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Philip K. Dick ovvero ‘Blade runner’

 

In appendice proponiamo il contributo critico di Konstantinos Pechlivanis all’analisi del film Blade runner di Ridley Scott, con particolare riguardo alla colonna sonora di Vangelis.

Ha scritto Francesca Rispoli nel saggio critico dedicato a Philip K. Dick (Universi che cadono a pezzi, Bruno Mondadori ed.,2001): “Oltre a rappresentare uno strumento di demistificazione, la fantascienza di Dick si assume il compito di indagare al di là dell’orizzonte costituito dai frammenti in cui si è ridotta la società contemporanea, nella speranza di potervi costruire un territorio specifico e l’autentico essere umano.

Le società tratteggiate da Dick appaiono contagiate dal germe della follia e nessun movente delle azioni svolte risulta mai completamente razionalizzabile: in questo senso le sue storie rappresentano amaramente la realtà contemporanea. I suoi personaggi hanno spesso opinioni banali, prive di senso, attratti da informazioni-spazzatura, ridotte a brandelli di notizie senza fondamento. Scriveva l’autore americano nel 1977 in Se vi pare che questo mondo sia brutto (Feltrinelli, 1999): “Nei miei scritti non smetto di domandare che cosa è reale, perché siamo incessantemente bombardati da pseudo realtà prodotte da gente estremamente sofisticata che adopera dispositivi elettronici altrettanto sofisticati. Non diffido dei loro moventi, diffido del loro potere.” In conseguenza di ciò, i personaggi dei romanzi di Dick sono prigionieri di una illusione: credono di vivere in una realtà stabile e dotata di senso. Questa illusione è destinata a infrangersi, perché ben presto si rendono conto di essere in errore e di vivere l’angosciante esperienza di un mondo in cambiamento, in cui non è possibile muoversi secondo coordinate chiare. Si vive in “un universo che cade a pezzi”, appunto, in una sfida continua alla capacità cognitiva dei personaggi. L’unica consapevolezza che essi possono raggiungere consiste nella scoperta della natura soggettiva del mondo che inizialmente avevano creduto oggettivo. Nel mondo della pre-crisi economica di alcuni decenni fa (oggi con il virus è pure peggio), quello in cui non esisteva una verità consolidata, ma molteplici possibilità interpretative e soggettive, i seguaci del postmodernismo avevano visto una grande occasione per l’uomo. Proprio negli stessi anni Dick, invece, non rinuncia ad adottare teorie moderniste, ancorate a pensieri forti altro che deboli,  perché la sua speranza è di imbattersi un giorno o l’altro nella realtà più profonda, quella che, in realtà, non scompare mai. Sulle tracce di Eraclito che diceva: “la struttura latente governa la struttura evidente, e ancora, “la natura delle cose sta nella consuetudine a nascondersi”, i suoi romanzi testimoniano un percorso esistenziale che riflette la vita di un uomo sospeso tra il desiderio rassicurante di un universo perfetto e la realtà di un mondo imperfetto. Non fa eccezione Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Fanucci, 2017).

Il romanzo

Do androids dream of electric sheep? (1968) è stato pubblicato in varie edizioni nel corso degli anni in Italia con titoli diversi, da Il cacciatore di androidi a Blade runner.  Forse non è il suo romanzo più importante, ma non sfigura accanto ai titoli più noti della bibliografia dickiana, che in italiano sono stati tradotti con titoli anche essi variabili, Ubik, I simulacri, Un oscuro scrutare, La svastica sul sole, L’uomo dei giochi a premio, Noi marziani, Le tre stimate di Palmer Eldritch. Dal Golem al mostro di Frankenstein, fino ai robot di Asimov, la storia dell’uomo ‘creatore’ è lunga. Se Asimov ha cercato di inquadrare i robot in un codice di buona condotta, tipica dell’irregimentazione sociale degli anni Cinquanta, Dick ha avvertito l’inquietudine dei ‘60, e assorbendo le istanze della nuova scienza, la ‘cibernetica’, si è interrogato: si può immaginare un giorno che una macchina creata dall’uomo possa pensare?

Nel 1982 esce, dopo un lungo travaglio, la trasposizione cinematografica del romanzo, dal titolo, appunto, Blade runner. Concettualmente le due opere risentono molto del clima storico culturale del loro specifico tempo. È vero che il film riprende le atmosfere dickiane di un macrocosmo promiscuo e caotico, tuttavia le ritrae secondo una rappresentazione postmoderna del reale, e lo si vede sia nella cura delle scene polimorfiche e pluristilistiche che nel contenuto, la cui conclusione appare più sfumata e ambigua rispetto al romanzo, più indirizzato a cercare un senso laddove sembra impossibile trovarlo.

