La Cassazione conferma la presenza del “feudo” dei Gallace a sud di Roma

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La Corte di Cassazione il 25 novembre ha confermato l’impianto della sentenza di Appello “Appia” contro il clan Gallace “convalidando” le condanne per associazione di tipo mafioso e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Tutto questo a distanza di 15 anni dall’esecuzione delle misure cautelari e ben 22 dalle prime indagini del Ros coordinati dalle Dda di Roma e Catanzaro.

Si tratta della prima locale censita nel Lazio: il clan Gallace è presente nel litorale tra Anzio, Nettuno ed Ardea da più di 30 anni. Allo stato, risulterebbero esserci diversi latitanti -che si sarebbero resi irreperibili -prima dell’esecuzione degli ordini di carcerazione affidati ai carabinieri della locale compagnia. Solo un mese fa, una diversa indagine per narcotraffico della Dda capitolina si era conclusa nei confronti di numerosi appartenenti al clan con un avviso di conclusione di indagini. Lunedì 24 novembre invece è iniziato il giudizio abbreviato innanzi al gup di Reggio Calabria  per “Magma” inerente  i delitti associazione di tipo mafioso e associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti che vede imputati numerosi esponenti del clan Bellocco radicati tra Anzio ed Ardea, nonché alcuni esponenti apicali del clan Gallace come Bruno Gallace. Il clan era salito per un brevissimo periodo alla “ribalta nazionale” per la vicenda della statua di Sant’Agazio patrono di Guardavalle la cui statua –partita dal litorale e donata dai Gallace-era fino ad alcuni mesi fa innanzi al municipio del paese calabrese. Lo stesso parroco si sarebbe rifiutato di benedire la statua proprio per “le ombre” relative alla sua provenienza.

Le origini del clan sono rintracciabili nella vallata dello Stilaro dove è storicamente attiva la cosca mafiosa denominata dei Gallace operante nei territori compresi fra i comuni di Guardavalle (Cz), Stignano (Rc) e Santa Caterina sullo Jonio (Cz) e Monasterace (Cz).

La cosca riconducibile ai Gallace nel corso degli ultimi 50 anni, da vecchia mafia rurale, si è trasformata in una vera e propria impresa criminale attraverso tutta una serie di attività illecite, dai sequestri di persona a scopo di estorsione, alle estorsioni a commercianti ed imprenditori, al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, truffe e usura. Tali attività hanno consentito una crescita della potenza militare ed economica ed un controllo sempre più penetrante sui territori dove opera il clan: nei territori della fascia ionica a cavallo delle province di Catanzaro e Reggio Calabria, nei comuni di Anzio, Nettuno, Ardea e in misura minore in alcune piazze di spaccio nella capitale d’Italia rifornite dal clan , nei comuni del milanese di Arluno, Giussano, Bollate, Cesano e Rho e nell’area toscana di Valdarno.

Ad oggi è una delle cosche più potenti, sanguinarie e meno conosciute della ‘ndrangheta in cui i vincoli parenterali già esistenti sono frequentemente rinsaldati con matrimoni incrociati.

La progressione criminale dei Gallace ha inizio con la faida di Guardavalle: il 1° gennaio 1974, inizia la faida di Guardavalle dove rimasero uccisi i fratelli Luigi e Domenico Randazzo, mentre erano intenti ad attingere acqua alla fontana pubblica. La faida1 è “mirabilmente” raccontata dall’Unità che manda persino un inviato in loco Franco Martelli. Il 2 gennaio del 1974 un commando uccide, a colpi di fucile a pallettoni, il tredicenne Rocco Gallace e i coniugi Tedesco. La risposta dello stato alla faida è lenta ma alla fine arriva ad individuare i colpevoli che venivano condannati a 20 anni di reclusione in relazione ad alcuni degli omicidi e tentati omicidi perpetrati in tale contesto: Agazio Gallace, Vincenzo Gallace, e Nicola Tedesco venivano condannati ad anni 20 di reclusione. Il processo di colonizzazione del litorale romano da nuclei delle famiglie Gallace-Perronace-Riitano-Tedesco è un processo lungo e risalente agli anni 50-60. E’ un processo che parte da lontano. Espansione dovuta a mire economiche sugli emergenti mercati nel narco traffico che da sempre costituiscono il “core business” del clan Gallace. Il gruppo criminale si è trovato poi nella situazione di “gestire” una lunga e sanguinosa faida dovendo garantire protezione e rifugio anche a donne e bambini della famiglia che non erano assolutamente risparmiati dalla rappresaglia degli avversari. Il legame tra Anzio, Nettuno e Guardavalle è d’altronde molto forte e risalente alla seconda guerra mondiale: quando numerosi nuclei familiari vengono spostati dai luoghi di Anzio e Nettuno (al centro di feroci battaglie nel 1944 dopo lo sbarco degli alleati ed il tentativo di aggirare il caposaldo tedesco di monte Cassino). Nel 1978, a Natale e Capodanno, il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro racconta di come trascorreva la sua latitanza a Falasche quartiere di Anzio a casa di Nicola Perronace con altri esponenti di spicco della ‘ndrangheta come Cosimo Ruga, Andrea Gallella, Francesco Musitano. Nicola Perronace è stato un elemento importante del clan Gallace deceduto per cause naturali. La famiglia Perronace si stabilisce ad Anzio nel 1961 proveniente da Guardavalle. Nel 1959 infatti nel paese calabrese era stato ucciso il padre. Nel 1979 Domenico Tedesco presunto omicida del padre di Nicola viene assassinato. Il fratello di Nicola, Pasquale, dal 1985 sino al 2017 è stato consigliere e assessore comunale di Anzio ripetutamente per molte consiliature l’ultima delle quali con Forza Italia. Il figlio di Nicola, Davide, è stato recentemente condannato in primo grado per traffico di stupefacenti. Di Davide Perronace e dei suoi legami con il clan Gallace e il clan Bellocco parla il collaboratore di giustizia Massimiliano Fazzari durante la sua lunga deposizione al processo Gramigna contro il clan Casamonica. Ma questa è un’altra storia..

1 L’origine della faida risiede nel diritto consuetudinario germanico: una pratica, questa, strettamente legata all’ordalia – il cosiddetto “giudizio di Dio” –, era un vero e proprio privilegio di cui potenzialmente tutti coloro che facevano parte della società – esclusi ovviamente i nullatenenti e i forestieri – potevano godere.


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