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Franco Basaglia, l’uomo del cambiamento

 
Franco Basaglia, scomparso quarant’anni fa a soli cinquantasei anni, altro non era che un utopista concreto, un costruttore di ponti, uno di quegli uomini che non si arrendono e decidono di non accettare il mondo così com’è. Per questo, in un’Italia ancora bigotta e piena di pregiudizi, decise di arrampicarsi, nei primi anni Sessanta, fino a Gorizia per lavorare con quelli che, all’epoca, erano chiamati “i matti”, vedendo in loro l’immenso drama di vite spente e spezzate ma anche potenzialità che solo un visionario poteva cogliere.
Basaglia è ricordato oggi per aver ispirato la legge, approvata il 13 maggio 1978, lo stesso giorno dei funerali di Aldo Moro, che predisponeva la chiusura dei manicomi. Fatto sta che è stato molto altro e molto di più, come comprese Sergio Zavoli quando portò una troupe della RAI a realizzare, nel ’68, “I giardini di Abele”, dando una voce e un’anima agli ultimi, ai disperati, agli eclusi.
Franco Basaglia è stato soprattutto questo: un megafono. Si è fatto carico della sofferenza e del dolore altrui e non si è mai rassegnato all’idea che i pazzi, o coloro che erano considerati tali, spesso avendo solo dei piccoli disturbi della personalità o qualche minimo ritardo, non potessero essere recuperati.
A Basaglia va riconosciuto il merito di aver visto delle persone dotate di un’aima e di un cuore là dove altri avevano visto solo degli scarti. Diciamo che sarebbe piaciuto moltissimo a papa Francesco un uomo così: avrebbe ammirato l’uomo, per l’appunto, prima ancora dello psichiatra. Avrebbe amato molto una frase come questa: “L’università, da quando io mi sono laureato, ha protetto in maniera reazionaria e fascista gli ospedali psichiatrici. Non si è mai levata una voce, se non nei congressi, a dire che bisogna cambiare questa legge, ma nessun professore universitario si è sporcato una mano all’interno dei manicomi. Il professore universitario ha sempre avuto le mani pulite, amministrando l’insegnamento davanti ai letti d’ospedale, dicendo: questo è schizofrenico, questo è maniaco, questo è isterico”. O ancora questa: “Io non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”.
Se oggi abbiamo imparato, sia pur in misura minima, a rispettare il prossimo, se la pazzia ha avuto un nome, un volto e persino una dignità, se gli ex internati sono diventati persone e se non si ha più paura di chiamare determinate patologie col proprio nome, il merito va a questo testardissimo medico veneziano e a sua moglie Fraca Ongaro, compagna di innumerevoli battaglie.
Ricordare Basaglia e chi gli ha dato voce, portado alla luce ciò che fino a quel momento si era voluto segregare e tenere all’oscuro, significa porre, come faceva lui, il malato davanti alla malattia, affinché anche i più fragili possano sentirsi pienamente cittadini e, prim’ancora, esseri umani.
A Basaglia e a Zavoli che gli permise di infrangere le barriere del pregiudizio e dell’ingiustizia sociale diffusa va la nostra riconocenza. Se siamo un Paese vagamente migliore, almeno in questo campo, è merito loro.

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