In morte di Giuseppe Mazzagatti, il boss dell’inchino tra faide e modernità

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Il boss Giuseppe Mazzagatti è morto il 26 febbraio del 2021. La sua “dipartita” è passata sotto silenzio. Alcuni quotidiani lo ricordano solo come il “boss dell’inchino”. Nel 2014 Giuseppe Mazzagatti, ai domiciliari dal 2005, salì agli onori della cronaca per “il saluto” della Madonna delle Grazie davanti la sua abitazione. Il Maresciallo Andrea Marino che scortava la processione della Madonna abbandonò e ordinò ai suoi carabinieri di lasciare la cerimonia, sotto lo sguardo ammutolito di tutti. Un gesto clamoroso quello del sottufficiale, che prese le distanze da quella pratica manipolatoria che la ‘ndrangheta utilizza per imporre il proprio controllo sul territorio. Un “ben misero” ricordo per un capo bastone come Mazzagatti imparentato con i Mammoliti di Castellace, a loro volta sono collegati a vincoli di amicizia con gli Alvaro di Sinopoli, ritenuti ai vertici della ndrangheta. Ogni parentela è un’alleanza di ‘ndrangheta, il potere per i mafiosi calabresi è l’unico criterio di scelta che condiziona anche i legami affettivi: uno dei figli del capobastone Pasquale Mazzagatti aveva sposato Maria Carmela Cosoleto, figlia di Caterina Mammoliti. Mazzagatti è stato uno dei principali protagonisti di una delle faide più sanguinose verificatasi negli anni 80 e 90’ ad Oppido Mamertina. Una guerra in cui il patriarca si distinse per conto della sua ‘ndrina, uscendo vincente nello scontro con i Ferrero e gli Zumbo, tanto da rimetterci un figlio, Pasquale Mazzagatti, ucciso in un agguato mafioso nel 1993 e una condanna all’ergastolo. La cosca di Oppido ha sempre pensato agli affari. Giuseppe Mazzagatti ha esteso il proprio potere criminale nel campo dell’imprenditoria: grazie al duro lavoro di “spaccapietre” lavorando duramente sulle pietre di fiume e che poi lui stesso avrebbe iniziato a trasportare ai committenti con un proprio camion. Col tempo ha varcato i confini della piana di Gioia Tauro e del Vibonese, grazie a potenti alleanze con clan dell’area catanzarese. Nel 1980 il Tribunale di Vibo Valentia condannò Giuseppe Mazzagatti ed il fratello Carmelo, per il reato di estorsione ai danni degli autotrasportatori di cemento destinati ai cantieri della statale 106; imponeva all’azienda produttrice la “Italcementi di Vibo”, in particolare lo stabilimento di Vibo Marina, di rivolgersi direttamente a lui per la fornitura del materiale.

Dopo lunghe faide e l’ alternarsi di alleanze, la locale di ndrangheta di Oppido Mamertina nel cuore dell’Aspromonte, è la più importante del mandamento tirrenico ed è composta: dalle ‘ndrine Mazzagatti-Polimeni-Bonnarigo e i Ferraro-Raccosta con a capo Giuseppe Ferraro, i primi sono legati al crimine, quelli che fanno parte della Provincia, quelli a cui spetta prendere ogni decisione rilevante, anche in merito ad una locale del nord, come quella di Bresso, composta esclusivamente da soggetti originari di Oppido Mamertina, distante più di mille chilometri dalla Calabria. Sono coloro che hanno contribuito a decretare il “licenziamento” del boss Carmelo Novella, il quale cullava un progetto “autonomista”, cioè rendere i locali di ‘ndrangheta operanti in Lombardia autonomi dal Crimine e per tale ragione veniva decisa la sua morte. Nel 2015 il capo bastone, è stato ricondotto in carcere poiché, si ritenne che le sue condizioni fisiche fossero compatibili col regime detentivo anche sulla base dei numerosi controlli degli elementi raccolti durante le indagini dei Carabinieri relative alla “Operazione Erinni” che ha interessato stretti consanguinei del patriarca, tra i quali il figlio Rocco, considerato dagli inquirenti a capo della locale di ‘ndrangheta di Oppido Mamertina. Il 9 giugno 2016, Giuseppe Mazzagatti torna ai domiciliari per motivi di salute. Sceglie di trasferirsi in Lombardia, esattamente a Melzo. In Calabria c’è invece Rocco Mazzagatti, ossequioso esecutore e testimone delle regole di ‘ ndrangheta, deputato a conferire cariche e a decretare nuovi ingressi nella ‘ndrangheta in rapporti con gli Alvaro di Sinopoli, i Pelle di San Luca e senza dimenticare gli affari su Roma. Dove emergono –sin dagli anni 2000 – rapporti con la famiglia Casamonica. Rocco Mazzagatti grazie al suo matrimonio con Deborah Eleonora Rotundo, imparentata con la famiglia Lobello di Catanzaro, spostando la sua residenza a Catanzaro, aveva avviato attività imprenditoriali sempre nel settore del calcestruzzo, intestandole ai nipoti, in particolare a Giuseppe Rustico. Ma i rapporti tra i Lobello e i Mazzagatti, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Fiume (cognato di Carmine di Stefano, esponente di primo piano della omonima cosca) risalgono agli anni 1999-2000. La conferma dei rapporti tra imprenditori e criminalità emerge dell’operazione “ Coccodrillo” del 13 marzo del 2021 della Dda di Catanzaro e della guardia di finanza. Le relazioni tra le società al centro dell’inchiesta e le cosche del Crotonese e della Piana di Gioia sono chiarissime: da una lato i Mazzagatti-Rustico-Polimeni e gli Arena di Capo Rizzuto, dall’altro Giuseppe Lobello, capaci di creare un vero e proprio cartello in grado di monopolizzare l’intero tessuto economico-produttivo del comprensorio catanzarese.

(Nella foto Rocco Mazzagatti il giorno dell’arresto)


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