Lea Melandri e Adriana Pannitteri sugli stereotipi dell’informazione pubblica. Il resoconto di Carnagnola

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Ieri Lea Melandri, docente, scrittrice e giornalista, ma soprattutto da sempre attivista per l’emancipazione femminile e fra le maggiori esponenti del femminismo italiano ha scritto sulla sua pagina facebook questa dolorosa riflessione in merito ai tragici eventi che nel nostro paese coinvolgono le donne dall’inizio dell’anno.

Quanti femminicidi dobbiamo ancora contare perché il sessismo, oggi sotto gli occhi di tutti nella sua forma più selvaggia -come potere di vita e di morte sulle donne-  venga considerato uno dei fatti politici più gravi? Il genocidio  passa ormai inosservato nell’indifferenza degli uomini…e purtroppo anche di tante donne. Lo ripeterò finché ho forza: “teneri figli, feroci assassini”. È questa la “sacra famiglia” della tradizione? L’assassino non ha solo le chiavi di casa, in una casa è cresciuto da piccolo, ci è entrato da adulto con una moglie, ha visto nascere figli.
Nessuno si chiede come fa a maturare tanto odio e ferocia in quegli interni considerati luoghi della protezione e degli affetti? E al massimo di ipocrisia, sono proprio i sostenitori di questo modello di famiglia che ostacolano l’educazione di genere nelle scuole, che demonizzano l’uscita delle donne da secoli di subalternità.

Sto ancora aspettando che una giornalista della televisione, dopo i due secondi necessari per dare la notizia dell’ennesimo femminicidio, anziché dire “adesso cambiamo argomento”, si fermi e aggiunga “cerchiamo di capire da dove nasce tanto odio e violenza maschile contro le donne”.

Approfondimenti che vengono elargiti alle devastanti beghe della politica, e che dimostrano che il sessismo e il movimento delle donne che lo combatte, dopo un secolo e oltre, ancora non sono considerati “fatti e discorsi politici“.

Ho quindi sentito di inoltrare questa considerazione ad Adriana Pannitteri, giornalista Rai e scrittrice di tanti libri sui diritti delle donne. Conoscendo la passione che profonde nella conquista e nella comunicazione di una giusta immagine femminile, le ho chiesto di rispondere.

Cara Lea.
Da anni molte di noi nei rispettivi ruoli si battono per far sì  che la formula ” ennesimo femminicidio” non diventi un luogo comune.
Ma credimi non è  facile spezzare il conformismo e la banalità di alcuni giudizi e luoghi comuni..  Il  tema è che ce lo chiediamo il perché.
Lo facciamo continuamente.  Scriviamo libri. Andiamo nelle scuole. Promuoviamo convegni e incontri online.
Cerchiamo di coinvolgere gli uomini che spesso fanno finta di non capire.
Chiediamo di creare  spazi in tv dove spesso si costruisce in tempi moderni la visione del mondo per cambiare quella visione spazzando via opinionisti da quattro soldi che gridano solo ” al mostro..al mostro”.
Talvolta non troviamo udienza nemmeno tra le donne e fai bene a essere critica.
Nella mia piccola esperienza di giornalista che da anni si occupa del tema scrivendo libri e reclamando un minimo di attenzione c’è  anche la delusione delle donne che non sostengono le altre  donne e tutte le volte che mi vedo costretta a dare una notizia di questo tipo deglutisco, mi manca il fiato ma poi devo andare avanti.
Cerchiamo di farlo unite. Per capire. Per prevenire. Non separiamoci”.

Due donne che non si risparmiano e da anni continuano a reclamare a gran voce la dignità femminile oggi in Italia quotidianamente recisa, a partire dall’informazione pubblica che tratta le vittime femminili.

Non è possibile accettare l’uso demagogico e strumentalmente commerciale dei luoghi comuni che la comunicazione di massa utilizza per raccontare cosa sta accadendo: pochi minuti per parlare di donne e spesso da ultimo di figli uccisi da chi li avrebbe dovuto amare, indulgendo nei particolari sensazionalistici e nel sentimentalismo, il più pietoso e stucchevole che possa esistere.

Non è giusto leggere ogni giorno nei resoconti mediatici che l’omicida ha agito in preda ad un “raptus”, che era “sconvolto dalla separazione”, che lei “voleva lasciarlo”, che tutto è accaduto al culmine di una “lite familiare” e tanto altro misto di subdola retorica.

Ma non è facile pretendere che venga rispettato un linguaggio diverso, ed è oltremodo assordante il silenzio pubblico sulla consueta domanda di un’analisi profonda del fenomeno, che si liberi dagli stereotipi di genere e che non diffonda ancora i pregiudizi della “gente comune”. Una battaglia che deve vedere tutte unite a ribellarci e rifiutare questo meccanismo rivittimizzante, e che attende invero il sostegno definitivo del mondo maschile, ancora troppo impegnato ad autoassolversi rispetto la desolante condizione delle donne oggi in Italia. E lo scambio di autorevoli opinioni come quello sopra è un bellissimo e rassicurante esempio di come insieme si possa lasciare un segno scritto della differenza culturale di massa.

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