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I fantasmi sgargianti di Giulietta

 

Fellini raramente parlava dei suoi film, non amava indugiare con lo sguardo rivolto all’indietro, ma in certi momenti di confidenza mi affidava segreti d’autore insospettabili, gemme di pura luce, com’era avvenuto per “La strada”, o per “Otto e mezzo”. Una volta, durante la lavorazione di Roma, una sera a fine lavorazione mentre all’imbrunire aspettavamo l’auto della produzione, gli avevo chiesto, sfidando la sua impazienza, a quale film fosse più affezionato. Mi sorprese rispondendomi all’istante, senza esitare: “Giulietta degli Spiriti”.

Il film, del 1965, era legato a un evento doloroso: alla fine delle riprese e prima che la pellicola fosse pronta per uscire nelle sale, il 29 giugno era morto lo psicanalista Ernst Bernhard, unico nume tutelare da lui riconosciuto. Ne teneva la fotografia appesa alla parete dietro la scrivania; Bernhard era il solo a cui il regista attribuiva una reale influenza sulla propria vita, lui che non ammetteva nessun maestro, nessuna ingerenza, neppure di Roberto Rossellini al quale assegnava a malapena la funzione di “pizzardone” per avergli indicato la strada da seguire.

Era stato grazie alla frequenza con Bernhard che Federico aveva indirizzato con più attenzione lo sguardo dentro la propria ‘camera oscura’, in cui palpitavano le immagini della notte, e aveva varcato fiducioso ‘the doors of perception’, le soglie profonde della percezione. Fu in seguito all’amicizia con il maestro che Federico concepì Otto e mezzo, e subito dopo Giulietta degli Spiriti, di cui la moglie, eponima del titolo, aveva sempre diffidato:

“Sono i «suoi» spiriti – teneva a puntualizzare – non i miei.”

L’attrice non era mai stata conciliante con il film, fin dalla lettura della sceneggiatura. In un servizio filmato che girai vent’anni dopo, nel 1985, mi confessò che non l’aveva capito neppure durante le riprese, e tanto meno l’aveva amato. Erano dovute passare molte stagioni perché riuscisse a comprenderlo e ad apprezzarlo.

Giulietta degli Spiriti narra la storia di una signora della buona borghesia, senza figli eppure appagata nel suo matrimonio con Giorgio, un uomo brillante, mondano, fascinoso, che però si sta allontanando da lei. Il sospetto all’inizio stenta a prendere corpo, non riesce a turbare più di tanto l’esistenza della protagonista che scorre serena nella villetta bianca e linda immersa nella pineta di Fregene, simile a una casa di bambole. Le giornate si susseguono ordinate e senza nubi; lei bada alla casa insieme alle due domestiche devote e riceve le visite della madre e delle sorelle molto più appariscenti, abbigliate in abiti sontuosi e interamente prese da sé stesse con narcisistico compiacimento. Al loro confronto Giulietta appare un’insignificante Cenerentola, nonostante il benessere da cui è circondata. Capita tuttavia che perfino quando trascorre qualche ora in pace sulla spiaggia, in compagnia degli amici, assopendosi sogna di essere assalita senza tregua da inquietanti fantasmi che hanno l’aspetto di feroci saraceni, orde mongole che sbarcano dal mare su zattere barbariche. Sono ombre invadenti, fantasie angosciose che la insidiano anche nei momenti di euforia.

È solo frequentando casualmente la vicina di casa, Susy, una giovane signora particolarmente avvenente e trasgressiva, che la protagonista benpensante scopre in sé una femminilità negata quasi a sua insaputa, che urge per risalire in superficie producendo in tal modo altri paurosi fantasmi.

Nel frattempo Giulietta scopre che il marito a cui lei ha affidato ciecamente la propria esistenza, ha un’amante; anzi sta abbandonando la casa per unirsi a lei definitivamente. Il mondo intero sembra crollarle addosso, e nondimeno Giulietta scopre all’improvviso la gioia inesprimibile di una palingenesi: gli spiriti assillanti si dissolvono, lei apre una porta segreta dietro la quale palpita una luce misteriosa, esce in giardino e si incammina incontro a una giornata di cielo limpido, pronta a ricominciare a vivere libera finalmente dalle sue paure.

Alle rimostranze della moglie che sentiva estraneo il soggetto, Federico controbatteva nelle interviste:

Il film è nato su Giulietta e per Giulietta. Ha una gestazione lunghissima che risale al tempo della Strada. Intuivo che il mio desiderio di usare il cinema come uno strumento per penetrare certe trasparenze del reale, poteva trovare in Giulietta la guida più indicata.

