Draghipuntura

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Dall’economista con occhi a fessura quasi orientali, non potevamo che aspettarci otto aghi conficcati nel corpaccione ministeriale, per riattivare energie e risolvere squilibri, come promette l’antica pratica. Sono i tecnici che Draghi ha nominato per intercettare i soldi “difficili” dell’Europa. Che si ottengono non solo rispettando precise indicazioni, ma  fornendo rigorose rendicontazioni.  Basti pensare a Daniele Franco – il mastino deli conti alla Ragioneria Generale –  ora al vertice del Ministero dell’Economia e Finanza. O a Enrico Giovannini alle Infrastrutture, che dovrà porre mano alla disastrata rete ferroviaria e stradale, compresa la grana Autostrade-Benetton. O Bianchi all’Istruzione, per risollevare la scuola dal “mal-Dad”. Certo, poi c’è tutta la brigata dei politici che si ringhiavano a vicenda eterna incompatibilità, poi velocemente dismessa come una felpa o sparita in un batter di Rousseau.

Ma la “Draghipuntura” ha un fine trasversale: la transizione. Ecologica, per assecondare Greta e Grillo (ma anche perché c’è un vincolo di destinazione “verde” dei fondi europei del 37% sugli impieghi); e digitale, per rendere il Paese meno cartaceo e cetaceo nella burocrazia e più aperto alle opportunità della connessione. Ma il neo Governo è legato anche ad una non detta transizione presidenziale. Fra un anno Mattarella finirà il suo mandato e occorrerà trovare “il migliore” per il Quirinale. Chi potrebbe essere?

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