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Laggiù nella Jannah più rapido viaggia chi viaggia da solo. ‘1917’ di Sam Mendes

 

Colpisce fin dall’inizio quell’interminabile piano sequenza. La camera indugia prima sul prato fiorito, poi a ritroso cala sui due soldati dormienti che, svegliati di colpo dal loro sergente, sono riportati alla realtà alla quale appartengono: la guerra. Passo passo, grazie al regista, li precediamo, percorrendo con loro i metri che li riportano nel loro luogo naturale, la trincea. Qui sono ammassati centinaia di uomini che condividono la loro miserevole vita insieme ai camerati, chiunque essi siano, ratti o soldati. Attendono ordini sotto cieli senza sole, in mezzo al fumo, ai colpi di cannone e mitraglia. Il tono della primavera è quello della disperazione, della sofferenza. Uomini avviliti si nascondono al riparo dimentichi delle gloriose giornate del 1914 quando con piglio fiero e baldanzoso erano andati a servire la patria accompagnati dall’entusiasmo dei loro concittadini.

Tre anni dopo, quel conflitto che sembrava potersi chiudere in pochi mesi è divenuto infinito, senza speranza. Senza colori. Ma quando finirà? Quando? Due caporali britannici ricevono un ordine folle. Sono incaricati di portare attraverso le linee nemiche un messaggio scritto al reggimento Devon che rischia di cadere in una trappola ordita dai tedeschi, fintamente in ritirata. Blake è stato scelto perché sa leggere le mappe e perché tra i milleseicento soldati che devono essere salvati c’è anche suo fratello. C’è una doppia motivazione per lui, dunque. Ma Schofield che c’entra in questa missione praticamente suicida? Sono amici fin dalle prime battaglie. “Non ti ricordi la Somme?” Centinaia di migliaia di morti da ambo le parti, l’inferno in terra, e loro ne sono usciti vivi. Insieme. Il cameratismo diventa amicizia.

Questo è il vincolo supremo, che va al di là dell’onore o della nazione. E un amico non si lascia mai solo anche se non si vorrebbe. Quando escono dal riparo della trincea, “gli anziani prima dei belli”, dice Schofield all’amico, a rimarcare il profondo affetto che solo una situazione estrema può rendere più evidente. Il regista ci trasporta coi due uomini nel regno del Male, del dolore assoluto, quello che libera gli uomini dalla loro umanità. Vediamo, allora, l’inferno in terra, perché se esiste un inferno questo è la terra di nessuno: impasto di case sventrate, alberi scarnificati, voragini, trincee abitate da topi e da corpi, tanti corpi, lacerti di umanità, impastati col fango e col sangue. Non c’è spazio per uomini o animali, nemmeno per i fiori. Tutto è abbattuto, tutto è distrutto insieme a case, fattorie, città. Eppure, eppure, là dove sembra impossibile il sorriso, ecco che l’apparizione di una donna e il sorriso di una bambina spinge verso la speranza. Ci sono nel film di Mendes scene indimenticabili, tra le più notevoli mai girate sui film di guerra.

Da questo punto di vista il regista britannico deve molto a Stanley Kubrick, solo che ora ha a disposizione mezzi tecnici ben più sofisticati rispetto all’autore di Orizzonti di gloria. Questo gli permette di filmare l’impossibile, illudendoci che tutto il film sia un unico piano sequenza – di hitchcockiana memoria (Nodo alla gola) – grazie al quale ci immerge letteralmente nell’orrore della Grande Guerra. Alla mente ritornano oltre a Kubrick altri autori a cui 1917 si potrebbe accostare, da Salvate il soldato Ryan di Spielberg a Dunkirk, per citarne solo alcuni tra i migliori e più recenti. L’accento di Mendes si posa, però, più che sull’antimilitarismo, sul valore dell’amicizia, sulla potenza dei sentimenti, che la perdita di una persona cara può solo intensificare, fissandoli nel proprio cuore per sempre. “Torna da noi” non è solo una scritta su una fotografia ma sono le parole che valgono a fare per sempre un eroe. Ora sì che si può guardare forse con speranza ad un nuovo orizzonte.

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