Caro Draghi, ti scriviamo

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Diciannove anni fa, proprio a febbraio, nasceva l’Associazione “Articolo21”. L’impegno prevalente in tutti questi anni della nostra iniziativa è stato dedicato alla lotta per tutelare ed espandere il diritto all’informazione. Contro attacchi e minacce, ricatti e censure. Contro visioni faziose o antiquate. Non corrispondenti allo spirito della Costituzione italiana, al cui rispetto giustamente il Presidente Mattarella ci richiama.

Non intendiamo fare una lunga lista di temi da sottoporre all’attenzione nel mentre è in corso il varo del nuovo governo della Repubblica.

Ci preme, piuttosto, sottolineare quelle che ci sembrano priorità non più eludibili.

Innanzitutto, un adeguato intervento normativo volto a mettere fine al ricorso sgradevolissimo alle querele temerarie. Simile pratica ha, ovviamente, il chiaro intendo di intimidire il sacrosanto lavoro di croniste e cronisti spesso alle prese con vicende non commendevoli, se non con vere e proprie reti di criminalità organizzata. Ricordiamo che vige ancora la pena del carcere per i giornalisti. Si tratta di una forma bella e buona di censura, quest’ultima da non intendere solo secondo i più classici diktat o richiami all’ordine. Com’è evidente, siamo di fonte ad una questione delicatissima dell’assetto democratico, in Italia e in tante parti del mondo. Del resto, il nostro Paese naviga in fondo alle diverse classifiche specifiche, tanto sotto il profilo delle tecnologie (lo stato delle connessioni con la banda larga e ultralarga) quanto sul piano delle libertà.

Inoltre, e a ulteriore accentuazione dei problemi, l’occupazione nel settore è via via scemata. I contratti a tempo indeterminato sono sempre più rari, mentre prevalgono precariato e persino nuove forme di schiavismo. L’Istituto di previdenza versa in condizioni drammatiche.

Ancora. Il Fondo per il pluralismo e l’editoria, rimodellato dalla legge 196 del 2016, ha bisogno di essere rilanciato in relazione alla transizione verso la definitiva supremazia degli algoritmi. Questi ultimi, per essere un’effettiva opportunità, devono essere trasparenti e negoziabili; nonché reggersi su redazioni e luoghi produttivi in grado di trasformarsi senza lasciare morti e feriti lasciati per strada. Si cessi, dunque, con un approccio fatto di tagli dei contributi rivolti alle testate non profit, locali o di opinione. Se non si interviene già ora, nel provvedimento cosiddetto “milleproroghe”, numerose testate rischiano la chiusura.

In merito alle risorse, è utile chiarire -poi- la tipologia degli investimenti previsti dal “Recovery Plan”, che pure vede ricorrere con insistenza la parola “digitale”.

Per un passaggio felice alla nuova era è indispensabile rivedere il Testo Unico sulla Radiodiffusione del 2005, squilibrato ed analogico.

Servono culture legislative aggiornate, in grado di incidere sulle concentrazioni antiche e sui prepotenti oligarchi della rete. In tale contesto si colloca la ormai indifferibile riforma della Rai, da svincolare quest’ultima da forme inique di controllo: partitiche o lobbistiche o salottiere che siano.

Infine, si appalesa il nodo enorme dei dati e dei profili personali, appannaggio improprio degli Over The Top e sottratti alla sovranità delle persone. Così, una regolamentazione è urgente contro le derive rischiose dei social.

Insomma, l’informazione -qualsiasi ne sia la natura societaria- è un bene pubblico.

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