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Il caso di Mario Paciolla, le anomalie e i segreti nell’inchiesta de Il Manifesto

 

Il Manifesto ha pubblicato due ampi servizi su Mario Paciolla e su una morte nella quale nulla torna di quanto ci è stato raccontato dal primo momento. Un’indagine che si presenta in salita e che parte dal lavoro di Mario, al pista più importante di questa vicenda. Di seguito gli approfondimenti de Il Manifesto.

Mario Paciolla è stato ammazzato come un attivista colombiano
di Gianpaolo Contestabile, Simone Scaffidi

Colombia. L’omicidio si inserisce in un regime repressivo, di Uribe prima e di Duque poi, in cui morte e tortura dei dissidenti sono normalità. E’ successo a San Vincente del Caguán, al centro degli interessi delle industrie petrolifere protette dell’esercito. Intere comunità costrette allo sfollamento forzato. Mercoledì 15 luglio Mario Paciolla è stato trovato impiccato nella sua casa di San Vicente de Caguán, un comune colombiano alle porte della foresta amazzonica, nella regione del Caquetá. Mario si trovava a San Vicente in qualità di collaboratore della Missione di Verifica delle Nazioni unite in Colombia in virtù della presenza nel municipio di uno dei 24 Spazi territoriali di Formazione e Reincorporazione (Etcr) previsti dagli Accordi di Pace firmati dalle Farc-Ep e il governo colombiano nel 2016. In queste aree, pensate per favorire il disarmo e il reintegro in società degli ex guerriglieri, l’Onu compie il mandato di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco e vigila affinché vengano garantiti i diritti umani.

Il corpo di Mario è stato ritrovato con segni di lacerazioni e in un primo momento le autorità colombiane hanno parlato di suicidio. Tuttavia le dichiarazioni di Anna Motta, la madre di Mario, hanno messo in dubbio fin da subito questa versione. Anna ha raccontato che suo figlio aveva prenotato un volo di rientro in Italia per lo scorso 20 di luglio e che le aveva confidato di essersi messo in «un guaio», di «sentirsi sporco» e di non vedere l’ora di potersi bagnare «nelle acque di Napoli». Oltre alla madre, altre persone vicine a Mario hanno ritenuto inverosimile l’ipotesi del suo suicidio e le autorità colombiane hanno infine aperto un’indagine per omicidio.  Secondo la sua amica Claudia Julieta Duque, giornalista e attivista per i diritti umani, già in giugno Mario aveva avuto un diverbio con la Missione di Verifica delle Nazioni unite con cui collaborava e in quell’occasione una collega lo aveva additato di essere una spia; inoltre aveva ricevuto un richiamo formale dai suoi superiori per aver manifestato il suo disaccordo per quella che riteneva una gestione discriminatoria da parte dell’Onu dell’emergenza Covid-19.

L’OMICIDIO DI MARIO Paciolla non può essere considerato un lampo a ciel sereno, ma si inserisce a pieno nel clima di violenza strutturale che attraversa il paese e nel fallimento del processo di pace che non ha portato benefici alla popolazione colombiana. Dalla firma degli Accordi del 2016, avvenuta a lAvana sotto il governo Santos, sono stati uccisi più di 135 ex guerriglieri e 970 leader sociali e attivisti per i diritti umani. Il reintegro in società degli ex combattenti, prima attraverso il sistema delle Zone di Transizione e Normalizzazione (Zvtn), trasformate dal 15 agosto 2017 in Spazi Territoriali di Formazione e Reincorporazione, si è rivelato fallimentare. Già a un anno dagli Accordi era evidente l’ambiguità dei programmi di governo e la diffidenza dei quadri degli ex combattenti che denunciavano una sostanziale assenza da parte delle istituzioni e mostravano preoccupazione per la propria sicurezza e per l’esposizione agli attacchi dei gruppi paramilitari.

