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No bavaglio ungherese. Anche nel ricordo di chi è stato ucciso perché giornalista libero

 

Domani celebreremo la Giornata mondiale per la libertà dell’informazione, istituita il 3 maggio del 1993 per sottolineare l’importanza dell’indipendenza della stampa, un diritto sancito nell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, quale valore “essenziale alla costruzione di una società libera e democratica”.
Un diritto fondamentale, dunque, prerequisito per la protezione e la promozione di tutti gli altri diritti umani.
Ed è per questo che, insieme ai tanti colleghi imprigionati, perseguiti e uccisi solo per aver cercato di raccontare storture e violenze dei regimi che ancora in tante parti del mondo vessano le proprie popolazioni, ricorderemo Giulio Regeni e tutti gli attivisti o semplici cittadini vittime di violenze e torture in ogni angolo del mondo.
Ognuno di noi che scrive o racconta in autonomia storie difficili, dimenticate, che magari non fanno audience, scegliendo di non sottostare a imposizioni e logiche di share sa bene quanto l’esercizio della professione di giornalista, e il diritto a farlo autonomamente, non sia automatico ma necessiti di un ambiente sicuro, nel quale tutti possano parlare liberamente e apertamente, senza timore di rappresaglie. Ciò vale soprattutto per quei colleghi che operano in contesti dove queste garanzie non sono minimamente garantite. Ed oggi, celebrando tutti coloro che nonostante i rischi continuano a portare avanti con determinazione e coraggio il proprio impegno professionale, trovo giusto ricordare giornalisti come Andrea Rocchelli, James Foley, Daphne Caruana Galizia, Jan Kuciak e Tim Hetherington, colleghi di grande valore che per la loro voglia di raccontare vicende e notizie ‘scomode’ hanno perso la propria vita, chi per mano di terroristi e signori della guerra. chi uccisi per conto di uomini di potere i cui crimini e illegalità che le vittime avevano svelato. Perché un giornalista questo fa, va sui posti in cui avvengono i fatti, ‘racconta’ i fatti.
A distanza di anni, dopo la rabbia, il dolore e il cordoglio, ci resta la memoria del loro esempio virtuoso di buon giornalismo.
Ed è inevitabile per la sottoscritta, nel raccontare chi era Tim, un fotoreporter straordinario, un amico che in circostanze drammatiche ha perso la vita per dare voce a chi non l’aveva, provare una grande emozione.
Forte, integro e con una spiccata sensibilità, Tim non era soltanto un fotoreporter in gamba, era un giornalista solidale. Quando arrivava sul campo un nuovo collega, mai stato prima in una zona di guerra, non esitava a dargli consigli. Era una persona che si poteva ‘solo’ amare. A chiunque, e dovunque, Tim piaceva. Da subito. Appena dopo averlo incontrato era scontato che suscitasse simpatia, si instaurava un feeling immediato. E così è stato per me.
Quando nell’aprile del 2011, a soli 41 anni, è stato colpito a morte da un proiettile shrapnel di un mortaio in Libia, nell’inferno di Misurata, ho perso un amico e un riferimento importante.
L’empatia che dal primo momento era scaturita tra noi, quando lo avevo incontrato nell’ottobre 2010 a Londra, ha contraddistinto da subito il nostro legame, saldato dalla passione per i diritti umani.
“Ciò che faccio, ogni scatto, ogni fotogramma di reportage che monto, mi coinvolge a livello emotivo”, mi disse quando parlammo del suo contributo alla campagna di Human Rights watch sulla crisi in Darfur, che coinvolgeva anche me. E oggi, rileggendo quanto diceva Tim, ritrovo l’essenza del sacrificio di coloro che hanno perso o rischiano la vita ogni giorno per fare informazione e per raccontare la realtà così come si presenta, senza filtri e senza censure.
Descrivere i fatti, denunciare abusi, violazioni di diritti umani e alzare la cortina di silenzio che copre spesso notizie che non trovano spazio sui media di massa, è ciò che da’ un senso all’operato di qualsiasi giornalista. O almeno dovrebbe essere. Ma non è così per tutti. Il nostro sistema giornalistico è condizionato da logiche che poco si conciliano con situazioni e realtà che non fanno audience o che, quando va bene, trovano spazio tra le brevi perché, è il pensiero distorto di tanti, nessuno le leggerebbe.
È per questo che sin da giovanissima, quando muovevo i primi passi in una piccola radio privata, ho sempre avuto come faro il giornalismo anglosassone. Non certo per snobismo, ma perché non trovavo alternative valide.
Negli Stati Uniti, come nel Regno Unito, da sempre i media svolgono un ruolo estremamente importante nella tutela dei diritti umani. Garantiscono visibilità a chi denuncia le violazioni a danno delle minoranze o delle fasce deboli e fungono da cassa di risonanza per tutte le voci, anche quelle indigeste ai poteri forti, affinché possano essere ascoltate.
Quando colleghi animati da questi ideali sono consapevoli di rischiare sulla propria pelle, come Tim, difficilmente si tirano indietro.
Ho avuto la fortuna di conoscere Tim e altri giornalisti che di fronte a situazioni di grande criticità e questioni off-limits non si sono arresi.
Da loro ho imparato che bisogna avere la forza di denunciare le vessazioni e gli abusi che avvengono in qualsiasi luogo perché lasciare che essi rimangano nel silenzio e siano perpetrati impunemente è, come diceva Martin Luther King, una minaccia per la giustizia ovunque.
E proprio pensando a storie e persone come Tim, all’intensa e incondizionata capacità di raccontare le vicende di chi non ha voce, appare ancor più stridente l’indifferenza del mondo dell’informazione italiana nei confronti di temi importanti come le violazioni dei diritti umani e le crisi dimenticate.

 

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