La storia (tra romanzo e film) 

Se il romanzo è ambientato nel 1992 nell’area desolata della baia di San Francisco, la pellicola di Scott si sposta in una caotica Los Angeles del 2019. Nel libro Dick racconta una realtà buia e triste generata da una guerra nucleare che ha devastato l’ecosistema umano, costringendo l’umanità ad andare nello spazio. Il film si limita, invece, a suggerire, senza esplicitare alcuna spiegazione, la catastrofe attraverso scene notturne accompagnate da una pioggia perenne. Rick Deckard è un cacciatore di taglie, che vive con pochi soldi insieme a sua moglie Iran, figura assente nel film: soli, senza figli e con una pecora elettrica a tenere compagnia. Il romanzo si apre con una scena domestica appunto, dove si mette in rilievo un malessere familiare accentuato dal fatto che perfino Barbour, il vicino di casa, può permettersi una vera cavalla e Deckard no. I protagonisti del romanzo sono in realtà due: oltre a Rick, un po’ anonimo rispetto a quello del film, c’è l’ingegnere di animali robotici Jack Isidore, che ha ispirato il personaggio di J.R. Sebastian, che nel film appare, però, secondario e succube dei replicanti. Gli abitanti di San Francisco vivono in condomini semivuoti immersi nell’aria radioattiva, mentre le strade di Los Angeles sono animate da una folla orientaleggiante e magmatica. La sofferenza fisica e psichica è comunque tanta. Nel romanzo appaiono dei congegni tecnologici che possono alleviare la depressione crescente, come il modulatore di emozioni Penfield, oppure si può trovare sollievo in una religione che si è formata attorno al santone Wilbur Mercer. In Ma gli androidi sognano pecore elettriche? c’è, quindi, una parvenza di religione, il mercierenismo edificata (non si sa da chi) attorno a un impostore, un attoruzzo, dal vero nome di Al Jarry. Nel film, invece, è assente ogni elemento religioso, a meno che non lo si voglia individuare nel Dio orologiaio della tecnoscienza di cui il costruttore Tyrrell è il gran sacerdote. “Voglio più vita, padre”, dice Roy Batty, il capo dei replicanti, al fondatore della mega corporation prima di ucciderlo. Si capisce in questo contesto di degrado l’importanza dei pet, gli animaletti domestici, preponderanti nel libro, praticamente assenti nel film. Chi è rimasto sulla Terra sogna di possedere un vero animale, ma siccome sono rarissimi, le varie industrie producono copie incredibilmente realistiche di gatti, cavalli, pecore. Anche l’uomo è stato riprodotto, perché gli androidi umani sono utili nella colonizzazione di Marte; molti di loro sono rudimentali macchine, oppure, se più complessi, svolgono lavori pesanti o portano compagnia in quelle lande desolate dello spazio profondo.  Alcuni modelli, soprattutto quelli della Rosen (nel film la Tyrrell), sono però indistinguibili dagli umani, e quando alcuni dei più perfezionati si mettono in testa di evadere allora diventano pericolosi e bisogna cacciarli.

Nel libro Philip K. Dick si concentra molto sulla tendenza degli uomini a disumanizzarsi, sempre più dipendente dalle macchine e così incapaci di provare emozioni; nel film, invece, gli androidi – non a caso chiamati replicanti – denotano una umanità crescente. Rick ha molti problemi, non solo economici, ma anche familiari: sua moglie, come quasi tutta la popolazione, è dipendente infatti da una macchina, il “modulatore di emozioni”, che è in grado di cambiare l’umore delle persone che vi si collegano. Per migliorare la propria condizione e possedere un vero animale gli servirebbe un danaroso incarico. Accetta così di mettersi sulle tracce del gruppo di replicanti fuggiti dalla colonia extramondo, i pericolosi modelli Nexus 6.

Ma come riconoscerli? Sottoponendo i sospetti a un test che utilizza come criterio di discernimento l’empatia. La macchina Voigt Kampf serve a questo. Attraverso specifiche domande permette di osservare se avviene la particolare dilatazione dei capillari della pelle o il movimento inconsapevole della pupilla. I replicanti non possono superare la prova. Nel romanzo, come nel film, Rachel si sottopone al test.

Solo che in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? sa di essere un androide, ed è spietata, fredda e calcolatrice, mentre in Blade runner viene presentata come la figlia di Tyrrell, il costruttore dei replicanti, ed è molto umana, non sa di essere un replicante, è problematica, dolce, innamorata di Deckard. Ora la caccia agli androidi può cominciare, i mostri che pretendono di essere umani devono essere ritirati.

Ha scritto Schiller: Perché l’uomo torni uomo/ stringer deve un patto eterno/

e fedele con la terra/ la pietosa antica madre.

 

Fine (?)