LAvana, 2016. Lallora presidente colombiano Juan Manuel Santos, Raul Castro, e il delegato Farc Rodrigo Londono Echeverri L’amministrazione dell’attuale presidente Ivan Duque, considerato dall’opinione pubblica un fantoccio del gruppo di potere di Álvaro Uribe – ex presidente di estrema destra contrario agli Accordi di Pace – è stata protagonista di diversi scandali e dell’implementazione di una politica della fermezza e del pugno duro. In questi mesi di emergenza Covid-19 il presidente non ha accettato la proposta di cessate il fuoco bilaterale proposto dall’altro storico gruppo guerrigliero colombiano, l’Eln. Gli scandali militari hanno fatto emergere l’altra faccia della politica intransigente dell’attuale presidente, come nel caso del bombardamento di una cellula dissidente delle Farc, avvenuto lo scorso 30 agosto proprio a San Vincente del Caguàn, che ha provocato la morte di almeno otto minori, a cui si aggiungono i casi di sequestro e stupro ai danni di bambine indigene compiuti dai soldati colombiani.

La corruzione dell’attuale governo è stata messa in luce dal legame con il narcotrafficante Josè Guillermo Fernandèz alias Ñeñe, ucciso in Brasile nel 2019, che compare in diverse foto con i vertici della polizia, dell’esercito e dell’amministrazione di Duque, di cui è stato uno dei principali finanziatori e, secondo le intercettazioni, ha contribuito al suo trionfo elettorale con la compravendita di voti e l’influsso di capitale illecito. Si tratta dunque di un modello di governo corrotto e autoritario che si mostra in continuità con il suo padrino Alvaro Uribe, non a caso chiamato il Matarife (macellaio), dal titolo di una web-serie che lo accusa di genocidio e mostra le sue connessioni con i gruppi narco-paramilitari colombiani. La politica di guerra di Uribe diede il via al programma di Sicurezza democratica che promuoveva l’assassinio sistematico dei guerriglieri e che generò il fenomeno dei falsos positivos, una pratica dell’esercito colombiano che prevede il sequestro di civili dai quartieri marginali per poi ucciderli con addosso indumenti militari e dichiararli combattenti per riscuotere gli incentivi del governo.

Sembra che lo Stato colombiano, vincolato ai gruppi di potere del narcotraffico, del paramilitarismo e delle multinazionali, abbia interesse nel perpetrare il clima di violenza e conflitto contro le cellule dissidenti delle Farc e il gruppo guerrigliero Eln. Questo tipo di politica legata all’azione militare – legale e illegale – alimenta la sistematica violazione dei diritti umani e la sospensione delle garanzie costituzionali di protezione e sicurezza. Ne sono la prova l’uccisione di centinaia di leader sociali, le violenze contro le popolazioni indigene, la repressione del dissenso e l’implementazione di grandi opere estrattive senza consulta territoriale previa. Proprio San Vincente del Caguán, sede nei negoziati di pace falliti tra il 1999 e il 2002, si trova al centro degli interessi delle industrie petrolifere che ogni giorno trasportano barili di greggio sotto la supervisione e protezione dell’esercito.

La militarizzazione dei territori fomenta il conflitto, distrugge il tessuto sociale e costringe intere comunità allo sfollamento forzato facilitando l’incursione delle multinazionali estrattive che non incontrano resistenza ai loro progetti. Lo scorso autunno centinaia di migliaia di persone in tutto il paese hanno aderito allo sciopero generale indetto da decine di sigle sindacali, movimenti studenteschi, organizzazioni indigene e collettivi Lgbtqia+, al grido di «Ci hanno rubato anche la paura». Anche se le mobilitazioni sono iniziate in modo pacifico, la risposta dello Stato è stata brutale: militarizzazione delle città, coprifuoco, uccisione di manifestanti e criminalizzazione delle proteste sui media mainstream. Con l’arrivo della pandemia le proteste si sono fermate ma non la violenza contro gli attivisti e le attiviste delle comunità che difendono i territori. Dall’inizio della crisi pandemica in Colombia sono stati uccisi 95 attivisti. Le attiviste e gli attivisti con cui Mario ha collaborato in questi anni, facendo un lavoro di pressione sulle autorità affinché non si giungesse alle estreme conseguenze, conoscono bene il rischio che si corre nell’opporsi ai gruppi di potere che controllano il territorio colombiano. Accompagnare con il suo lavoro i movimenti sociali e la popolazione civile per limitare il rischio di attacchi violenti era una delle ragioni per cui Mario si trovava in Colombia.

