Se la generazione tecnologica dice basta  

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Dovrebbe indurci a riflettere, non poco, il fatto che i primi a manifestare contro la didattica a distanza e la dittatura dei computer, elevati a nuovi totem da una società incapace di far fronte al dramma della pandemia con misure adeguate, siano proprio i giovani, alfieri delle nuove tecnologie, sempre a contatto con smartphone, tablet e altre diavolerie.
Se sono loro, gli adolescenti di oggi, nati nella stagione senza partiti, senza sindacati, senza sezioni di partito, senza giornali, con una politica che è quella che vediamo e cresciuti con l’idea che la sana mediazione di un tempo sia ormai un ferro vecchio inservibile, ad avvertire il bisogno di presenza, contatto e vicinanza, significa che non tutto è andato perduto.
Sbagliano solo un obiettivo: prendersela con la Azzolina, che certo non le ha indovinate tutte ma è una delle poche personalità, in questo Paese autoreferenziale e concentrato su problemi inesistenti anziché sui grandi temi di cui si discute ovunque nel mondo, a battersi da mesi affinché le scuole restino aperte. Oggetto dei loro strali dovrebbero essere, invece, i presidenti delle regioni e chi ha introdotto la follia dell’autonomia scolastica, ossia un modello deleterio secondo cui ogni istituto decide per sé e le regioni hanno poteri assolutamente spropositati. La deriva attuale è figlia, infatti, dell’infatuazione del fu centrosinistra nei confronti del federalismo, all’inseguimento della Lega bossiana e di un’idea talmente assurda che si fece subito strada, fino a diventare quell’obbrobrio chiamato riforma del Titolo V, poi confermato da un referendum e alla base di quasi tutte le disfunzioni e i conflitti istituzionali degli ultimi vent’anni.
Tornando ai giovani, innanzitutto va detto che è commovente vederli nuovamente in piazza, così impegnati, appassionati e sinceri, a dimostrazione che la triste stagione del disimpegno, del riflusso e della guerra fra paninari per accaparrarsi le Timberland è definitivamente tramontata.
Ed è bello anche sapere che stanno difendendo un bene comune, un’idea di società, un principio, il valore della conoscenza, la voglia di studiare, il desiderio di conoscere e anche, forse inconsciamente ma non del tutto, i più deboli, coloro che con le nuove tecnologie non ce la possono fare perché troppo poveri per permettersi la strumentazione necessaria per svolgere le lezioni in condizioni di oggettivo disagio.
Dovremmo riflettere soprattutto noi adulti, che fino pochi mesi fa ci siamo illusi di poter sostituire la vita reale con uno schermo, i negozi con le grandi piattaforme on-line, i cinema con Netflix o con Sky Cinema, gli incontri con le chat e le videochiamate, l’essere umano con dei robot. Dovremmo aver capito, grazie a questa pandemia, che tutto ciò che ci sembrava scontato e, anzi, ci dava anche particolarmente fastidio, è invece indispensabile per rinsaldare quel patto sociale che sta venendo meno.

L’auspicio è che comincino a riflettere anche coloro che, per mesi, in nome dell’emergenza, hanno irriso chiunque facesse presente il disagio psicologico delle nuove generazioni, come se in ogni abitazione ci fossero dieci televisori, maxischermi, televisioni a pagamento, giochi elettronici e altre mirabilie che, ovviamente, sono appannaggio dei ceti più abbienti.
Dovrebbe riflettere la sinistra, se esistesse ancora, in quest’Italia senza più corpi intermedi, interrogandosi sul proprio ruolo e sulla propria missione civile, oltre che politica.
Dovrebbe riflettere il governo Conte, sempre che l’emergenza nazionale non diventi una crisi al buio la cui unica ragione sarebbe l’ego smisurato di chi non ha ancora capito che gli anni d’oro del Biscione, del Drive In e della Terza via blairiana sono ormai fortunatamente alle spalle.
Dovrebbero riflettere certi dominus regionali, che si considerano alla stregua del Re Sole, personaggi che il grande Fortebraccio avrebbe definito “fronti inutilmente spaziose”, rivedendo alcune proprie dichiarazioni dei mesi scorsi e chiedendo scusa.
Dovrebbero riflettere tutti coloro che pensavano di rinchiudere in casa un’intera generazione e farla felice, quando invece i ragazzi di oggi vorrebbero tornare alla normalità, ossia a vivere, a viaggiare, ad abbracciarsi e a compiere tutti quei gesti che per troppo tempo abbiamo considerato scontati e di cui, al contrario, adesso avvertiamo il bisogno e l’importanza.
Bisogna prenderli per mano, questi giovani che vogliono tornare a scuola. Bisogna incoraggiarli, ascoltarli e dar seguito alle loro richieste perché sono di puro buonsenso. Forse, voglio peccare d’ottimismo, da questa catastrofe un fiore sta sbocciando: una nuova coscienza politica, da decenni assente ingiustificata.

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