Molti hanno definito lo scrittore americano una sorta di filosofo. Credo che sia una falsa questione porsi la domanda se Dick lo sia. In generale, sarebbe come tornare alla vecchia questione se Leopardi si possa considerare o meno filosofo. Piuttosto sarebbe importante cercare le radici del suo pensiero in un vasto mare asistematico di pensiero, che va dalla filosofia classica, all’ellenismo, alla scolastica alle filosofie orientali e alle teologie. Per averne un minimo di contezza basti semplicemente verificare il glossario e l’indice posti alla fine dell’immenso volume dei suoi scritti sparsi, una sorta di Zibaldone leopardiano di oltre milleduecento pagine, a cui è stato dato il titolo de L’esegesi (Fanucci, 2015) per rendersi conto della messe di ‘rimandi filosofici’ presenti. Impressionante.

 

 

Vangelis e Blade runner

@ Konstantinos Pechlivanis*

Nel 1981 Ridley Scott dopo il grande successo di Alien passò a lavorare a Blade runner. In quello stesso anno, Vangelis vinse l’Oscar per la colonna sonora del film Chariots of fire.

Primi pensieri sulla colonna sonora

Scott inizialmente aveva provato per il nuovo film con la musica di Jerry Goldsmiths (già compositore di Alien), poi verso la fine del 1981, Vangelis fu invitato a guardare un provino di Blade runner, rimanendo folgorato dalla sua bellezza e decidendo per questo di unirsi allo staff del regista.

Rapporti con il regista

Il compositore greco attese di vedere ciò che Scott proponeva visivamente e, attraverso la sua musica, pensò di interpretare ciò che le immagini non erano in grado di dire da sole. Vangelis cercò di catturare con il suono la prima impressione che aveva dalle immagini, in modo da lasciare che la spontaneità reagisse con esse in modo da non lasciare che i pensieri razionali interferissero con la sua ispirazione. Ridley Scott ricorda così quel periodo di intenso lavoro con Vangelis: “Sulla via del ritorno ero solito andare allo studio di Vangelis. Avevamo un po’ di curry, cibo cinese e alcune birre, due o tre sigari, tutto dannatamente political correct, ma così salutari. Vangelis diceva… guarda questo e lo suonava. Era come essere in una caverna di un mago. Era seduto a guardare ogni fotogramma, ogni espressione degli attori, egli voleva possedere tutto, stava pensando se stesso nel film.”

Suoni utilizzati

A differenza di altri film di fantascienza che spesso si basavano su suoni elettronici stravaganti per suggerire storie ambientate in un mondo sconosciuto e alieno, la scelta dei suoni di Vangelis per la colonna sonora di Blade runner vuole evocare un suono familiare dagli strumenti, di strumenti noti insomma, ma che hanno subìto una modificazione elettronica, come se appartenessero ad un futuro non troppo lontano. In questa fase del suo sviluppo musicale (1978-1982) Vangelis era affascinato dagli strumenti a percussione. Stava sperimentando la miscelazione di questi con vari sintetizzatori (principalmente Yamaha CS-80) per ottenere un effetto elettro-acustico. Insomma, la colonna sonora vuole essere, ed è, parte integrante della storia: sirene, rumori di veicoli, voci cosmopolite, tuoni, tutti fusi nell’immagine cinematografica. A volte Vangelis inietta solo il tintinnìo di campane o ululati di basso per migliorare la qualità del sogno. Vangelis si concentrò molto sulla creazione di un “tono”specifico per il film, seguendo passo dopo passo la narrazione con il proprio suono distintivo, accentuato da alcuni passaggi blues per evocare le influenze noir del film. La musica stessa ha un tema principale, fatto da una melodia di dieci note che illustra il mondo del futuro, ma per la maggior parte i momenti musicali nel film sono ambient o autonomi.

Tecnica

Mentre le tecniche utilizzate da Vangelis per creare la colonna sonora sono obsolete al giorno d’oggi, la musica stessa non è invecchiata molto sin dal 1982. Vangelis non utilizzò alcuno spartito musicale, la sua musica è fatica giornaliera e richiese tempo. Blade runner è il segno di un solo compositore e ci vorranno 4 mesi per sviluppare e finire il lavoro. (Questa tecnica può essere vista sul video di Vangelis che segna il film Antarctica del 1983)

Curiosità finale.

Vangelis ha rifiutato di pubblicare la colonna sonora di Blade runner fino al 1994. Perché? Ha spiegato: “Non riesco a scrivere musica ogni giorno e non riesco a lavorare 20 album all’anno per soddisfare qualche uomo d’affari. Faccio queste cose perché mi piace e lancio un album quando voglio. Ma è impossibile spiegarlo all’industria.”

*Konstantinos Pechlivanis, greco, è nato a Kavala dove vive. Ha studiato finanza a Salonicco e dal 2006 lavora come insegnante di finanza e studi sociali. Nel suo tempo libero sperimenta improvvisazioni musicali su vari argomenti principalmente con strumenti elettronici.

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