Non sappiamo quale fosse lo «sporco– con cui Mario sia entrato in contatto né quali fossero le ragioni della diatriba con i suoi superiori delle Nazioni unite che hanno preceduto la sua morte, di sicuro, però, la violenza che ha colpito il corpo di Mario va contestualizzata in un clima di guerra e di terrore che colpisce un intero Paese e che affonda le sue radici nei gruppi di interesse che lo governano. Mario è stato ammazzato come un attivista colombiano.


Questo è, invece, l’articolo della collega e amica di Mario Paciolla, Claudia Julieta Duque

Giustizia per un poeta. Dopo la morte dell’osservatore italiano in Colombia i funzionari delle Nazioni unite hanno per lo più invitato tutti alla «discrezione»

Di Mario Paciolla, l’italiano che lavorava come osservatore in terreno per la Missione di Verifica delle Nazioni Unite a San Vicente del Caguán, non è rimasta nessuna traccia. A causa dell’assenza dei funzionari della Procura Generale e della polizia giudiziaria, i suoi oggetti personali sono stati recuperati il 16 luglio, un giorno dopo la sua morte, da una squadra dellUnità di Investigazione Speciale (SIU) del Dipartimento di Salvaguardia e Sicurezza delle Nazioni Unite. I funzionari dell’Onu hanno ripulito il luogo in cui viveva Paciolla, hanno raccolto i suoi effetti personali e hanno restituito le chiavi al proprietario, Diego Hernández, il 17 luglio. Hernández ha firmato con soddisfazione la ricevuta dellimmobile senza nemmeno leggerla e si è sbarazzato dei pochi beni che aveva fornito al volontario. A suo dire, voleva solo «voltare pagina» in merito alla morte di Paciolla, con cui aveva concordato un contratto verbale da 13 mesi, e quasi immediatamente ha messo in affitto l’appartamento. Così, soltanto due giorni dopo la sua morte, si è persa ogni possibilità di ricostruire le circostanze in cui è morto o di recuperare quelle prove materiali che non sono state prese in considerazione durante la rimozione del cadavere. La Missione ha dunque ordinato il trasferimento a Florencia di tutto il personale che lavorava nell’ufficio di San Vicente, incluso la responsabile dell’Ufficio, il responsabile della sicurezza, le volontarie e gli osservatori dell’esercito e della polizia, due dei quali si trovavano fuori dal Paese da prima dei fatti.

Qualcosa di simile  è successo con il personale dell’Ufficio Regionale (OR) di Florencia, dove ad oggi restano soltanto il direttore e diversi osservatori dell’esercito e della polizia. In tutto il Paese, la Missione ha annunciato che avrebbe concesso congedi medici e permessi ai volontari che lo avrebbero richiesto (proprio come Mario Paciolla ha reclamato durante la pandemia) e ha messo a loro disposizione una squadra di esperti nella gestione di crisi e nel supporto psicosociale. Lo stesso 17 luglio, la Missione ha inviato a Florencia Jaime Hernán Pedraza Liévano, responsabile dell’Unità Medica, che nonostante non sia un dottore in giurisprudenza è stato presente durante l’autopsia di Paciolla realizzata dall’Istituto di Medicina Legale nella capitale del Caquetá.
L’autorizzazione per la presenza di Pedraza è stata firmata dalla famiglia dell’osservatore, alla quale è stato erroneamente comunicato che si trattava di un medico forense assegnato dall’Ambasciata italiana in Colombia.

