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Emergenza codiv- 19, violenza sulle donne e cultura di genere

 

In una Italia martoriata dall’emergenza Covid -19, passa in secondo piano la condizione delle donne vittime di violenza, ancorché la loro quarantena nella stessa abitazione con un compagno violento le faccia correre pericoli ogni giorno maggiori.

I fatti quotidiani  di cronaca ne danno purtroppo conferma.

Trascorsa la giornata internazionale dei diritti della donna, in occasione della quale si sono come di consueto celebrate con ampio risalto le conquiste sociali, economiche e politiche femminili, le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono ancora oggetto, come anche la vita quotidiana delle donne aggredite e maltrattate, tutto è tornato ad essere un “ danno accidentale “ dell’attuale emergenza.

Una condizione emergenziale che impone e costringe migliaia di vittime a dover convivere forzatamente con un partner che,  quando va bene, le umilia e le maltratta, se non arriva alla vera e propria violenza fisica.

Varrebbe la pena allora, invece di parlare solo dell’8 marzo come della “Festa della Donna”, indurre ad una “Giornata della riflessione sui diritti delle donne durante l’emergenza COVID-19”.

Diritti ai quali paradossalmente, anche in un periodo allucinante come quello attuale, le donne non devono rinunciare, proprio insistendo nel reclamare il loro irrinunciabile ruolo sociale, come lo ebbero a San Pietroburgo, quell’8 marzo 1917, quando guidarono la grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra.

È  violenza contro le donne ogni atto violento fondato sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà.

Così recita l’art 1 della Dichiarazione ONU sull’eliminazione della violenza contro le donne del 20 dicembre 1993 .

In Italia circa 4 milioni di donne hanno subìto violenza fisica, nell’arco della loro vita, da parte di uno o più uomini e degli stupri o dei tentati stupri, per esempio, solo il 32,8 %  è compiuto da conoscenti, mentre la maggioranza proviene dai partner e dagli amici (16,9%), dai parenti (5,3%), dai colleghi (9,7%) e da amici di famiglia (3%).

Tutti individui con i quali la donna ha promiscuità e spesso convivenza.

Negli ultimi 5 anni il numero di donne che hanno subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale ammonta a 2 milioni e 435 mila ed è in continuo aumento.

La nostra normativa contro la violenza di genere persegue tre obiettivi principali: prevenire i reati, punire i colpevoli, ma soprattutto proteggere le vittime, e gli ultimi strumenti adottati, come il cd. Codice Rosso, tendono a rafforzare la tutela giudiziaria e il sostegno a chi ha bisogno, con una serie di aggravanti, nuove fattispecie di reato e con la possibilità di permessi di soggiorno per motivi umanitari per le vittime straniere di violenza.

La violenza sulle donne è dunque riconosciuta come forma di violazione dei diritti umani e come illecita discriminazione, ed è prevista anche la protezione dei bambini testimoni di violenza domestica e la criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili.

Ma nonostante tutto, ancora immenso ed oggi tragicamente evidente, è il divario fra l’approccio sociale e quello culturale al problema.

Accertato che la violenza di genere è un fenomeno diffuso in tutto il mondo, legato alla strutturale disparità sociale, economica e di potere tra uomini e donne, perché ancora, ed oggi più che mai, non si agisce con modalità efficaci sulla “cultura di genere” ?

Anche in questi giorni dell’emergenza epidemiologica Covid, perché fra mille interviste, contributi pubblici ed interventi sui media,  non si sentono forti  dichiarazioni di impegno, raccomandazioni perentorie o comunicazioni istituzionali che richiamino al rispetto della figura femminile all’interno delle mura domestiche?

Vero è che nella drammatica attualità del COVID- 19 tutta la tutela che la vittima endofamigliare necessita è “ sospesa”, ma non altrettanto la violenza che subisce.

Di conseguenza, la donna nella gestione di un nucleo famigliare posto in “ quarantena “ o comunque sottoposto ad abitudini di vita diverse e limitate  in via precauzionale, sebbene  svolga un ruolo funzionale a dir poco determinante, diventa ancora più vulnerabile

Non si perda l’occasione allora di valorizzare il ruolo che la donna assume, volente o nolente, nella vita di tutti giorni per chi le sta accanto, soprattutto in una condizione di restrizione personale come quella in cui tutti viviamo.

Si potrebbero promuovere sistemi alternativi di comunicazione, anche sui social, con corsi on line, iniziative mediatiche, palinsesti dedicati non solo sottoforma di inverosimili fiction o inguardabili format che spettacolarizzano la sofferenza, anche mediante nuove modalità informative, magari interattive, che mantengano alta l’attenzione su determinate criticità sociali.

Far conoscere, ad esempio, come è evoluta negli anni la giustizia per la donna vittima di violenza, la storia dei grandi processi e delle grandi percorsi femminili di denuncia e fuoriuscita dal circuito violento, per capire come è evoluta, sia a livello sociale che giuridico, la concezione della donna e delle forme di tutela che le sono dovute.

