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Da Trump a Morra. Quali i limiti e le regole?

 

Hanno cominciato gli Stati Uniti. Di fronte alle reiterate, spudorate, pervicaci menzogne e accuse di Donald Trump, alcune reti televisive hanno censurato il peggiore Presidente di sempre, rifiutandosi di mandare in onda quello che diceva, o avvertendo che si trattava di fandonie; così hanno fatto anche i gestori dei maggiori social. Non era mai accaduto; ma neppure era mai accaduto che alla Casa Bianca abbia soggiornato per lunghi e penosi quattro anni un personaggio inquietante come Trump.

Si è comunque creato un precedente che non sarà facile governare per il prossimo futuro. Quando un politico fa una promessa, e quando dice una bugia? Qual è la soglia della bugia consentita? Se sostengo che le elezioni sono farlocche, è un’opinione (per quanto sballata), un’accusa da contestare, una menzogna da non riferire? Esistono la coscienza e l’esperienza del giornalista, del direttore, della proprietà del giornale e della televisione, d’accordo; ma è un terreno minato, occorrono prudenza, equilibrio, intelligenza, onestà, “mestiere”, nel fare la scelta; chi la fa deve guadagnarsi la fiducia di chi legge, ascolta, vede. Non un giorno: tutti i giorni, e per tutta la vita. Non che non si possa mai sbagliare: l’errore va messo in conto; ma anche nell’errore si deve essere onesti; e non solo deve esserlo: l’onestà si deve percepire, “cogliere”. Si deve trasmettere che non si è infallibili, ma non si inganna. Insomma: è un terreno estremamente scivoloso, delicato.

Ora, in Italia. Il senatore Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia, si produce in affermazioni discutibili. Di più: offensive. Disgustose. Inaccettabili in sé, e ancora più gravi perché l’autore, in quanto senatore, rappresenta non solo chi lo ha eletto, ma l’intero popolo italiano: può non piacere, ma la Costituzione parla chiaro: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (articolo 67). Dunque, Morra, nei suoi atti non tanto non deve rendere conto a Grillo, Casaleggio o Domineddio, ma all’intero popolo italiano; e quando prende la parola rappresenta la Nazione e i suoi abitanti. Dunque, dovrebbe sentire il dovere (lui e tutti gli altri parlamentari) di soppesare attentamente parole, gesti, atti, comportamenti.

Giustamente si prova un sentimento di ripulsa e rigetto per quello che sostiene Morra: non voce dal sen fuggita, dal momento che ha precisato, e precisando ha reiterato. Sacrosanta l’indignazione che molti mostrano di avere; e si può benissimo chiedere la sua testa per quel che riguarda la presidenza della commissione parlamentare antimafia. Non sono un esperto, ma certamente tra le pieghe dei regolamenti uno strumento per attivare il meccanismo di sfiducia e revoca dell’incarico, volendo, lo si trova.

Detto questo, si scopre ora che il senatore Morra è il senatore Morra? Si scopre ora che è figlio legittimo del Movimento che lo ha nominato per il Parlamento? Non si deve riconoscere al senatore Morra di essere coerente con se stesso? Ma è la prima volta che parla, è la prima volta che lo si ascolta? Si è smarrito il ricordo di analoghe se non peggiori “sparate” dei maggiori esponenti del Movimento 5 Stelle? Se ne possono ricavare corpose antologie, non solo il senatore Morra si è prodotto in affermazioni che a essere indulgenti si possono definire demenziali corbellerie. Esistono gli archivi dove si possono facilmente reperire memorabili detti di Beppe Grillo o di Casaleggio padre e figlio; di Luigi Di Maio e di Alfonso Bonafede, di Alessandro Di Battista o di Vito Crimi… Sono state rese note, pubblicate, trasmesse, lette, ascoltate nella loro grezza e brutale integrità, spesso si è leticato a sangue per averle in esclusiva; e senza contraddittorio…“Omnia mutantur”, ammonisce Ovidio (vero che ci si dimentica spesso del successivo: “nihil interit”).

