Sei qui:  / Articoli / I valori fondamentali dell’Europa messi a rischio da Paesi come l’Ungheria

I valori fondamentali dell’Europa messi a rischio da Paesi come l’Ungheria

 

L’European Stability Initiative ha pubblicato una riflessione sul rapporto tra valori fondamentali dell’Unione europea e solidarietà. In questo momento critico, secondo ESI, sta emergendo con evidenza la portata della minaccia costituita da alcuni stati membri, primo tra tutti l’Ungheria, che minano quei valori che fanno da collante dell’Ue.
Sono tre le crisi che oggi stanno mettendo a rischio la tenuta dell’Unione europea: la crisi sanitaria, la crisi economica e sociale e la crisi dei valori fondamentali. Il report dell’ESI “The wizard, the virus and a pot of gold ” (“Il mago, il virus e la pentola d’oro”) sottolinea la necessità di affrontare le tre crisi in maniera coordinata, al fine di evitare che le misure prese per combattere il Covid-19 e il suo impatto sulla società contribuiscano a peggiorare la terza crisi. L’analisi condotta dall’ESI prende il via dal 30 marzo, un giorno molto rilevante per l’Ue per due ragioni.

Poco più di un mese fa è stata adottata un’iniziativa di investimento in risposta al coronavirus (CRII – Coronavirus Response Investment Initiative) volta alla mobilitazione di 37 miliardi di euro per assistere gli stati membri. Due settimane prima la Commissione europea aveva chiesto al Parlamento europeo e al Consiglio dell’Unione europea di modificare nel più breve tempo possibile la legislazione relativa ai fondi strutturali in modo da rendere immediatamente disponibili 8 miliardi di euro, ai quali sarebbero stati aggiunti 29 miliardi in co-finanziamenti. Gli 8 miliardi provengono dal fondo strutturale 2014-2020 e sono la parte ancora inutilizzata dagli stati membri, che avrebbe dovuto essere restituita al bilancio dell’Ue, ma che invece è stata ora stanziata nella CRII.
Il Consiglio e la Commissione europea si sono dunque mossi in fretta per adottare le modifiche necessarie , entrate in vigore il 1 aprile. Come riporta l’ESI, gli stessi esponenti delle istituzioni europee hanno dichiarato che, sebbene quella stabilita non fosse l’allocazione ottimale delle risorse, non c’era tempo per trovare una soluzione migliore. In particolare, emerge uno squilibrio tra i fondi destinati all’Italia, in quel momento il paese più colpito dalla crisi, che riceveva 2,3 miliardi di euro, corrispondenti allo 0,1% del Pil, e quelli per l’Ungheria, che a fine marzo registrava 10 vittime ma si vedeva assegnare 5,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil.

La ripartizione delle risorse va ricondotta al quadro finanziario approvato nel 2013 per gli anni 2014-2020, che assegnava all’Ungheria una cifra in percentuale del Pil superiore rispetto a quella italiana. Dato quel quadro finanziario, i fondi stanziati oggi per l’Ungheria sono di fatto “soldi ungheresi”. Dunque, il problema non è tanto nello squilibrio della ripartizione dei fondi, quanto nella mancata previsione di crisi future nel momento in cui vengono allocate le risorse. Il report non si riferisce solo alla crisi legata al Covid-19, ma alla crisi conseguente ai ripetuti attacchi alla democrazia e ai principi dello stato di diritto da parte del Governo ungherese, che non hanno alcuna conseguenza sull’assistenza europea.

Si arriva così al secondo episodio rilevante avvenuto il 30 marzo, ovvero l’approvazione da parte del Parlamento ungherese di una legge relativa alla crisi Covid-19 che assegna un potere enorme al Primo ministro per tutta la durata dello stato d’emergenza. Nel dettaglio, Orbán può governare tramite decreti senza limiti di tempo, può sospendere le elezioni e può di fatto decidere quando terminerà lo stato d’emergenza, godendo al Parlamento della maggioranza qualificata di due terzi dei deputati. Inoltre, sono stati introdotti nuovi crimini legati alla distorsione della verità e alla diffusione di notizie false, per i quali si rischia di incorrere in una pena che va dai cinque agli otto anni di carcere, elemento che rappresenta una chiara intimidazione agli oppositori del governo, ai media e ai medici, oltre che ai cittadini.

Due giorni dopo, tredici Stati membri hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale ammonivano sulla necessità che le misure di emergenza fossero limitate allo stretto necessario e proporzionate, oltre che in accordo con le leggi e gli obblighi internazionali. L’ESI nota tuttavia che questa dichiarazione non menzionava esplicitamente il caso ungherese, tanto che il giorno seguente Orbán ha dichiarato di condividere la dichiarazione richiamando tutti gli Stati membri al rispetto dei valori fondamentali europei.

Il governo ungherese sta indebolendo ulteriormente l’operato dell’Ue in questa emergenza, attraverso dichiarazioni che tendono a presentare l’Unione europea come inoperosa a fronte di una vera solidarietà dimostrata invece dalla Cina, grazie alla quale il paese può permettersi di sostenere i governi suoi alleati nei Balcani occidentali, primo tra tutti la Serbia.

Gli autori del report ritengono che la vera minaccia alla sopravvivenza dell’Unione europea sia data dalla presenza al suo interno di Stati che agiscono appositamente per distruggere i valori che la tengono unita, minando i principi dello stato di diritto. Chiaramente, l’Unione europea non può far rispettare con la forza i propri regolamenti, né può espellere uno Stato membro. Sarebbe tuttavia opportuno riconsiderare la proposta fatta dalla Commissione europea nel 2018 relativa alla possibilità di adottare sanzioni nei confronti di uno Stato membro che violi lo stato di diritto, in particolare con la sospensione o riduzione dei finanziamenti in corso e con il blocco dei finanziamenti futuri, rendendo in questo modo i trasferimenti finanziari condizionali al rispetto dei principi e valori fondamentali.

Per quanto riguarda la situazione corrente, l’ESI suggerisce che venga creato un fondo per la gestione dell’emergenza Covid-19 amministrato separatamente, al quale possano accedere tutti gli Stati membri che rispettano i trattati europei e le pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

In conclusione, il 30 marzo ha dimostrato che la solidarietà europea non sta andando nella giusta direzione, e fa riflettere sulla necessità di affrontare le crisi in maniera coerente.

(da sito dell’Osservatorio Balcani, Caucaso e Transeuropa)

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE