Yemen e Siria, conflitti dimenticati emblema del fallimento della comunità internazionale

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Yemen, Hodeidah, principale porto del paese, resta la città del Paese più colpita dai raid aerei della coalizione saudita che supporta il governo yemenita nel conflitto contro la ribellione Houti.
Dall’inizio del conflitto il 30% dei 22 mila obiettivi civili in tutto il Paese si è concentrato qui, dove quotidianamente uomini, donne e bambini continuano a morire sotto le bombe.
In Yemen milioni di persone sono sull’orlo della carestia mentre il colera e la pandemia di Covid – 19 mietono vittime in assenza di strutture sanitarie: 20 milioni di yemeniti non hanno accesso a cure di base.

Eppure le testimonianze che ci arrivano da Hodeidah e dalle altre cittadine yemenite ormai al tracollo, non scuotono la comunità internazionale.

Lo Yemen sta morendo, anzi è morto come l’umanità di chi rimane a guardare mentre si consuma il dramma degli uomini, delle donne, dei bambini innocenti.

Lo Yemen come la Siria, altro Paese sacrificata sull’altare del “realismo”, in questo caso dell’impossibilità a porre un freno agli orrori compiuti dal governo di Bashar al Assad, prima, e dai russi, poi, accorsi a dare man forte all’alleato che rischiava di soccombere nel conflitto con l’opposizione armata.

Siamo a fine dicembre, in clima post-natalizio e distratti dalle questioni politiche e dal Covid-19 che mentre inizia la campagna di vaccinazione continua a uccidere un’intera generazione di italiani. La pandemia ha catalizzato l’attenzione mediatica, lasciando al minimo la copertura sulle crisi dimenticate e in generale i temi esteri che non coinvolgono, o meglio non interessano. questa Italia impegnata come sempre a guardare il proprio ombelico.

L’ultima volta in cui si sono accesi i riflettori su un conflitto grave come quello siriano, dopo l’ipocrita indignazione per il piccolo Aylan, arenatosi su una spiaggia turca dopo il naufragio dell’imbarcazione su cui era in fuga con la sua famiglia da Kobane, è stato grazie all’immagine di un altro bimbo, Omran, 5 anni, sopravvissuto a un bombardamento ad Aleppo Est, il cui smarrimento, il dramma inconsapevole vissuto, erano stati “fissati” in uno scatto divenuto virale.

Il mondo si era indignato, ancora una volta, aveva pianto guardando quei fotogrammi che avevano plasticamente dato corpo alle conseguenze dei bombardamenti in Siria, il dramma della guerra visto attraverso gli occhi di un bambino scampato alla morte che non aveva, Invece, risparmiato il fratellino, Alì, poco più grande di lui.

Sono proprio loro, i bambini, le principali vittime dei conflitti.  Milioni di loro sono senza casa, scuola e assistenza sanitaria. Centinaia di migliaia i morti.

È un massacro inarrestabile che nessuna mobilitazione riesce a fermare.

Ma se ne può parlare, si può rilanciare gli appelli di chi chiede il rispetto dei corridoi umanitari, la fruizione degli aiuti e l’assistenza sanitaria, in Siria come in Yemen e altri paesi in guerra, per limitare le inevitabili conseguenze delle catastrofi umanitarie.

Oltre metà della popolazione siriana non ha più una casa, 470mila persone hanno perso la vita, due milioni sono rimaste ferite o mutilate, l’aspettativa di vita è passata dai 70 ai 55 anni.

Numeri agghiaccianti che misurano la portata della tragedia alimentata dalla campagna di bombardamenti, che dopo la disfatta dell’Isis non si sono fermati anzi. Nelle ultime settimana la guerra in territorio siriano ha causato la morte  di decine di civili, uccisi dsi raid aerei effettuati durante la notte dalle forze russe nella provincia di Idlib, nel nordovest della Siria. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani i raid sono avvenuti dopo la mezzanotte alle porte della città di Maaret Misrin. Colpita anche una fattoria nella stessa località dove hanno trovato la morte 18 profughi che vi si erano rifugiati.  

Intanto le milizie alleate della Turchia nel conflitto con i curdi hanno aperto un altro fronte, arrivando ad attaccare una pattuglia e una base russa nell’area ad est di Ain Issa, nel Kurdistan sirianl.

Ciò, unito al fatto che sono in corso anche i bombardamenti contro le città curde e i raid contro le SDF nel nord della regione e nel quadrante di Zawiya (Idlib), la situazione appare più drammatica che mai per la popolazione locale che resta coinvolta nelle azioni militari.

Il tutto nell’indifferenza, o nell’incapacità, della comunità internazionale che non riesce a garantire ai civili vie di fuga in sicurezza.

Come hanno dimostrato i conflitti in Yugoslavia, Iraq, Afganistan, Libia, le “guerre umanitarie” altro non sono che massacri perpetrati per interessi economici e geopolitici.

E non c’è azione diplomatica sotto egida Onu che possa impedirli.

Hodeidah, Maaret Misrin, Idlib sono le nuove Sarajevo.

Oggi come allora il fallimento della Comunità Internazionale è sotto gli occhi di noi tutti, ma oggi siamo ancor più distratti e colpevoli di ieri.