Sei anni fa morivano Andy Rocchelli e Andrej Mironov, uccisi perché illuminavano il conflitto in Ucraina

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Sei anni fa, il 24 maggio del 2014, su una strada che attraversava una delle linee di fronte più pericolose in Ucraina, venivano uccisi il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e il dissidente e scrittore russo Andrej Mironov.
Una pioggia di proiettili si abbatté sull’auto che trasportava i due amici e compagni di lavoro e altri tre civili inermi: oltre all’autista ucraino viaggiavano con loro William Reguelon e un quinto uomo incontrato sul luogo.
Cercarono di ripararsi lanciandosi in un fosso, ma il fuoco non si fermò.  Andy mori facendo il suo mestiere, scattando foto fino all’ultimo secondo. Immagini raccolte in una mostra esposte alla Triennale a Milano nell’ambito del Festival dei Diritti umani.
Rocchelli era  nel Paese in guerra con la Russia per documentare la situazione della popolazione civile coinvolta nel conflitto nella regione del Donbass.
Per anni non abbiamo saputo cosa fosse davvero successo a Sloviansk, perché il gruppo di giornalisti fu bersaglio di un tiro deliberato di artiglieria dal fronte ucraino.
Poi, grazie al collega sopravvissuto e rimasto gravemente ferito, ascoltato nel 2017 dalla Procura di Pavia, e ai risultati della rogatoria internazionale chiesta dal magistrato che ha portato avanti l’inchiesta, sono stati acquisiti nuovi elementi che hanno reso possibile l’arresto di Vitaly Markiv, 29enne con doppia cittadinanza, italiana e Ucraina, ritenuto l’esecutore materiale dell’uccisione di Andrea e Andrej.

Nel luglio del 2019 la Corte di Assise di Pavia ha condannato l’uomo,  militare della Guardia Nazionale del Paese di origine, unico imputato del processo, a 29 anni di carcere.
Oggi sulla morte di Rocchelli e Mironov è stata raggiunta una verità giudiziaria che sembrava allontanarsi quando, a un certo punto, la Procura era pronta ad archiviare l’inchiesta, possibilità scongiurata grazie alla caparbietà dei genitori del fotoreporter e al supporto che ad essi hanno garantito Articolo 21 e Federazione nazionale della Stampa insieme al senatore Luigi Manconi, che nella sua veste di presidente della Commissione Esteri nel 2016 incontrò Elisa e Rino raccogliendo il loro appello a supportare la  richiesta a non archiviare l’inchiesta.
Manconi presentò un’interrogazione rivolta al ministero degli Esteri e della Giustizia affinché  sollecitasse il governo ucraino a collaborare per fare piena luce sull’omicidio del 31enne di Pavia e del compagno di lavoro e di viaggio.
In tutti questi anni Rino e Elisa Rocchelli, che sin dal primo momento hanno tenuto a sottolineare che né loro né la sorella di Andy, Lucia, né la sua compagna Maria Chiara, mamma di Nico il bimbo che Andrea non ha potuto veder crescere, fossero animati da spirito di vendetta, hanno sempre avuto un solo obiettivo: conoscere la dinamica dei fatti.
Una famiglia forte, unita, che ha deciso di rompere il silenzio, autoimposto per riservatezza e fiducia nell’operato delle autorità giudiziarie italiane, perché volevano che si facesse luce sul caso con serietà e onestà, senza mistificazioni.
Che fosse fatta giustizia.
Per questo hanno deciso di esporsi in prima persona e di supportare tutte le iniziative mediatiche e di sensibilizzazione sul caso di Andrea con il fine di accelerare l’esito dell’inchiesta. A cominciare dalle incisive pressioni della Federazione nazionale della stampa e di Articolo 21, che li hanno affiancati in questa battaglia, per impedire che le autorità ucraine continuassero a tergiversare e a prendere tempo pur di non dare risposte. Ma anche a contrastare là campagna a favore di Markiv, che ha sempre potuto contatore sulla difesa dell’ambasciata ucraina e delle branche nazionaliste di Kiev presenti nel nostro paese.
Anche grazie all’impegno del sindacato dei giornalisti e della nostra associazione, che ha riacceso i riflettori sul caso, e all’azione dell’avvocato Alessandra Ballerini, che nel 2017 ha assunto l’incarico di difendere i genitori di Rocchelli, si è arrivati alla svolta che ha portato al pocesso e alla condanna di Markiv.
”Non possiamo dire di essere soddisfatti perché soddisfazione, contentezza, sono aggettivi che trovano poco spazio in questa vicenda. È un passo importante verso la verità. Un riconoscimento al buon lavoro fatto dalla giustizia e dagli investigatori”.
Nelle parole pronunciate alla fine della lettura della sentenza da Rino Rocchelli  c’era tutta la dignità di una famiglia che non ha mai smesso di credere nella giustizia, continuando a battersi per quella verità che le autorità ucraine volevano negargli. E noi con loro. Sempre!


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