Analizzare insieme infine l’incapacità delle misure istituzionali di far fronte alla violenza machista sotto ogni forma, a partire dalla comunicazione violenza contro la donna, perché oggi più che mai, anche in un periodo di emergenza come quello attuale, la condizione femminile deve essere una delle priorità all’ordine del giorno delle istituzioni

Il fenomeno della violenza nei confronti delle donne deve entrare a pieno titolo nell’agenda del governo italiano e di altri Stati europei anche e soprattutto in questo periodo storico, in occasione del quale, anche grazie ad una possibile risonanza mediatica, deve assumere la connotazione reale di «problema sociale».

Accanto alle ultime nuove normative nazionali ed internazionali che tendono ad una maggiore tutela delle vittime soprattutto in termini repressivi, è necessario l’aumento esponenziale di campagne di comunicazione sociale con lo scopo di dare risonanza al bisogno di interventi a supporto alle vittime di violenza, ma invero, ancor prima,  di modificare a livello culturale il concetto di donna, per  prevenire in nuce le cause potenziali di insorgenza del fenomeno.

E nel panorama comunicativo svariati protagonisti oltre alle istituzioni pubbliche,  fra cui i  movimenti delle donne, l’associazionismo ed il terzo settore, ma anche gli stessi media,  potrebbero proporre strategie specifiche e sistemi di sollecitazione della coscienza civile di contrasto ad una pervasiva subcultura della violenza.

La comunicazione sociale infatti si configura ed è definibile “pubblica”, nella misura in cui essa riguardi argomenti di interesse generale, che devono sempre assicurare un livello di conflittualità basso, in confronto per esempio con l’ambito della comunicazione politica (Gadotti 1992; Mancini 1996; Grandi 2001).

Evidente oggi lo scollamento fra libertà di espressione e valori sottostanti, e se è vero che sui secondi non c’è discordanza di opinioni, le modalità con le quali si esprime l’argomento della violenza sulle donne diventano sempre più aggressive e meno tutelanti per le vittime.

Nell’ambito della pubblicità e del marketing per esempio, il messaggio che viene trasmesso sulla figura ed il ruolo della donna è altamente sessista, e denota una violenza comunicativa che collide gravemente con il bisogno sociale di proteggere le vittime.

La figura femminile è espressa mediante due principali stereotipi, il primo dei quali immedesima la donna come al contempo obbligatoriamente lavoratrice, madre e moglie, con caratteristiche precise, quali il dover essere accudente e perfettibile, disattendendo le quali ci si presterebbe a giudizio negativo perché non corrispondente al modello fornito. Identica considerazione per l’altro paradigma femminile delle forme comunicative:  compiacente di poter e dover utilizzare solo modalità seduttive basate su canoni di bellezza esteriore e di attrazione fisica, spesso con espliciti riferimenti alla disponibilità sessuale. Anche questa comunicazione si rivela violenta e lesiva dei diritti della donna e destabilizza il suo ruolo  in un ambito famigliare oggi gravemente messo in crisi dalla contingenza e dalle connesse difficoltà relazionali.

Altra considerazione va operata sulle consuete campagne di comunicazione o di sensibilizzazione, che spesso presentano messaggi volti a proporre, incentivare, modificare o scoraggiare opinioni, atteggiamenti o comportamenti dei propri destinatari nei confronti di altri.

Questi ultimi quindi dovrebbero rappresentare i beneficiari del vantaggio che i destinatari della campagna potrebbero produrre in loro favore, se scelgono di aderire al messaggio che la campagna propone.

Nel campo delle violenze contro le donne, invece, alcune campagne sono strutturate in modo tale da avere come destinatari – attuali o potenziali – soggetti maltrattatori oppure testimoni di atti di violenza, ai quali però una comunicazione indirizzata male può rivelarsi addirittura nociva, suggerendo di adottare nuove idee e/o  comportamenti alternativi, oltremodo dannosi per le attuali o potenziali vittime di violenze.

Il cambiamento culturale del cd. carnefice non passa per forme di comunicazione spettacolari e talvolta talmente poco veridiche da confondersi con le fiction.

Di contro potrebbero essere adottate campagne di comunicazione e di educazione, nelle quali il destinatario e la beneficiaria coincidono, rivolgendosi direttamente a quest’ultima e proponendo l’adozione di idee, atteggiamenti o comportamenti dai quali la donna stesse trarrà un vantaggio.

Come le campagne di comunicazione e di educazione contro le violenze sulle donne che hanno come destinatarie le vittime, suggerendo loro di intraprendere specifiche azioni, come, ad esempio, l’abbandono del partner violento o il ricorso ad un servizio telefonico anti-violenza – che produrranno benefici per le medesime.

Cambiare culturalmente il concetto di donna oggi, in un periodo drammatico come quello attuale non solo è ipotizzabile, ma va perseguito, perché il ruolo femminile si rivela ancor più pregiudiziale per la conduzione di un corretto menage famigliare sottoposto a limitazioni, a coabitazione continua, a condivisione di spazi e oggetti di quotidiano uso.

E quella che oggi può sembrare solo una tragica esperienza da sopportare e superare, può trasformarsi in una preziosa risorsa alla quale non dobbiamo rinunciare.

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