“Avete dato una scossa alla categoria”, ha detto il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Verna, alla delegazione di collaboratori del Messaggero.

Per la prima volta un gruppo di freelance è stato invitato dal Consiglio dell’Ordine a partecipare alla riunione del Consiglio stesso, il 22 luglio. Per la prima volta un gruppo di freelance, quelli del Messaggero, con l’aiuto della Federazione della stampa si sono riuniti e costituiti in Assemblea. Collaboratori da 7 euro a pezzo contro il gruppo Caltagirone da 3,7 miliardi di patrimonio. A metà giugno l’Azienda ha comunicato a tutti i collaboratori il taglio dei loro compensi, già molto bassi. I collaboratori hanno chiesto un incontro alla proprietà, non hanno avuto nessuna risposta. Hanno indetto uno sciopero. Hanno poi -per paura di perdere il posto di lavoro- firmato l’accettazione dei nuovi compensi. Caltagirone non ha battuto ciglio davanti alla protesta del presidente della commissione Cultura della Camera, e alla richiesta di incontro del governo. L’Ordine ha segnalato al Consiglio di disciplina del Lazio il comportamento del nuovo direttore del Messaggero, Massimo Martinelli, che ha scritto a tutti i collaboratori per convincerli a sottoscrivere le nuove tariffe. La segnalazione è per violazione della Carta di Firenze, che prevede -fra l’altro- che “sia garantita a tutti i giornalisti, siano essi lavoratori dipendenti o autonomi, un’equa retribuzione che permetta al giornalista e ai suoi familiari un’esistenza libera e dignitosa, secondo quanto previsto dal dettato costituzionale”.

Il Consiglio dell’Ordine ha espresso “vicinanza e solidarietà con i collaboratori e preoccupazione per l’atteggiamento dell’editore che, per la  prima volta, ha rifiutato il confronto al tavolo con le parti proposto dal sottosegretario Martella. Il deprezzamento del lavoro dei giornalisti collaboratori è fatto molto grave e può costituire un apripista per altre testate che intendono ridurre i costi, scaricandone il peso sulla parte più debole delle redazioni.

Il Cnog chiede con urgenza la convocazione del tavolo sull’equo compenso e invita gli editori, a maggior ragione a fronte dei contributi e delle agevolazioni pubbliche, al rispetto del lavoro giornalistico.

MENO TRENTA PER CENTO

Il Cnog condivide inoltre il seguente documento dell’assemblea dei collaboratori del Messaggero.

“Il 15 giugno scorso Il Messaggero e i Caltagirone hanno stabilito che il lavoro dei collaboratori del giornale sarebbe valso il 30% in meno da lì a un mese. Stabilito, non discusso né ipotizzato. Lo hanno deciso motu proprio, così come era stato comunicato ai fotografi in piena emergenza Covid, con una semplice mail. L’8 luglio il direttore fresco di nomina, Massimo Martinelli, ha inviato una lettera ai collaboratori in cui scrive: ‘Siamo un giornale sano grazie al lavoro di tutti coloro che mettono la firma sotto un articolo che viene pubblicato ma – soprattutto – grazie al senso di responsabilità e ai sacrifici che sappiamo fare per continuare a svolgere il nostro lavoro. Ho ritenuto di offrirti queste considerazioni in un momento di decisioni delicate, in cui Il Messaggero ha bisogno di sentire ancora di più il sostegno e la partecipazione di chi fino ad oggi ha contribuito a renderlo un grande giornale’. Quindi sono i collaboratori a doversi preoccupare del giornale, non viceversa. Sono i collaboratori a dover accettare seduta stante quanto impone la Proprietà, con l’avallo del Direttore. Solo che ai più sfugge come da 10 anni siano i collaboratori a subire decisioni senza che la controparte si sieda a discutere. Nel 2010 fu l’allora direttore Roberto Napoletano a imporre tagli retroattivi; altri tagli vennero applicati nel 2013 e nel 2017. E nessuno discusse, nessuno si mosse: solo scelte imposte. 

Rispetto quanto avvenuto prima però, stavolta c’è stata una reazione, uno scatto di orgoglio della categoria – perché i collaboratori sono una categoria giornalistica inquadrata nel Ccnlg e prevista dalla Carta di Firenze – che ha portato alla costituzione di un’Assemblea dei Collaboratori sotto l’egida della Fnsi. Da lì allo stato di agitazione, alle richieste di incontri – negate perché l’azienda ritiene di sottoscrivere accordi singolarmente – fino allo sciopero. Solo che rispetto a prima, oltre alla Federazione si sono mosse le istituzioni come la presidenza della Commissione Cultura della Camera, il Ministero del Lavoro e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri perché il lavoro giornalistico non è un lavoro qualunque. Ma il Gruppo Caltagirone si è sottratto al confronto persino con loro. 

BRACCIANTI DELLA NOTIZIA

Per sgomberare il campo dagli equivoci, a comporre l’Assemblea non sono giornalisti alle prime armi che si devono fare le ossa. La maggior parte di noi sono iscritti a questo Ordine nell’elenco Professionisti cioè svolgono esclusivamente questa professione o sono pubblicisti veterani. Insomma pagare gli articoli sette euro lordi, spese comprese, è un insulto. Il sistema capzioso con cui si pongono in condizioni di ricatto i collaboratori costretti ad accettare il capestro. Giornalisti ridotti a “braccianti dell’informazione” che lavorano otto, dieci ore al giorno per 800 euro mensili diventati 650. 

Per questo ci siamo visti costretti ad aprire una vertenza collettiva per chiedere l’applicazione dei minimi tariffari previsti dal contratto Fnsi-Fieg e di ritirare la proposta unilaterale di taglio di compensi già miseri. L’Assemblea – insieme a Federazione, Associazione Stampa Umbra e al Sindacato Giornalisti Abruzzesi – sta cercando di portare avanti le istanze collettive con un formale “stato di agitazione” ad oggi ancora in essere. Abbiamo ottenuto qualche scampolo di visibilità per le nostre condizioni di lavoro e ringraziamo delle solidarietà ricevute, ma non siamo riusciti a farci ascoltare. 

È importante che i «pilastri» su cui si basa l’informazione in Italia, gli Enti di Categoria, facciano ognuno la propria parte: occorre il pieno sostegno da parte di tutti al Sindacato per quanto concerne la vertenza collettiva; occorre la vigilanza massima dell’Ordine per il rispetto della deontologia e del principio di colleganza, che vacilla, se non crolla, di fronte ai coordinatori di numerose redazioni locali che hanno inserito pezzi freddi, d’archivio, e sconsigliato ai collaboratori di fare sciopero, dimenticando i diritti calpestati dei colleghi e non ultimo, così, anche quello di sciopero. 

L’Assemblea rinnova l’invito alle parti sociali e al Governo affinché trovi applicazione la Legge sull’Equo compenso e chiede, con forza, di aprire un tavolo di crisi del Messaggero e chiede all’Ordine di dare forza al movimento che vuole la cancellazione dello strumento dei Cococo e delle finte partite Iva, che permettono di fatto una precarietà a vita e creano un ‘lavoro povero’, senza tutele né diritti di cui noi siamo un esempio tra tanti. Strumento questo di sfruttamento legalizzato in mano agli editori. Perché valiamo più di 7 euro”. 

Da professionereporter