Titolo V”, la bella trasmissione di informazione e approfondimento che Francesca Romana Elisei e Roberto Vicaretti conducono in tandem da Milano e Napoli per “Rai tre”, pensa di invitare in studio il senatore Morra; peccato che dopo averlo invitato, sia scoppiato il noto finimondo, provocato dalle dichiarazioni che una persona assennata si sarebbe dovuto risparmiare. A questo punto l’invito è revocato. Un qualcosa di simile a quello che hanno fatto le TV americane con Trump (anche se ovviamente nessuno si sogna di dare del Trump al senatore Morra). A causa di quelle dichiarazioni, comunque, Morra non partecipa alla trasmissione: ospite sgradito.

Ora, per quello che mi riguarda, nulla da eccepire sulla decisione dei vertici RAI di ritenere inopportuna la presenza del senatore Morra. Un giornalista ha diritto alle sue opinioni. Il direttore “detta” la linea editoriale. I vertici di una azienda hanno un potere decisionale che va loro riconosciuto. Si potrà obiettare che il senatore lo si sarebbe dovuto comunque ascoltare, magari contestando ogni sua singola affermazione; che l’ascoltatore ha comunque il diritto di conoscere, e “sapere”; che a revocare l’invito gli si è fatto un sostanziale favore, perché può indossare i panni della vittima; e un catalogo infinito di altre ragioni che depongono a favore della sua presenza, per quanto discutibile. Sono obiezioni che hanno fondamento, non le contesto.

A me, che ormai ho sulle spalle una trentina di anni di televisione in RAI, e per questo ho visto passare una quantità di “stagioni” con relativi frequenti (amari e divertenti) cambi di giacca, il verboten nei confronti del senatore Morra non scandalizza; nel caso specifico può anche star bene. In concreto m’è capitato d’assistere a ben altro, e senza che si battesse ciglio. Penso solo al trattamento subito e patito da Marco Pannella: a suo tempo, un paio di volte, per avere una briciola di visibilità, sono intervenuti i presidenti della Repubblica: Giovanni Leone e Giorgio Napolitano…

Nessuno scandalo, nessuna indignazione, sia per l’eventuale presenza, sia per la assenza decisa. Solo sarebbe opportuno che il caso Morra costituisca precedente di cui tener conto in futuro, e non caso isolato. I Morra, come ben sa chi ha la pazienza e la possibilità di guardare e ascoltare i programmi TV, abbondano e proliferano. Che fare, dunque?

Si può provare a fissare alcuni paletti:

1) Le affermazioni di Morra (come di chiunque) sono lecite, per quanto discutibili e riprovevoli.

2) Lecito che le si voglia trasmettere e/o pubblicare; ma altrettanto lecito che non le si voglia trasmettere e/o pubblicare.

3) Sia nel primo che nel secondo caso, chi decide, ne dia pubblica spiegazione.

4) Ovviamente questo “qualcuno” se ne assume la piena responsabilità.

5) Urge comunque fissare un minimo di regole: si può stabilire, per esempio, che non si invita chi interrompe da maleducato mentre un’altra persona parla; chi offende e/o bestemmia; chi si presenta in canottiera; si può perfino stabilire che non esistono regole, ci si affida al buon senso e al buon gusto dei conduttori e dei responsabili della trasmissione e ai loro superiori. Anche la “non-regola” è una regola… Basta conoscerle.

Per tornare al senatore Morra, figuriamoci se chi trova detestabile la tanto invocata par condicio invoca “decaloghi”… Il problema del criterio, comunque c’è tutto, un nodo che in qualche modo va sciolto. Chi, come, perché, un domani giudicherà se la mia opinione merita di essere accolta e divulgata o no?

Ci sono i giornalisti; sopra di loro i direttori; sopra ancora gli editori. Ognuno di loro ha un livello di responsabilità, oneri e onori. L’importante è giocare “pulito”: si può contraddire, contestare, e negare spazio e visibilità; sono scelte che attengono alla professionalità e all’onestà del giornalista, del direttore, dell’azienda. Si conquistano ogni giorno, ogni giorno vanno sottoposte a verifica. Questa è la responsabilità, grave e pesante, di chiunque faccia questo mestiere.  L’onestà intellettuale è qualità e dote che non si improvvisa; al pari del manzoniano coraggio, se non c’è, nessuno te la può dare. Per Trump negli Stati Uniti, e per il Morra con “Titolo V”, va bene. Andrà sempre così? Per dirla con il vecchio Plinio, Cum grano salis. Lo spero; ma confesso che ho qualche difficoltà a crederlo.

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