario Draghi cerca di pilotare l’Italia fuori dalla doppia crisi, del Covid-19 e dell’economia. Prevede una ripresa «ancora più sostenuta»: più 5% nel 2021. Il presidente del Consiglio ha presentato un vasto programma «di riforme di sistema» sul quale convogliare i circa 200 miliardi di euro di fondi europei. Per sostenere il rilancio spinge sulla riconversione verde dell’economia, sulle grandi opere pubbliche e sull’alta tecnologia digitale. È ottimista sulla ricostruzione dopo la catastrofe della pandemia: «La fiducia sta tornando». Tuttavia Draghi ha trascurato il disastro dell’informazione. Giuseppe Giulietti, presidente del sindacato dei giornalisti (Fnsi), ha chiesto un incontro al presidente del Consiglio perché l’informazione «non sia oscurata».

Le redazioni superstiti sono svuotate, i giornalisti sono pochi e mal pagati, in molti casi sono dei precari a vita. Gli editori hanno risposto alla crisi tagliando il costo del lavoro, mandando in prepensionamento i redattori a spese dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti), concentrando testate e redazioni, assumendo con il contagocce i giovani. L’ultima notizia sulla crisi arriva dalla previdenza: l’Inpgi, in profondo deficit e a rischio collasso, ha deciso l’ennesimo piano di sacrifici aumentato i contributi per i cronisti in attività e imponendo un nuovo prelievo forzoso sugli assegni dei pensionati.

Si susseguono tanti interventi di piccolo cabotaggio ma nessuna risposta strutturale a una crisi strutturale: lavorano contrattualizzati appena 15.000 giornalisti rispetto ai ben 10.000 pensionati! Servono più vendite, più investimenti per allargare l’occupazione in caduta libera. O crescono i giornalisti occupati (e i contributi previdenziali) o si va verso un assorbimento dell’Inpgi nell’Inps.

Gli editori si comportano come se volessero fare dei giornali senza giornalisti: gli editoriali vengono affidati a personaggi esterni, molti pezzi sono appaltati a collaboratori pagati appena 10 euro ad articolo. I cronisti sottopagati e a rischio di querele (e del carcere) sono sempre di più sotto ricatto. Così calano la qualità e la credibilità dell’informazione.

Anche all’estero la crisi dei quotidiani è forte, ma negli altri paesi si avvertono dei sintomi di ripresa. Negli Stati Uniti il ‘New York Times’ e il ‘Washington Post’, anni fa sull’orlo del fallimento, si sono ripresi alla grande dopo l’acquisto di Carlos Slim e di Jeff Bezos. I due miliardari, tra gli uomini più ricchi del mondo, hanno puntato sull’informazione di qualità e su quella digitale e hanno vinto la scommessa di resuscitare le più importanti testate americane.

Molti altri giornali locali, statunitensi ed europei, si sono salvati dalla bancarotta grazie all’intervento, su iniziativa di giornalisti e lettori, di fondazioni con il ruolo di editori. Friedrich Hegel aveva una grande considerazione per la stampa: «La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale». Adesso questa «preghiera del mattino» rischia di essere cancellata in Italia. Non sarebbe un buon segnale per la vitalità della nostra democrazia.


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