Il 24 luglio l’Onu ha inviato a Roma insieme al corpo di Paciolla un inventario, senza nessun tipo di firma, delle cose raccolte nella sua residenza di San Vicente del Caguán e ha informato la famiglia Paciolla che queste si trovavano bloccate in Colombia per ordine della Procura, istituzione che questo giovedì 30 luglio ha ottenuto la revoca dell’immunità in relazione agli strumenti digitali di proprietà della Missione assegnati a Mario. A queste azioni, che secondo l’avvocato della famiglia Paciolla-Motta, Germán Romero, implicano la manipolazione da parte delle Nazioni Unite del diritto all’intimità e alla privacy del volontario e del diritto di accesso alla giustizia della famiglia, si aggiungono una serie di messaggi che hanno rafforzato la sensazione di un silenziamento allinterno della Missione e che, nonostante le dichiarazioni di sostegno istituzionale, hanno impedito nella pratica a diversi compagni di Mario di metabolizzare adeguatamente il lutto. Gli è stato infatti negato di esprimere i loro timori o i loro dubbi in relazione a ciò che è accaduto al loro compagno scomparso nella notte del 15 luglio. Durante i quattro giorni successivi alla morte, la direzione della Missione a Bogotá ha inviato tre mail nelle quali ha ricordato ai suoi 400 funzionari e operatori nazionali e internazionali l’obbligo di mantenere la riservatezza e il divieto di concedere interviste e dichiarazioni ai media.

«Mario è entrato a far parte della Missione nellagosto 2018. I suoi colleghi lo ricordano come una persona solare ed empatica, totalmente impegnata nel mandato della Missione e nell’ampia agenda dei diritti umani. Ha svolto i suoi compiti con dedizione, entusiasmo e con una mente brillante e analitica. Il suo contributo al nostro lavoro è inestimabile. Ci mancherà moltissimo», ha assicurato in un messaggio del 15 luglio Carlos Ruíz Maisseu, responsabile della Missione, e ha immediatamente chiesto di «trattare questa terribile notizia [la morte di Paciolla] con discrezione e considerazione, rispettando la sua memoria e quella della sua famiglia, mentre vengono svolte le indagini corrispondenti».

Il 16 una nuova mail inviata dalla direzione amministrativa della Missione, a carico dell’australiano Eric Ball, ha ricordato a tutto il personale che «in base alla regola 1.2 del Regolamente del Personale delle Nazioni Unite, i funzionari non possono : 1) Rilasciare dichiarazioni alla stampa, alla radio o ad altri organismi di informazione pubblica; 2) Impegnarsi a parlare in pubblico; 3) Partecipare a produzioni cinematografiche, teatrali, radiofoniche o televisive; 4) Presentare articoli, libri o altri materiali per la pubblicazione o la diffusione elettronica».
Venerdì 17 luglio, durante una riunione con i coordinatori della Missione delle differenti regioni del Paese presieduta da Ruíz Maisseu, si è omaggiato Paciolla con un minuto di silenzio, invitando nuovamente alla «discrezione». In un ultimo messaggio del 19 luglio, più lungo e più dettagliato dei precedenti, Ruíz Maisseu ha assicurato che limprovvisa perdita di Paciolla è stata un «duro colpo» che ha causato sconforto tra i membri della Missione e che dal momento della morte di Mario è stato fatto «tutto ciò che è nelle nostre mani per avanzare in tutti gli aspetti necessari di questo caso: giudiziario, operativo, logistico e, soprattutto, umano», aggiungendo poi: «Sono sicuro che saprete come gestire questa informazione e questa situazione con la massima responsabilità e discrezione». Anche se fino ad ora si sa poco delle ore e dei giorni che hanno preceduto la sua morte, ho potuto stabilire che il 14 luglio alle ore 22, quindi poche ore prima di morire, Mario Paciolla è entrato in contatto telefonicamente con il Responsabile della Sicurezza della Missione di Verifica di San Vicente del Caguán, Christian Thompson. Secondo diversi funzionari Onu, una chiamata di questo genere è preoccupante, in quanto comporta l’attivazione di protocolli di allerta inconsueti in situazioni normali.

Quando è stato consultato su questo particolare, il Responsabile della Missione, Carlos Ruíz Maisseu, è rimasto in silenzio e ha delegato la sua addetta stampa, Liliana Garavito, che ha evitato rispondere a questa e ad altre domande sulle azioni della Missione nei giorni posteriori al decesso del volontario, ma ha sottolineato la disponibilità dell’Onu a collaborare «pienamente» con la Procura Generale della Nazione, che è in attesa dei risultati dell’autopsia di Mario Paciolla, l’ultima è stata realizzata il 27 di luglio a Roma. Per ora, la Procura di Florencia non ha scartato nessuna ipotesi.

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