Se si esclude in precedenza il quasi ‘sperimentale’ “Le tentazioni del dottor Antonio”, Federico per girare il sabba degli spiriti utilizza per la prima volta il colore, sul medesimo piano ‘espressivo’ con cui, seguendo i suggerimenti di Bernhard, ogni mattina disegnava nel “Libro dei Sogni”, a vivacissime tinte, le incursioni notturne nell’inconscio.

Quando fui chiamato da Sergio Bruno del Centro Sperimentale per una supervisione al restauro in 4K di Giulietta degli Spiriti, fui felice di poter partecipare all’operazione.

Già nel 1993 Fellini mi aveva affidato la ristampa dell’intera sua opera, in vista della personale organizzata da Cinecittà International, per l’autunno, al Lincoln Center di New York. Tornato dalla cerimonia dell’assegnazione dell’Honorary Award a Hollywood, il quinto Premio Oscar della sua carriera, Federico doveva ripartire in fretta alla volta dell’Ospedale Cantonale di Zurigo per sottoporsi a un complicato intervento chirurgico. In sua assenza avrei dovuto sostituirlo nel compito delicatissimo per il quale mi aveva prescelto: una responsabilità che ebbe per me il valore di una investitura. Trascorsi l’intera estate a trarre le copie di stampa dai negativi originali dei suoi film, in deposito nei vari stabilimenti romani (lo Studiocine, la Technicolor, il reparto di Sviluppo e Stampa di Cinecittà), fianco a  fianco con i datori delle luci e a stretto contatto con i direttori della fotografia disponibili: Dario Di Palma, Tonino Delli Colli (Peppino Rotunno era impegnato a Parigi). Si trattava di verificare, scena per scena, che le luci fossero esattamente quelle della versione licenziata dall’autore. Con Enzo Verzini il ‘mago del bianco e nero’ e storico stampatore dell’Istituto Luce riportammo allo splendore i negativi dei film degli inizi, piuttosto compromessi. Oggi Luci del varietà, Lo sceicco bianco, I vitelloni, Agenzia matrimoniale, sono godibili come il primo giorno della loro uscita dalle macchine.

Restituire le luci e i colori originari di una pellicola comporta un’inevitabile immersione nella poetica del suo autore. Non soltanto dunque il ricorso a una memoria fotografica, filologica, dell’ordito estetico del film e di ogni sua singola sequenza, ma la cognizione del sentimento globale che aveva condotto il regista a quel risultato.

Adesso Giulietta degli Spiriti, restaurato sia nella scena che nel suono (benché questo sia tratto dalla pista ottica, in assenza di colonna sonora magnetica) vanta una definizione senza precedenti, insieme a un equilibrio visivo perfettamente conseguito, e ha recuperato la durata originaria di 145’(contro i 131’ di partenza).

Il film, si diceva, fu realizzato in un atteggiamento contrastante di Fellini e Giulietta. Ma a distanza di tempo l’attrice aveva aggiustato il tiro del suo giudizio, mettendo in evidenza con lucidità l’aspetto che in pochi colsero all’uscita della pellicola, forse perché il tema era troppo in anticipo per l’epoca – una costante delle opere di Fellini – e alla fine aveva cambiato idea con placata onestà, senza paura di smentirsi:

“E’ un bel film, migliore di come lo trovavo vent’anni fa. C’è in ballo un problema come il matrimonio, che riguarda tutti. E la liberazione della donna, tirata fuori ben prima che se ne parlasse tanto. Delle donne Federico ha capito molte cose, e prima di altri, anche se il suo punto di vista resta maschile. Avrebbe dovuto raccontare i tormenti di Giulietta dalla parte di lei.”

Nel 1965 la società italiana era ben lontana dalla contestazione studentesca, dalla rivoluzione di costume, dalle rivendicazioni di libertà sessuale che porteranno presto alla nascita del movimento femminista. Tutto era ancora da venire; eppure Fellini, parlando di Giulietta degli Spiriti, cesellò in una intervista questo commento folgorante in cui racchiudeva il significato profetico della sua opera: “Nessun uomo sarà libero finché non sarà libera anche l’ultima donna“.

Per festeggiare Giulietta rivediamo questo capolavoro di cinquantacinque anni fa: resteremo incantati. Sarà il miglior modo di rendere omaggio all’attrice che domani, 22 febbraio, compirebbe 99 anni. Nel 2021 spetterà a lei il Centenario, un giubileo da preparare con cura. Ne otterremo tutti, in Italia, un estremo beneficio.

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